C’è un assunto di fondo in Qualcosa che brilla, l’ultimo romanzo di Michela Marzano (Rizzoli): la sofferenza psichica non è uno stato, ma una storia che si può raccontare.
Del resto, come scrive l’autrice – filosofa presso l’Université Paris Cité – citando Wittgenstein, “ogni parola è un corpo invisibile”. E i giovani pazienti del dottor Rolli – psichiatra che non vede in loro solamente un sintomo – chiedono proprio questo: essere visti. Sara, Clara, Noemi, Gianpaolo, Viola, Irene, Luca e Claudio si definiscono “incasinati”, “fuori di testa”. Ma anoressia, autolesionismo e dipendenze sono il loro modo di attirare lo sguardo su di sé.
Nelle sedute di gruppo al Centro La Ginestra, seduti in cerchio, i loro sintomi vengono interpretati dall’autrice come espressioni emotive, con la sensibilità di chi sa che nessuna diagnosi basta a colmare un vuoto interiore. Intorno, intanto, scorre indifferente la routine di una Roma caotica e distratta.
Lontana dalle soluzioni facili di chi cerca una terapia salvifica, Marzano indaga l’abisso dei sentimenti umani, per restituire a ciascuno dei suoi personaggi “il pezzo mancante” da aggiungere a quel lungo percorso di guarigione chiamato vita.
Michela Marzano, quanto c’è nel suo ultimo romanzo Qualcosa che brilla della sua attività di docente?
MM: C’è molto, ma non nel senso di una trasposizione diretta dell’aula o dell’università nella finzione. La mia attività di docente mi ha insegnato soprattutto ad ascoltare. A capire che dietro le domande, ma anche dietro i silenzi, le assenze, talvolta persino la noia, si nascondono spesso fragilità profonde, interrogativi radicali, un bisogno di riconoscimento che fatica a trovare parole. Stare ogni giorno a contatto con ragazzi e ragazze molto giovani mi ha messo di fronte alla loro intensità, ma anche alla loro solitudine, alla difficoltà di crescere in un mondo che chiede continuamente di essere performanti e già definiti.
In questo senso, Qualcosa che brilla nasce anche da uno sguardo allenato nel tempo: uno sguardo che non giudica, che non riduce, che prova a sostare nell’incertezza. Detto questo, il romanzo non è un libro “sui miei studenti”. È piuttosto il frutto di una postura che l’insegnamento mi ha aiutato a costruire: quella di chi accetta di non avere risposte immediate, di non occupare tutto lo spazio, di lasciare che l’altro trovi la propria voce. Se c’è qualcosa che la mia esperienza di docente ha portato nel libro, è proprio questa convinzione: che educare, come scrivere, significhi prima di tutto creare le condizioni perché qualcuno possa sentirsi visto, ascoltato, preso sul serio nella propria complessità.
Secondo la sua esperienza, gli adolescenti di oggi vivono una forma di disagio diversa rispetto ai loro coetanei delle generazioni precedenti?
MM: Il disagio adolescenziale non è una novità: ogni generazione ha attraversato le proprie crisi, le proprie paure, le proprie ribellioni. Le domande fondamentali – su chi si è, su cosa si desidera, su quale posto occupare nel mondo – sono le stesse da sempre. Ciò che cambia oggi non sono tanto le domande, quanto il contesto in cui vengono poste e le risorse simboliche disponibili per affrontarle. Gli adolescenti di oggi crescono in un mondo segnato da una precarietà diffusa: del futuro, delle relazioni, delle istituzioni, persino del linguaggio. Fanno esperienza molto presto di un orizzonte incerto, in cui le promesse degli adulti appaiono fragili o contraddittorie. Questo produce un senso di smarrimento profondo, spesso accompagnato dalla sensazione di non essere mai “abbastanza”.
C’è poi un elemento decisivo: la solitudine. Nonostante l’iperconnessione, molti ragazzi si sentono radicalmente soli, privi di spazi di parola autentici in cui poter dire il proprio disagio senza essere subito etichettati o valutati. Il confronto continuo con modelli irraggiungibili, amplificato dai social, accentua la pressione performativa e rende più difficile tollerare l’imperfezione e il fallimento.
Lo psichiatra a cui si rivolgono i giovani protagonisti del suo libro, il dottor Mauro Rolli, è un uomo attraversato da molti dubbi, a livello sia personale che professionale. Perché ha scelto di sottolineare anche le fragilità del terapeuta?
MM: Perché non credo in figure di cura onnipotenti, né in professionisti che si pongono al di fuori della propria storia. Un terapeuta che non dubita, che non si interroga, che non è attraversato da conflitti rischia di diventare una funzione, non una presenza.
Mauro Rolli non è un modello da imitare, né un “salvatore”. È un uomo che cura mentre continua a interrogarsi su ciò che fa, sui limiti del proprio sapere, sul senso stesso della cura. Ed è proprio per questo che può incontrare davvero i ragazzi: non dall’alto di una posizione di superiorità, ma da un luogo umano, esposto, attraversato dalle stesse domande sul dolore, sul fallimento, sulla responsabilità.
Mostrare la fragilità del terapeuta significa restituire alla relazione di cura la sua dimensione più autentica: la fiducia. Che non nasce dall’assenza di dubbi, ma dalla capacità di sostare al loro interno senza fuggire.
La finestra della stanza in cui si tiene la terapia di gruppo del Centro La Ginestra, si affaccia su Roma. Che città è quella che fa da sfondo alla storia?
MM: Roma, in Qualcosa che brilla, non è una città monumentale o simbolica. È una città reale, vissuta, attraversata, che resta spesso sullo sfondo ma che pesa come una presenza costante. La finestra non serve a offrire una veduta rassicurante, ma a ricordare che, mentre dentro la stanza si parla di dolore, di smarrimento, di desiderio, fuori la vita continua, indifferente e caotica. È una Roma fatta di stratificazioni, di bellezza e di abbandono, di promesse mancate e ferite non rimarginate. In questo senso dialoga profondamente con i ragazzi che la abitano: anche loro vivono una tensione continua tra ciò che potrebbe essere e ciò che è.
Roma diventa così un controcampo silenzioso. Non consola, non spiega, non accoglie. Sta lì, ricordando che la fragilità non è confinata nello spazio protetto della terapia, ma è parte del mondo. E forse è proprio questo che rende quella finestra importante: mentre dentro si cerca una voce, fuori c’è una città che non smette di interrogare.
Dal punto di osservazione privilegiato di chi è costantemente a contatto con i ragazzi, lei riesce a vederlo quel “Qualcosa che brilla?”
MM: Sì, lo vedo. Ma non è qualcosa di evidente o di spettacolare. Qualcosa che brilla non è l’ottimismo, né la resilienza intesa come capacità di adattarsi a tutto. È piuttosto un nucleo fragile, spesso quasi impercettibile, che resiste anche quando tutto sembra spento. Lo si intravede nei momenti di sospensione: in una parola che finalmente riesce a essere detta, in un silenzio che non è più solo chiusura, ma attesa.
Stare a contatto con i ragazzi significa imparare a riconoscere questa luce intermittente senza pretendere che diventi subito progetto, successo, identità compiuta. Il compito degli adulti non è accendere quella luce al posto loro, né proteggerla in modo invasivo. È piuttosto non spegnerla: creare le condizioni perché possa restare accesa, anche debolmente, anche a intermittenza. Perché è da lì, da quel bagliore fragile e ostinato, che può nascere — con tempi imprevedibili — la possibilità di diventare se stessi.
Qualcosa che brilla
di Michela Marzano
Rizzoli
Michela Marzano (Roma, 1970) è scrittrice, filosofa, editorialista de “la Repubblica” e de “La Stampa”. Ha pubblicato, tra gli altri, Volevo essere una farfalla (2011), L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore (Premio Bancarella 2014), Papà, mamma e gender (2015), L’amore che mi resta (2017) e Idda (2019).
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