Cosa: “Gravity of the Wall”, mostra personale dell’artista malese-danese Amir Zainorin.
Dove e Quando: Museo delle Mura, Roma; dal 5 febbraio al 12 aprile 2026.
Perché: Un’esplorazione profonda e partecipativa dei temi della migrazione e dell’identità attraverso installazioni site-specific inserite in una cornice storica millenaria.
Roma si conferma crocevia di linguaggi contemporanei con l’apertura della mostra Gravity of the Wall, dedicata alla ricerca interdisciplinare di Amir Zainorin. Ospitata nella suggestiva cornice del Museo delle Mura, l’esposizione curata da Camilla Boemio non è soltanto una rassegna di opere d’arte, ma un dialogo serrato tra la fragilità dell’esperienza umana contemporanea e la solidità imponente dell’architettura antica. Attraverso un percorso che si snoda tra torri, camminamenti e corridoi, Zainorin trasforma il sito storico in un paesaggio incarnato, dove il confine cessa di essere una linea di demarcazione per diventare un luogo di riflessione su vulnerabilità e resistenza.
L’artista, di origini malesi ma residente in Danimarca da oltre vent’anni, porta a Roma una visione plasmata dal continuo spostamento tra contesti geografici e culturali. La sua pratica non si limita alla contemplazione estetica, ma cerca attivamente il coinvolgimento del visitatore, invitandolo a rinegoziare la propria posizione rispetto ai concetti di difesa, movimento e tempo. In un’epoca segnata da barriere fisiche e psicologiche, la scelta del Museo delle Mura assume un valore simbolico potentissimo: le fortificazioni che un tempo servivano a respingere l’altro diventano oggi lo spazio per accogliere una riflessione sulla trasformazione e sull’identità fluida.
La materia del confine: carta, pietra e memoria
Il cuore pulsante della mostra risiede nella capacità di Zainorin di manipolare materiali eterogenei per evocare significati universali. All’interno di una delle torri principali, l’opera The Weight of Lightness si presenta come una superficie tattile che occupa il pavimento, creando un contrasto stridente con la severità della pietra circostante. Realizzata con carta fatta a mano, ottenuta riciclando vecchi atlanti e fibre di garza, l’installazione dissolve gli strumenti classici della precisione geografica per ricostruirli in una forma fragile e mutevole. Le mappe, tradizionalmente simboli di controllo e divisione territoriale, perdono la loro rigidità per diventare testimonianza dell’esperienza umana e della natura instabile dei confini.
Proseguendo lungo il percorso, il visitatore si imbatte in Boot-ed, una scultura dal forte impatto emotivo che utilizza un paio di stivali usurati come fulcro narrativo. Se in passato questi oggetti rappresentavano lo strumento primario per il cammino e la migrazione, nella visione di Zainorin si trasformano in contenitori di vita antitetica: un robusto cactus e una delicata orchidea. La scritta “DO / DIE” che accompagna l’opera introduce una tensione irrisolta tra la necessità di agire per sopravvivere e la resa inesorabile alle circostanze. Lo specchio posto al termine dell’installazione obbliga chi guarda a una riflessione speculare, integrando il corpo del visitatore nell’opera stessa e rendendolo partecipe della dinamica di movimento e stasi che caratterizza la vita dei migranti.
Suoni e rituali collettivi: il ritmo dell’identità
Uno degli aspetti più innovativi di Gravity of the Wall è l’integrazione della dimensione sonora e partecipativa. L’installazione Rhythm of Identity: A Cultural Laboratory of Percussion and Memory ripropone i tamburi a cornice malesi, noti come kompang, ma li rivisita in una chiave contemporanea e insolita. Realizzati con pellicole radiografiche riutilizzate al posto delle pelli tradizionali, questi strumenti fondono la memoria corporea — rappresentata dalle immagini mediche — con la storia culturale della Malesia. I visitatori non sono semplici spettatori, ma sono chiamati ad attivare i tamburi, generando paesaggi sonori in continua evoluzione che rompono la barriera tra artista e pubblico.
Questa interazione trasforma il museo in un laboratorio vivo di ascolto e condivisione. Il suono prodotto dai tamburi riverbera tra le mura storiche, creando un ponte invisibile tra il passato dei rituali comunitari e il presente dell’incontro artistico. Parallelamente, il progetto Stateless Mind Pavilion funge da piattaforma di discussione all’interno della mostra. Nato come festival itinerante, il padiglione si stabilizza temporaneamente al Museo delle Mura come spazio adattabile per conversazioni e incontri collettivi. Rifiutando definizioni fisse di nazionalità, questo spazio privilegia lo scambio culturale rispetto all’autorialità, trasformando l’intera esposizione in un organismo reattivo e in continua trasformazione.
Cura e riparazione: il cammino lungo le mura
L’ultima parte dell’esposizione si sviluppa all’aperto, lungo il suggestivo camminamento di ronda che termina sulla terrazza panoramica. Qui, l’opera Color Theory interviene direttamente sulla struttura architettonica: le millenarie colonne in pietra sono avvolte in bende dai colori vivaci, materiali che richiamano immediatamente i concetti di protezione, cura e riparazione medica. Questo gesto artistico interrompe il ritmo visivo delle fortificazioni, legando la memoria dei secoli di difesa alla necessità contemporanea di guarigione e attenzione verso l’altro. Il camminamento si trasforma così in un ambiente sensoriale dove il movimento fisico del visitatore diventa metafora del passaggio del tempo e dei processi di lesione e recupero.
L’esposizione, promossa da Roma Capitale e realizzata in collaborazione con diverse istituzioni internazionali come il Goethe Institut e l’Ambasciata della Malesia, rappresenta un’importante occasione per riflettere sulla complessità del nostro presente. Attraverso lo sguardo di Amir Zainorin, il Museo delle Mura cessa di essere un monumento statico per diventare un teatro di negoziazione emotiva e psicologica. Gravity of the Wall ci ricorda che i confini, sebbene solidi come la pietra, sono sempre soggetti alla forza di gravità della storia e alla fragilità delle vite umane che li attraversano, invitandoci a immaginare nuovi modi di abitare lo spazio comune.
Info utili
- Luogo: Museo delle Mura, Via di Porta San Sebastiano, 18 – Roma
- Date: 5 febbraio – 12 aprile 2026
- Orari: Dal martedì alla domenica ore 10.00 – 16.00 (ultimo ingresso ore 15.00)
- Prezzo: Ingresso gratuito
- Sito web: www.museodellemuraroma.it
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