Giovedì, 22 Ottobre 2020

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Lo scrittore Cristiano Ranalletta nel suo ultimo romanzo sceglie Il cielo sopra il Pigneto (Edizioni Scatole Parlanti), come punto di osservazione del territorio sottostante, - il Pigneto per l’appunto -, quartiere capitolino tra i più multietnici d’Europa.

A incuriosire l’autore è la dimensione umana e quella urbanistica, strutture portanti di poco più di un chilometro quadrato di vero melting pot.            
Ranalletta catapulta il lettore tra lineamenti esotici e accenti lontani, affidandogli come guida Federico, il protagonista, moderno flaneur in una Roma in continua trasformazione. E’ quest’ultimo a vivere e raccontare una storia di passione e di dolore che si alimenta di nuove energie e vecchie malinconie, in un intreccio emozionante che sarebbe difficile immaginare altrove. Sono infatti i luoghi – parchi, bistrot, book crossing – i co-protagonisti di questo romanzo urbano nervoso e seducente, con il cielo sopra e la vita vera sotto. Impossibile non seguire lo scrittore in questa avventura dove l’individuo sembra non poter fare a meno di un posto a cui appartenere e a cui affidare i propri ricordi.

cielo sopra pigneotCristiano Ranalletta, il titolo Il cielo sopra il Pigneto è un omaggio al regista Wim Wenders?

CR: Quel titolo mi sembrava perfetto per il mio romanzo per una serie di ragioni che naturalmente includono anche il celebre film di Wenders. Nel cielo sopra la testa del protagonista ci sono degli angeli. Probabilmente soltanto alla fine ci appare chiaro il legame fortissimo del romanzo con il suo titolo. E’ un omaggio al territorio, ai luoghi delle emozioni e alle comunità che ci vivono, in particolar modo.

Ci fa da guida in una passeggiata al Pigneto?           
CR: Faccio volentieri da guida, naturalmente con un taglio narrativo, quasi antropologico. Io sono nato a Tor Pignattara (che comprende urbanisticamente il Pigneto), mia madre è nata invece nel cuore del Pigneto. E’ cambiato e continua cambiare incessantemente. Sempre in chiave narrativa, nel romanzo provo a descrivere i cambiamenti cercando di osservarli dall’alto (come dire, dal cielo sopra il Pigneto), depurandomi dai bias. Non essendo un trattato territoriale, né un saggio, per descrivere il territorio utilizzo una serie di personaggi, oltre al protagonista. Perché per me nel territorio gioca un ruolo fondamentale la comunità che ci vive.
Su questo crinale, dunque, ci si chiede: è possibile utilizzare il territorio e la comunità che ci abita, come agente salvifico o bisogna necessariamente rifarsi alle risorse individuali? Una domanda che evidentemente sottende un modello sociale.

Tor Pignattara, il Pigneto. Questo chilometro e mezzo quadrato rappresenta un laboratorio antropologico. Probabilmente è l’area più multietnica d’Europa, ma è anche quella delle trattorie di carbonara ed è anche quella dei bistrot con cantanti hipsterici, quella dei laboratori del mindfulness, del booking re-cycling, delle centrifughe allo zenzero e le vellutate bio, quella dei calabresi e pugliesi che sono venuti a viverci. Un meticciato.
Federico, il protagonista, lui stesso espressione di un meticciato che oscilla tra docenze in università prestigiose e iniziative dal basso, si muove come un flaneur nel territorio in cui è nato, restituendoci odori, volti e umori di chi vi abita. Prova a profilare questa comunità, ne registra le segmentazioni sociologiche afferenti alle diverse adesioni fideistiche (“Italia agli italiani” vs “Più siamo e meglio stiamo”), ma ben presto si arrende di fronte alla possibilità di una logica orientata alla classificazione. Qualsiasi forma di rappresentazione non è immune da un deficit di complessità. La semplificazione rischia di diventare una banalizzazione.

Il suo romanzo ha una dimensione urbana e una esistenziale. Secondo lei i due fattori come interagiscono con la nostra quotidianità?   
CR: Il luogo nel quale cresciamo è legato a doppio filo alla nostra esistenza. Ci forma. Il mio quartiere mi ha insegnato a portare rispetto per le persone. Era una realtà molto complessa, anche dura, quando ero ragazzino. La mia affermazione può apparire paradossale, ma è così. Nel merito, per quelli che avessero letto il romanzo, pensate a Federico quando inizia a raccontare, dopo il suo ritorno dal centro storico. Racconta con distacco, tronfio. Poi le sue origini lo trascinano dentro come le sabbie mobili e modifica il linguaggio, gli atteggiamenti durante il racconto. Una mia amica mi diceva “più va a fondo e più diventa comico”. La comicità. Ecco, l’ironia romana. In particolare della Roma periferica.

Il cielo sopra il Pigneto è anche il racconto di un’ossessione. Federico, il protagonista, è uno storico con una storia personale difficile da maneggiare…
CR: Il neuroscienziato Antonio Damasio ci dice che il dolore e il piacere sono i sentimenti meno compresi in termini biologici.       
Proprio sul dolore, sul piacere e sugli incessanti interrogativi di una coscienza adulta, ho basato il percorso individuale del protagonista. Lui, Federico, il protagonista, conosce questa donna dallo sguardo mesmerico, se ne innamora. La sua amigdala balla la salsa e il merengue. Si auto confinano in una bolla utopistica con dentro i loro sapori, gli orgasmi, le passioni. Un’utopia che si colorerà di tinte plumbee e disperanti delle peggiori distopie.
Alla base di una emozione c’è una percezione sensoriale di un oggetto. La vista del sole che tramonta sul mare di una spiaggia della Maremma è un oggetto emozionalmente adeguato. Ma è quell’oggetto esterno che produce il sentimento? No, non è quell’oggetto esterno. E’ la modalità di elaborare del nostro cervello. L’oggetto del sentimento è mappato nel nostro cervello. E’ per tale ragione che ho intrecciato le vicende famigliari del protagonista. Il rapporto che lui ha con gli abbandoni. Ciò che è già cablato nella sua testa ancor prima di conoscere l’avvenente donna.
Ha mai avuto a che fare con un cane abbandonato? Io ne ho uno qua davanti a me mentre scrivo in questo momento. Mi segue anche dentro il bagno. Una ossessione, appunto.

Pensa che la realtà urbana di Roma sarà l’ispirazione per un suo nuovo romanzo?
CR: In questo momento sono molto attratto dal concetto di verità e di post-verità. Oggi una persona può diffamare con una facilità estrema (attraverso le evoluzioni tecnologiche). Se questa falsità viene montata bene può diventare la VERITA’. Con uno storytelling adeguato si può distruggere una persona, magari per un piatto di lenticchie bio, uno stage, o poco più. Sì punta ad obiettivi infimi, altro effetto della crisi.
Per quanto riguarda Roma, ne sono ineludibilmente innamorato. Le persone che mi seguono sui social lo sanno e probabilmente si aspettano che in qualche modo, Roma possa entrarci di nuovo.

Il cielo sopra il Pigneto
di Cristiano Ranalletta
ed. Scatole Parlanti

Cristiano Ranalletta è nato a Roma. E’ ingegnere e docente di corsi post-laurea. Nel 2015 ha pubblicato il romanzo Tutti i giorni (Lespisma). Il cielo sopra il Pigneto è il suo secondo romanzo.

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Direttore responsabile: Raffaella Roani - ISSN: 2036-783X

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