Giovedì, 04 Giugno 2020

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La gioia fa parecchio rumoreLa gioia fa parecchio rumore recita il titolo dell’ultimo romanzo di Sandro Bonvissuto (Einaudi), trasmettendo già dalla copertina, dove esulta un calciatore romanista con la maglia numero cinque, il suo intenso spirito corale.

Se c’è qualcosa che non può fare a meno delle voci della moltitudine è infatti proprio la passione calcistica, qui raccontata come amore incontenibile, fonte di sofferenza e, per l’appunto, di gioia. Un amore condiviso in famiglia e tra gli amici, l’unico possibile (“de squadra ce n’è una sola”), quello da cui tutto ha avuto inizio (“la prima cosa che ho amato, come l’ultima…il suo nome è A. S. Roma”).
E’ però la comunità il terreno su cui l’autore costruisce lo squisito impianto narrativo, un quartiere stretto tra via della Magliana e via Portuense, dove nei cortili risuonano i nomi dei bambini e l’eco delle cronache sportive degli anni ’70 e ‘80. La sua anima, collettiva, prima che individuale, appartiene a tutti i “noantri” che vi abitano: Zio, er muto de Zorro, Barabba il “renarolo”. La narrazione scorre assieme ai primi ricordi: è quello il momento giusto per cominciare a raccontare. Un rapporto, quello di Bonvissuto con il tempo, già significativo nel suo precedente romanzo Dentro (Einaudi), e ora rinsaldato in quest’ultima prova letteraria dal fluire lirico e brillante.

Sandro Bonvissuto, quello con la Roma, come scrive lei, è stato un matrimonio combinato durante il quale però si è innamorato davvero. Com’è successo?
SB: Guardi a casa mia non c’erano alternative, a casa del protagonista del libro nemmeno. È come quando si nasce in una tribù che ha i propri usi e costumi, e tu sei tenuto ad adottarli senza discutere, per non dispiacere ai tuoi genitori o dare un cattivo esempio alle nuove generazioni. Il rispetto per le usanze della famiglia è forse ciò che resta di quel culto per le divinità della casa che avevano gli antichi romani, usanze antropologiche pagane che evidentemente sopravvivono ancora sul territorio dell’Urbe, stratificate in una qualche memoria di genere.

Un amore anche sofferto, perché “le parole Roma e tranquillità non potevano stare nella stessa frase”. Perché?
SB: Quando si comincia ad amare questa è la fine di ogni tranquillità, l’amore alza la soglia dell’attenzione, trasforma l’uomo in una specie di cane da guardia che vive tutto senza pelle. Chi ama è un ipocondriaco, che vede cose che non esistono, sente voci nel vento, il rumore dei passi in casa durante interminabili notti insonni. Uno che passa il tempo a decifrare questi segnali che arrivano dal cosmo. E li insegue barcollando nel mondo come un cieco. E arriva lontano, anche se quando è partito non sapeva affatto dove stesse andando.

La gioia fa parecchio rumore è anche l’affresco di una Roma che non c’è più. Ci parla del quartiere in cui è cresciuto?
SB: Per quanto possa sembrare strano anche le cose eterne come Roma a loro modo cambiano. Io sono cresciuto in un quartiere piccolo come un paese, che stava tutto attorno ad una piazza dove i vecchi giocavano a carte. C’erano le case di certi enti assistenziali della Prima Repubblica, e sotto i palazzi, degli immensi garage chiusi da serrande col pavimento fatto di piastrelle rosso mattone, dove si infilavano le fondamenta verniciate di bianco degli stabili, magazzini enormi sempre vuoti. Era un quartiere incastrato fra via della Magliana e la via Portuense, un posto dove la polizia non veniva mai.

Tanti sono i personaggi che colorano il suo romanzo: Zio, Barabba, er muto de Zorro. Tutti però, lei scrive, erano “noantri”. Cosa vuol dire?
SB: È un libro corale, nessuno, nemmeno il protagonista narratore, può uscire dalla collettività, o meglio, è più della collettività alla quale tutti appartengono. La storia ha senso se colta nella comunità, è un libro popolare prima che personale, e “noantri” è la legge di un insieme che viene prima di ognuno dei suoi appartenenti. È un’identità molteplice che anticipa per sempre quella individuale. Senza gli altri il protagonista sarebbe morto a pagina 5, ed è da loro che ha imparato l’amore.

E poi, un giorno d’agosto del 1980, arriva a Roma il brasiliano con la maglia numero 5. E quello è amore a prima vista, giusto?
SB: Quel giorno il protagonista si trova davanti a ciò che in base alla ragione non dovrebbe esistere: migliaia di persone che alle prime ore di una mattina d’estate si danno appuntamento senza dirselo all’aeroporto Internazionale di Fiumicino per accogliere un calciatore che nemmeno conoscono. Perché l’amore si nutre di cose arcane e ignote, e poi avviene senza dare spiegazioni; è la giustizia in quella confusione gigante che è il mondo.

Tornando con la memoria a quei giorni, mentre è in casa a causa dell’emergenza Covid, cosa le viene in mente?
SB: Che questa emergenza è diversa dalle altre, perché ha privato la gente proprio di quella dimensione collettiva raccontata nel libro, che c’era stata in altre circostanze estreme come le guerre, ad esempio, dove la solidarietà non aveva mancato di dare grande prova di sé. Qui ha vinto invece l’isolamento di ognuno. Per il resto penso che dopo l’ultimo conflitto è nata una grande generazione di scrittori e il cinema realista, e questo è senz’altro il tracollo di un mondo. Noi dobbiamo sempre guardare al futuro, considerando questo periodo come fosse una semplice e brusca frenata, una pausa che però precede un nuovo inizio.

La gioia fa parecchio rumore
di Sandro Bonvissuto
Giulio Einaudi editore

 

Sandro Bonvissuto è nato a Roma nel 1970. Laureato in filosofia, nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Dentro. E’ tra gli autori di Scena padre (Einaudi 2013).

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