Lunedì, 19 Novembre 2018

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DimenticareNel suo ultimo romanzo Dimenticare, (Einaudi Editore), Peppe Fiore unisce il suo talento di sceneggiatore a quello di scrittore.

Il risultato è un romanzo intenso e delicato, dove il paesaggio interiore si riflette in quello esterno, nel cielo, nelle case, negli alberi. Ha un tono garbato questo noir, che si tiene sempre lontano dalle svolte facili, e accorda la trama allo stile in una sapiente armonia narrativa.
C’è qualcosa di lieve nel protagonista, Daniele, nonostante i suoi centotrentacinque chili per un metro e novantasei. E anche nei luoghi, in quel litorale di Fiumicino dov’è cresciuto, con i condomìni popolari, l’odore di salsedine e di petrolio. Daniele nel suo passato ha qualcosa da dimenticare, ma la sua fuga dal mare verso il Monte Penne, nell’alto Lazio, lo ricondurrà inesorabilmente a sé stesso. In un “posto che non vuole i turisti”, dove i faggi sono così fitti da contendersi l’aria, la natura è elemento dominante, ed è allo stesso tempo incanto e spavento. Tra quei boschi misteriosi dove anni addietro è stato trovato il corpo straziato di una ragazza, pare attaccata da un orso, Daniele vive infatti un amore intenso con Gabriella. Come neve che si scioglie all’arrivo della nuova stagione, scendendo in un rivolo, Daniele tornerà nei luoghi del suo passato, sul lungomare, per trovarli profondamente diversi. Dimenticare a volte è la risposta che si deve a sé stessi, perché “ci sono domande che servono a tenerti in vita e altre che servono ad ammazzarti”.

Uno dei protagonisti del suo romanzo dice che “il passato esiste solo in funzione di come uno se lo racconta, e diventa davvero passato solo quando prende la forma di una storia.” Dimenticare che storia racconta?
PF: Dimenticare racconta la vicenda di un uomo che ha costruito la propria identità intorno ad un’assenza, o più precisamente a una rimozione, che sta nel suo passato. Da quell’aporia di passato si genera la storia. Al termine di quella storia c’è la verità di Daniele, che è indicibile, perché Daniele non ha le parole per dirla. Deve scoprirle, queste parole, una a una, andando a cercarle proprio nel suo passato. Dunque Dimenticare è una lunga circumnavigazione del passato, per poi ritornare a se stessi, come spesso accade nella vita anche fuori dai libri.

Nella sua scrittura la forma sembra quasi condurre la trama, e non il contrario. E’ stata una scelta precisa?
PF: All’inizio era il contrario: Dimenticare nasceva come una storia e basta – una storia, peraltro, tutto sommato semplice. La forma è venuta di conseguenza, nasceva come la più funzionale possibile per restituire quella trama. Poi però la forma ha preso il sopravvento. I personaggi hanno trovato la propria voce, così anche i luoghi e i fenomeni atmosferici, e quando la trama si è fusa con il canto ho capito che avevo fatto il romanzo.

In Dimenticare, la natura dell’Abruzzo, con la neve, i faggi, gli animali selvatici, si può definire una co-protagonista. Cosa rappresenta veramente?
PF: Rappresenta una forma di coscienza molteplice, un organismo pensante che comunica verso il basso con gli uomini e verso l’alto con il cosmo. E’ un interlocutore misterioso dei sentimenti del protagonista, e anzi spesso dà sostanza vegetale a quei sentimenti. Infatti contiene un nucleo oscuro, che si svela progressivamente, proprio come il protagonista.

Anche il litorale di Fiumicino, con gli stabilimenti balneari, l’aeroporto, gli alberghi, fa da sfondo a buona parte del romanzo. Lei lo descrive con estrema precisione, ci ha vissuto?
PF: No, ci sono andato a mangiare tante volte e qualche volta a fare i bagni (vivendo a Roma, Ostia e Fiumicino sono le migliori approssimazioni balneari che ho a portata di mano). Le linguine con le vongole agli stabilimenti di Fiumicino sono una delle poche cose che rimpiango da quando sono diventato vegetariano.

Ci spiega cos’è il “sentimento laziale” o “litorale della morte”?
PF: E’ una forma di consuetudine tra lo scherzoso e l’apotropaico che hanno con la morte soprattutto i romani (popolo di cassamortari e becchini con la chitarra). Ha a che fare con un certo rassegnato fatalismo e una inclinazione tetra all’ironia. Ce l’hanno pure i messicani, con i loro teschi e scheletri. Per chi vive vicino al mare questa inclinazione si accentua perché il mare è un invito ad approcciare l’esistenza nell’unico modo sano possibile: come un processo di trasformazione, di cui la fine del corpo fisico è una tappa, tutto sommato abbastanza trascurabile nell’economia dell’universo.

Peppe Fiore
Dimenticare
Einaudi Editore

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