Cosa: Lo spettacolo di teatro di figura Min el Djazaïr della Compagnia Hékau.
Dove e Quando: Roma, Nuovo Teatro Ateneo (Sapienza), 17 marzo 2026 alle ore 20:30. Perché: Un’intensa riflessione multidisciplinare sull’esilio forzato della comunità ebraica algerina negli anni Cinquanta.
Il Nuovo Teatro Ateneo della Sapienza Università di Roma conferma la sua vocazione di spazio aperto alla sperimentazione e al dialogo interculturale. All’interno della ricca stagione 2025/2026, il cartellone si arricchisce di una proposta di alto valore civile e artistico che mette al centro il teatro di figura come linguaggio d’elezione per esplorare le pieghe più sensibili della storia contemporanea. Martedì 17 marzo, il palcoscenico universitario ospiterà la Compagnia Hékau, realtà franco-algerina nota per la capacità di fondere narrazione storica e ricerca estetica, che presenterà il lavoro intitolato Min el Djazaïr.
Questa produzione non è soltanto una rappresentazione teatrale, ma un viaggio a ritroso nel tempo che interroga il presente. Attraverso una partitura scenica che mescola attori, oggetti e proiezioni, lo spettacolo solleva il velo su una vicenda spesso confinata ai margini dei libri di storia: la dissoluzione di una comunità millenaria e il trauma dello sradicamento. In un’epoca segnata da nuove migrazioni e conflitti identitari, il racconto dell’esilio algerino risuona con una forza universale, ricordandoci quanto siano fragili i confini della convivenza umana.
Un ponte tra Algeri e la memoria: la genesi dell’opera
Il titolo dell’opera, Min el Djazaïr, porta con sé un significato profondo: “Dopo l’Algeria”. Questo incipit suggerisce immediatamente la natura della narrazione, che si concentra sul vuoto lasciato dalla partenza e sulla ricostruzione di un’identità altrove. Lo spettacolo nasce dalla collaborazione tra Nicole Ayach, anima della compagnia Hékau, e Sarah Melloul, autrice e drammaturga specializzata nella complessa storia del Nord Africa. Le due autrici hanno intrapreso un meticoloso lavoro di ricerca, attingendo non solo a documenti d’archivio ufficiali, ma soprattutto al patrimonio immateriale dei ricordi familiari, ascoltando le testimonianze dirette dei propri nonni.
La vicenda si focalizza su due sorelle, Babeth e Simone, appartenenti a una famiglia di mercanti di tessuti attiva ad Algeri da cinque generazioni. Siamo all’inizio degli anni Cinquanta, un periodo in cui la quotidianità sembra ancora scorrere secondo i ritmi della tradizione. Tuttavia, proprio mentre le protagoniste si affacciano all’età adulta, il contesto politico e sociale inizia a sgretolarsi. La loro condizione è un incrocio di identità: ebree per nascita, cittadine francesi per legge, ma profondamente algerine per cultura e tradizioni. Questa triplice appartenenza, un tempo ricchezza, diventa improvvisamente un marchio di esclusione sotto la pressione della guerra d’indipendenza che si appresta a travolgere il Paese.
Linguaggi scenici: tra ombre, musica e documenti
L’allestimento di Min el Djazaïr si distingue per una cifra stilistica che evita il realismo didascalico per abbracciare la potenza evocativa del teatro di figura. La narrazione si sviluppa attraverso una sovrapposizione di piani: le proiezioni di immagini d’epoca si alternano a ombre cinesi e figure animate, creando un’atmosfera rarefatta e onirica. Questa scelta tecnica permette di visualizzare la fragilità della memoria, restituendo allo spettatore la sensazione di un mondo che sta scomparendo sotto i colpi della storia. I tessuti, elemento centrale nella vita delle protagoniste, diventano metafora dei legami sociali che si lacerano e delle trame familiari che vengono bruscamente interrotte.
Un ruolo fondamentale è affidato alla componente sonora. La potenza emotiva del racconto è sostenuta da brani musicali arabi ed ebraici eseguiti rigorosamente in diretta. Le canzoni dell’epoca non sono semplici accompagnamenti, ma veri e propri documenti vivi che restituiscono i colori e i profumi di un’Algeri perduta. La commistione di lingue e sonorità riflette la complessità culturale del Maghreb di quegli anni, rendendo omaggio a una coesistenza che la guerra ha finito per frantumare. Lo spettacolo, recitato in lingua originale con l’ausilio di sopratitoli, preserva così l’autenticità dei suoni e delle espressioni tipiche di quella specifica realtà storica.
Una geografia teatrale del mondo al Nuovo Teatro Ateneo
L’ospitalità della Compagnia Hékau si inserisce in una programmazione primaverile che il Nuovo Teatro Ateneo ha concepito come una vera e propria “geografia teatrale”. Da marzo a maggio, il palcoscenico della Sapienza diventerà un crocevia di culture, attraversando il Messico, l’India, la Siria e il Perù. Opere come Kohlhaas di Marco Baliani, la danza di Marco Berrettini o le riflessioni sulla memoria politica di Mudar Alhaggi, compongono un mosaico che mira a indagare il limite tra giustizia, identità e diritto al ricordo.
Il progetto culturale del Teatro Ateneo, sotto l’egida del Polo Museale Sapienza, si conferma così un presidio fondamentale per la cittadinanza e per la comunità studentesca. Attraverso spettacoli come Min el Djazaïr, l’istituzione non si limita a offrire intrattenimento, ma propone strumenti critici per comprendere le radici dei conflitti moderni e il valore del pluralismo. L’invito rivolto al pubblico è quello di lasciarsi trasportare in questo racconto d’esilio che, pur parlando di un passato specifico, finisce per toccare corde intime che appartengono a chiunque abbia mai sperimentato la perdita o la necessità di ricominciare.
Info utili
- Spettacolo: Min el Djazaïr della Compagnia Hékau
- Data: 17 marzo 2026
- Orario: 20:30
- Luogo: Nuovo Teatro Ateneo, Piazzale Aldo Moro 5, Roma (Edificio CU017)
- Accessi: Ingresso da Piazzale Aldo Moro 5 o viale delle Scienze 11
- Dettagli: Spettacolo in lingua originale con sopratitoli in italiano
(Foto: Cie Hékau Min el Djazair “Halle aux cuirs”; crédit Julie Boillot-Savarin)
