- Cosa: Lo spettacolo teatrale Arizona di Juan Carlos Rubio, con la regia di Fabiana Pagani.
- Dove e Quando: Al Teatro di Documenti di Roma (Testaccio), dal 20 al 22 febbraio.
- Perché: Una riflessione feroce e attuale sulla disumanizzazione, i confini e la paura dell’altro, ispirata a fatti di cronaca reale.
L’Arizona non è solo uno Stato geografico, ma un confine dell’anima dove la sabbia del deserto si mescola a convinzioni granitiche e pericolose. Dal 20 al 22 febbraio, il Teatro di Documenti di Roma ospita Arizona, un’opera scritta nel 2005 dal drammaturgo internazionale Juan Carlos Rubio e portata in scena con la regia di Fabiana Pagani. Lo spettacolo, che gode del patrocinio dell’Ufficio Culturale dell’Ambasciata di Spagna, si presenta come un grido di spaventosa attualità, capace di anticipare dinamiche sociali e politiche che oggi dominano il dibattito globale, dalla costruzione di muri fisici alla creazione di barriere mentali insormontabili.
Al centro della vicenda troviamo George e Margaret, interpretati da Rocco Marazzita e Eleonora Cerroni, con la partecipazione di Wen Liccardi. La coppia approda in Arizona quasi fosse in luna di miele, ma l’obiettivo del loro viaggio è tutt’altro che romantico: sono lì per sorvegliare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Ispirandosi alla vera storia dei “Minutemen” — cittadini americani armati che pattugliavano i confini per fermare l’immigrazione clandestina — Rubio tratteggia il ritratto di due “persone della porta accanto” che, convinte di agire per il bene della patria e della sicurezza, trasformano la propria esistenza in una tragedia selvaggia.
Tra sogno americano e tragedia selvaggia
L’estetica scelta dalla regista Fabiana Pagani attinge deliberatamente alle atmosfere di American Beauty, ricreando quel mondo lucido, patinato e rassicurante che caratterizza l’ideale del successo e dell’apparenza statunitense. Inizialmente, la vita di George e Margaret appare come una commedia romantica, un quadro di perfezione domestica trasportato nel cuore del deserto. Tuttavia, questa armonia superficiale è destinata a incrinarsi rapidamente sotto il peso dell’attrezzatura militare e delle armi che la coppia porta con sé. La presenza costante di strumenti di offesa e vigilanza trasforma il quotidiano in una prigione di tensione, dove il caldo soffocante e il silenzio dell’Arizona diventano lo specchio di una crisi esistenziale profonda.
George incarna l’insoddisfazione e il controllo, mentre Margaret, dietro la maschera di moglie devota, inizia a porre domande scomode che rompono l’incantesimo. È proprio in questo contrasto tra la bellezza apparente e la violenza latente, tra il desiderio di ordine e la fragilità umana, che emerge la verità dei personaggi. La commedia musicale che sembrava essere la loro vita si sgretola, rivelando una realtà assurda e insostenibile. La regia punta a sottolineare come il capitalismo estremo porti a una progressiva disumanizzazione, trasformando il timore verso i poveri e i rifugiati in una missione morale distorta.
Una giovinezza vulnerabile e manipolabile
Una delle scelte registiche più forti di questa produzione riguarda l’età dei protagonisti. Fabiana Pagani ha scelto di immaginare George e Margaret più giovani rispetto a quanto suggerito originariamente dall’autore. Questa decisione nasce dalla volontà di riflettere sull’ondata contemporanea di giovani che si avvicinano a movimenti di estrema destra senza comprenderne pienamente le radici storiche. Vedere un ragazzo o una ragazza che imbraccia un’arma per odiare uno sconosciuto è un gesto potente e anacronistico, che mette in luce la vulnerabilità delle nuove generazioni di fronte alla manipolazione dei mezzi tecnologici moderni.
Questi giovani protagonisti non hanno coscienza del passato, né sembrano percepire le conseguenze reali delle proprie azioni, eppure le loro scelte finiscono per cambiare drasticamente la vita di molte persone. La giovinezza, tradizionalmente simbolo di apertura e futuro, diventa qui il terreno fertile per una paura che si traveste da dovere. Lo spettacolo interroga direttamente lo spettatore, chiedendo come sia possibile alzare una mano per pregare e l’altra per respingere chi chiede aiuto, mettendo a nudo l’ipocrisia di una società che si dichiara civile mentre costruisce muri per dividere le coscienze.
La firma di Fabiana Pagani al Teatro di Documenti
La messa in scena di Arizona beneficia della vasta esperienza internazionale di Fabiana Pagani, la cui formazione si è sviluppata tra l’Argentina e l’Italia. Il suo percorso artistico, nato a Buenos Aires, è da sempre orientato alla ricerca della verità emotiva e all’incontro tra diverse culture e linguaggi. In questo lavoro, la regista mette al servizio della drammaturgia di Rubio una sensibilità pedagogica e teatrale che trasforma il palco in uno strumento educativo e umano. La collaborazione tra gli interpreti e la visione della regista restituisce un’opera che non parla solo di due individui sperduti nel deserto, ma racconta le paure collettive di un’intera epoca.
Il Teatro di Documenti, con la sua architettura unica situata nel cuore di Testaccio, si conferma la cornice ideale per un’opera così intima e al tempo stesso universale. La prossimità tra attori e pubblico esaspera il senso di claustrofobia e partecipazione, costringendo chi guarda a confrontarsi con lo specchio crudele offerto dalla pièce. Arizona è un invito a guardare oltre la frontiera di sabbia e convinzioni, per riscoprire quella capacità di compassione che sembra essersi smarrita tra le pieghe della modernità e del potere.
Info utili
- Date e orari: Venerdì 20 e sabato 21 febbraio ore 20:45; domenica 22 febbraio ore 18:00.
- Indirizzo: Teatro di Documenti, via Nicola Zabaglia 42, 00153 Roma.
- Contatti: Telefono 06/45548578; Cellulare 328/8475891.
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