Mercoledì, 20 Giugno 2018

matrimonio_romano_artSpondesne?’, cioè ‘Prometti?’, chiedeva nell’antica Roma lo sposo al padre della sua futura moglie, e questi rispondeva : ‘Spondeo’, ‘Prometto’. Con la promessa di nozze, lo sposo infilava quindi all’anulare sinistro della sposa un anello d’oro come simbolo della loro unione.
Ma se la cerimonia è giunta pressoché inalterata fino ai nostri giorni, altrettanto non si può dire del matrimonio. Contrariamente ad oggi, l’unione dei coniugi non veniva infatti sancita dalla cerimonia, che aveva il valore di semplice rito, ma dall’inizio della convivenza. Era questa a determinare gli effetti giuridici del matrimonio, non l’inverso.
Anche il concetto di libertà, per noi elemento cardine, non era basilare tanto al momento di contrarre il matrimonio, quanto in seguito, come atto di volontà per acconsentire alla sua prosecuzione.
Viaggio attraverso i secoli, in un’istituzione ancora oggi alla base della nostra società.

Secondo il nostro moderno ordinamento, il matrimonio è disciplinato dalle forme giuridiche vigenti, ed è pertanto un negozio giuridico conseguente ad atti e forme, i cui vizi possono decretarne l’annullamento. Condizione per noi imprescindibile è la libertà dei contraenti.
Il matrimonio romano aveva invece inizio solo dopo la convivenza dei coniugi. La cosiddetta deductio della moglie nella casa coniugale, non era cioè un atto conseguente al matrimonio, ma il fattore che lo rendeva possibile. Anche il concetto stesso di volontà dei contraenti matrimonio differiva dal nostro, poiché non era necessaria per dare inizio al matrimonio, ma per consentirne la prosecuzione ( affectio maritalis).
In sostanza, mentre per noi il matrimonio è conseguente agli atti giuridici che lo regolamentano, accompagnati eventualmente da riti religiosi, per gli antichi romani era determinato da una situazione di fatto.
All’epoca esistevano dei riti nuziali come la confarreatio, riservata alle classi sociali più elevate, così detta perché gli sposi offrivano agli dei una focaccia di farro; la coemptio, accessibile anche ai plebei, una sorta di matrimonio per compera dove la donna diveniva giuridicamente figlia e lo sposo padre, al fine di garantire i diritti di successione; infine l’usus, dove la coabitazione per un anno di una patrizia con un plebeo costituiva matrimonio. La donna rimaneva sotto la patria potestà della famiglia di origine e conservava i diritti di successione.
Né la confarreatio, né la coemptio, né l’usus davano quindi inizio a un matrimonio, rimanendo solo semplici riti, che col tempo caddero in disuso, scomparendo completamente intorno al II secolo.
Successivamente venne riconosciuta un’unica forma matrimoniale, più vicina all’idea di matrimonio da noi oggi intesa.

Nella nostra società, due individui adulti che lo desiderino, in assenza di impedimenti, possono sposarsi liberamente. Non era invece così nell’antica Roma, dove non era riconosciuto il concetto di uguaglianza universale degli uomini di fronte alla legge. Condizione imprescindibile per contrarre matrimonio era infatti il conubium, cioè uno stato giuridico personale da cui erano esclusi ad esempio gli schiavi e gli appartenenti a classi sociali diverse.
Accertato il possesso del conubium, veniva organizzata una cerimonia in cui la sposa prima consacrava i giochi della sua infanzia agli dei, e poi, con l’aiuto di una matrona, indossava una tunica bianca ed un velo color fiamma. Dopo il sacrificio inaugurale di un animale, di solito una pecora, davanti a testimoni, parenti e amici, gli sposi pronunciavano la formula di rito, e firmavano il contratto matrimoniale unendo le mani destre in segno di reciproca fedeltà. Seguiva un banchetto, i cui fasti dipendevano ovviamente dallo stato sociale della coppia, e a fine serata la sposa veniva accompagnata a casa del marito dagli invitati, che le indicavano la via tramite delle fiaccole, invocando il dio delle nozze Imene. La sposa portava in mano fuso e conocchia, affiancata da un giovane con una torcia accesa nel focolare domestico. Sull’uscio il marito attendeva la moglie, la quale con la frase di rito ‘Ubi tu Gaius, ibi ego Gaia’, si impegnava a vivere con lui per tutta la vita, dopodiché lui la portava in casa sollevandola perché non inciampasse, cosa considerata di cattivo auspicio.
Come già detto, la cerimonia aveva il valore di semplice rito antecedente al matrimonio, che aveva inizio solo con la coabitazione degli sposi, e che prevedeva l’assoluta monogamia. In questo i Romani si differenziarono da altri popoli, per i quali la poligamia era legale, forse anche per garantire i diritti di successione, in quanto i figli ereditavano la status giuridico del padre.

Immagine tratta da Wikipedia

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