Domenica, 20 Settembre 2020

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La linea di sangueLa linea di sangue di Dario Piermarini (Edizioni Ensemble) è un archeo-thriller dove il filo narrativo teso tra passato e presente intreccia una trama serrata e appassionante.


Nel Parco degli Acquedotti, quadrante Sud-Est di Roma, cercando di scoprire il tracciato sepolto dell’antica consolare Via Latina, i protagonisti Cucchio e Morene, due ragazzi dell’Appio Claudio, trovano un borsone pieno di banconote, lingotti d’oro e armi. E’ in quell’esatto momento che il profumo della resina dei pini si mischia all’odore del sangue, e il percorso dell’antica strada porta la trama verso una direzione narrativa imprevedibile. Un intricato mistero lega infatti la storia della Roma antica a quella degli anni Settanta, ma i conti mai chiusi della malavita romana degli anni di piombo finiranno col trascinare Cucchio e Morene in un gioco molto pericoloso.
E’ intrigante la prosa di Piermarini, che alternando dettagliati articoli di Paese Sera a intense confessioni registrate, sa costruire un thriller avvincente e scattante. L’enigma verrà svelato al lettore nelle ultime pagine, grazie anche all’attenta ricostruzione storica di uno dei decenni più bui della storia italiana, e solo dopo un clamoroso colpo di scena, perché “si dice che per nascondere bene qualcosa devi averla sempre sotto il naso”.

Dario Piermarini, lei esordisce letterariamente con un intrigante archeo-thriller. Perché ha scelto proprio questo genere?
DP: Volevo scrivere un romanzo diverso dal solito, in cui l’enigma dell’antico tracciato di una consolare romana si sviluppasse parallelamente al racconto e venisse svelato al lettore soltanto negli ultimi capitoli, creando una sorta di giallo nel giallo. Archeo-thriller è la definizione corretta, anche se la componente “thriller” del romanzo è quella predominante.

Lei è un ingegnere esperto di Big-Data. Alcuni si stupiscono che chi per mestiere è proiettato verso il futuro guardi con tanta passione all’antichità…
DP: Albert Einstein diceva che la divisione tra passato, presente e futuro è solo un’ostinata illusione. Lui si riferiva alla fisica ma io credo che in qualunque disciplina possiamo andare oltre il fascino dell’antico quando guardiamo un’opera del passato. Prendiamo ad esempio una consolare romana, una cattedrale, un ponte, un veliero: erano la massima espressione dell’ingegno umano quando vennero realizzati e rappresentavano delle sfide molto ardue per quel tempo. Hanno consentito di aggiungere un altro mattoncino nel progresso della nostra civiltà e oggi siamo qui anche grazie a quelle innovazioni del passato. Ecco, quindi, che anche un antico acquedotto romano acquista un nuovo fascino, diverso rispetto a quello che può percepire un occhio attento di uno storico o di archeologo.

E’ per questo che nel suo romanzo la Roma antica e quella contemporanea si confrontano di continuo?
DP: Sì, proprio per rimarcare che non esiste una soluzione di continuità tra passato, presente e futuro. E non è un caso che il romanzo si svolga all’interno del Parco degli Acquedotti che è un elemento invariante rispetto al tempo, una sorta di varco temporale che può farci viaggiare nei secoli.

La linea di sangue corre lungo l’antica consolare Via Latina, intrecciando intensamente le vite dei personaggi. E’ stato un po’ così anche per lei?
DP: Da lettore mi sono sempre posto anch’io la stessa domanda: quanto influisce il vissuto di chi scrive nella costruzione del personaggio? La risposta dopo questo mio primo romanzo è molto. Influisce molto. Cucchio e Morene, i protagonisti della storia, hanno il loro bel fardello di vita personale dell’autore da portarsi sulle spalle ma credo che uno scrittore diventi veramente bravo quando riesce a creare dei personaggi senza attingere alla propria esperienza. Giulio Verne riusciva ad esplorare terre lontane, gli abissi più profondi e la Luna senza essersi mai mosso dal sofà di casa. Viaggiava con la fantasia e portava il lettore con sé.

La periferia romana è una protagonista centrale della sua narrazione. E’ stata una scelta di testa o di cuore?
DP: Entrambe le cose. E’ una scelta di cuore perché tanti anni fa ho deciso di andare a vivere nel quartiere Appio Claudio, vicino a Cinecittà. E’ diventata anche una scelta di testa considerato che, come tutte le cose che amiamo, iniziamo a conoscerle, comprenderle, studiarle. La storia del quadrante Sud-Est di Roma è affascinante perché fino agli anni ’60 la città finiva al Quadraro e da lì iniziava l’aperta campagna. Poi, con il Piano INA Casa voluto dall’allora ministro del Lavoro e Previdenza Sociale Amintore Fanfani, è cambiato tutto. E’ iniziato lo sviluppo di questa zona e, in pochi decenni, una città grande come Bari si è insediata alla periferia di Roma con tutte le sue anime, i suoi problemi, le sue contraddizioni ma che con tutto il suo fascino e la sua umanità. Era il luogo ideale in cui ambientare il mio romanzo.

Infine, riprendendo una domanda che lei pone in un capitolo: “Cosa resta della Roma di Pasolini?”
DP: Rispondo con piacere a questa domanda perché amo profondamente Pasolini e mi sono sempre chiesto, se ora fosse ancora vivo, cosa penserebbe di Roma e dello stato di degrado delle nostre periferie. La Roma “accattona” che raccontava era appena uscita dalla guerra, era una Roma povera e non istruita. L’occhio del lettore guardava con affetto i personaggi di Pasolini, giustificando e comprendendo la loro miseria e quella della città in cui vivevano. Oggi l’Italia è riuscita a rialzarsi ma Roma, la sua Capitale, continua ad essere una città sporca, disorganizzata, sicuramente non all’altezza della sua storia. Da questo punto di vista dovremmo chiederci non tanto cosa resta ma cosa è cambiato dalla Roma di Pasolini, eccetto l’alibi che ormai non abbiamo più per non esser riusciti a rendere questa città una vera capitale europea.

Dario Piermarini è un ingegnere esperto di Big-Data appassionato di storia dell’antica Roma e di bicicletta. E’ tra i fondatori del Settimo Biciclettari, un’associazione che promuove l’uso della bici come alternativa all’automobile. L’associazione ha ideato un progetto per collegare i parchi di Roma tramite un percorso ciclo-pedonale chiamato Asse degli Acquedotti.
Attualmente ricopre l’incarico di Data Scientist presso la Corte dei Conti.
La linea di sangue è il suo romanzo d’esordio.

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