- Cosa: Lo spettacolo teatrale Il Canto del cigno di Anton Cechov, interpretato dal grande Maestro Ugo Pagliai.
- Dove e Quando: Presso il Teatro di Villa Lazzaroni a Roma, sabato 21 febbraio (ore 21.00) e domenica 22 febbraio 2026 (ore 17.30).
- Perché: Un’occasione rara per vedere un’icona del teatro italiano confrontarsi con i grandi classici di Shakespeare e Cechov in una riflessione profonda sull’arte e sulla vita.
L’appuntamento con la grande drammaturgia russa e l’interpretazione d’autore si rinnova nel cuore del quartiere Appio-Latino. Il Teatro di Villa Lazzaroni si prepara ad accogliere uno degli eventi più attesi della stagione: la messa in scena de Il Canto del cigno, un atto unico di Anton Cechov che vede come protagonista assoluto Ugo Pagliai. Questa produzione, curata da Tommaso Garré con la consulenza artistica di Tommaso Pagliai, rappresenta un viaggio onirico e struggente nella memoria di un uomo che ha dedicato l’intera esistenza al palcoscenico, trasformando la propria voce in uno strumento di connessione tra l’umano e il divino.
La vicenda si snoda attorno alla figura di Svetlovidov, un attore “mattatore” ormai sul viale del tramonto che, dopo una serata di festeggiamenti e abbondanti libagioni, si ritrova solo all’interno di un teatro di provincia deserto. È in questa solitudine densa di echi che il protagonista inizia a dialogare con i propri fantasmi, cercando di rintracciare il senso profondo di una carriera gloriosa trascorsa a incantare le platee. L’allestimento si avvale delle musiche curate da Dario Arcidiacono, che sottolineano il passaggio tra la realtà polverosa del retropalco e la dimensione metafisica del ricordo.
L’estetica del Logos e la missione dell’attore
Al centro della narrazione cechoviana, rielaborata per questa occasione, risiede il concetto di logos. La parola recitata non è qui un semplice veicolo di informazioni, ma una linfa vitale che collega tradizioni antiche alla sensibilità contemporanea. Per Svetlovidov, interpretato con la consueta maestria e sensibilità da Ugo Pagliai, il teatro non è mai stato un semplice mestiere, bensì una vocazione quasi sacerdotale. Attraverso la recitazione, l’attore esplora il valore curativo della parola, contrapponendo all’energia oscura del tempo che passa e della morte imminente un amore incondizionato per le scene e per i ruoli che hanno segnato la sua vita.
Questa dimensione spirituale viene introdotta magistralmente dal riferimento al Fedone di Platone. Il celebre brano platonico chiarisce il vero significato del “canto del cigno”: contrariamente alla credenza comune che lo vuole come un lamento di dolore prima della fine, il canto è in realtà una manifestazione di gioia. Il cigno canta perché intravede la liberazione e il ricongiungimento con il dio delle arti, della medicina e della profezia. Allo stesso modo, il protagonista di Cechov non si arrende al silenzio, ma esplode in un ultimo, vibrante grido di giubilo, celebrando la bellezza dell’arte come forma suprema di conoscenza.
Un viaggio tra i giganti della letteratura mondiale
La performance di Pagliai si trasforma in una vera e propria lezione magistrale, dove la finzione teatrale cede il passo alla verità dell’emozione. Sul palco di Villa Lazzaroni, lo spettatore vedrà Svetlovidov/Pagliai rievocare i grandi “cavalli di battaglia” che hanno costruito il mito dell’attore moderno. In un gioco di specchi e memorie, riemergono le ombre di Amleto e Otello, le beffe di Falstaff, la solennità di Boris Godunov e, soprattutto, la tragica grandezza di Re Lear. Quest’ultimo, pilastro fondamentale della carriera di Pagliai, diventa il fulcro attorno a cui ruota l’intera riflessione sulla vecchiaia, il potere e la perdita.
L’interpretazione si spinge oltre la semplice citazione, scavando nelle pieghe dei sentimenti più intimi. Il racconto tocca gli amori più grandi del protagonista: il Teatro stesso, inteso come entità viva, e una donna descritta come giovane e snella come un pioppo, simbolo di una giovinezza perduta ma mai dimenticata. Seguendo la lezione di Cechov, lo spettacolo rinnega ogni possibilità di menzogna. Come viene sottolineato nel testo, se nella vita quotidiana è possibile ingannare il prossimo o persino cercare di sviare il divino, nell’Arte non è ammessa alcuna bugia. Ogni gesto e ogni parola devono brillare di una verità assoluta e necessaria.
Il valore civile e culturale del teatro di quartiere
La scelta di ospitare un artista del calibro di Ugo Pagliai conferma la centralità del Teatro di Villa Lazzaroni nel panorama culturale romano. Situato in una cornice storica suggestiva, il teatro continua a proporsi come un presidio di resistenza artistica, capace di alternare sperimentazione e grande tradizione. La pièce, intrisa di spirito dionisiaco, invita il pubblico a riflettere sul ruolo della cultura nella società moderna: non un mero intrattenimento, ma uno strumento di analisi interiore e di crescita collettiva.
In un’epoca dominata dal consumo rapido di contenuti digitali, assistere al Canto del cigno significa riappropriarsi del tempo dell’ascolto. La regia di Garré e la presenza scenica di Pagliai restituiscono al pubblico la densità di un’esperienza che è insieme intellettuale ed emotiva. Il “grido di giubilo” del protagonista è un invito a non temere il declino, ma a celebrarne la consapevolezza attraverso la bellezza. L’appuntamento di febbraio rappresenta dunque un’occasione imperdibile per chiunque voglia riscoprire la potenza del teatro di parola e la statura di un interprete che ha fatto la storia dello spettacolo italiano.
Info utili
- Luogo: Teatro di Villa Lazzaroni, Via Appia Nuova, 522 – Via Tommaso Fortifiocca, 71 (Roma)
- Date: Sabato 21 febbraio ore 21.00; Domenica 22 febbraio ore 17.30
- Parcheggio: Disponibile parcheggio gratuito presso l’ingresso di Via Tommaso Fortifiocca
- Contatti: 392 4406597 – info@teatrovillalazzaroni.com
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