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Accosta er pane ar dente che la fame s’arisente

fameOvvero: Avvicina il pane al dente che la fame si risente. Insomma, altrimenti detto con un altro modo di dire, l’appetito vien mangiando.

Proverbio più che noto nella versione classica, un po’ meno in quella romana, che risulta però, se me lo passate, più simpatica.
E’ la descrizione di una vera e propria vignetta che si potrebbe rappresentare con la seguente situazione: il romano che rifiuta di partecipare alla solita abboffata lamentando una certa sazietà, nonostante l’aspetto, un po’ panciuto, che tradisce la sua abitudine a mangiare più del necessario in ogni occasione, insomma di buona forchetta … l’amico che lo invita ad avvicinare un bel pezzo di pane, magari quello buono, fresco, appena fatto e croccante di Genzano, ai denti e, quindi, soprattutto al naso (organo essenziale per il risveglio dell’appetito) … il profumino del pane che sale alle narici … il sapore sapido che arriva al palato non appena il canino affonda nella crosta … e BOOM, di botto, si apre lo stomaco. Sì insomma la fame si smuove all’improvviso e … non proprio inaspettatamente.

Anche perché “la fame s’arisente“, ovvero la fame si fa sentire di nuovo, suona anche come “si risente” nel senso di “se la prende” come un fatto personale, è stata provocata e reagisce di conseguenza. Un po’ come quando si va a svegliare il can che dorme, che di soprassalto si riprende dal sonno ed è subito pronto all’attacco. Allo stesso modo lo stomaco, stimolato, con un sussulto si sveglia dal torpore ed è subito pronto alla grande mangiata. D’altra parte il pane appena sfornato (meglio se dei Castelli) convincerebbe anche il più ostinato degli inappetenti!

Una metafora che ben si adatta allo spirito romano più conviviale, un po’ pigro e ciononostante sempre pronto a dar giù di forchetta e coltello … solo se proprio non è il caso di usare le mani, che restano il mezzo di trasporto del cibo dal piatto alla bocca del pigro DOC!
Se poi ad accompagnare il pane si aggiunge qualche buon piatto della nostra tradizione, che stuzzica la gola e richiede l’accompagnamento di un buon vino, allora la fame si risente al quadrato: pasta e fagioli, bucatini all’amatriciana, rigatoni alla carbonara, trippa al sugo ed abbacchio scottadito, con cicoria ripassata in padella per contorno, sono solo alcuni classici della tradizione culinaria romana che fanno venire l’acquolina in bocca.

E se ancora la fame proprio non vuole arrivare potete provare con i tradizionali spaghetti all’aglio, olio e peperoncino, che, come si fa nei pranzi luculliani, si servono a fine pasto per aiutare la digestione e riaprire lo stomaco (almeno così dicono i nonni), per poter poi ricominciare da capo (solo per chi ha davvero coraggio). Se non ve la sentite di provare sulla vostra pelle, potete comunque tentare di convincere qualcuno a farlo per voi, cambiando leggermente il proverbio nella forma “Accosta … lo spaghetto ar dente che la fame s’arisente”. Osservate scientificamente i risultati e noterete che, come si suol dire, i proverbi degli antichi difficilmente sbagliano.

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