Controvita di Paolo P. – Una storia sbagliata –

Nell'ambito della corposa produzione letteraria nata intorno alle opere e alla vita di Pier Paolo Pasolini, Controvita di Paolo P. – Una vita sbagliata – di Libero Petrucci (Viola Editrice) si distingue per la sua analisi lucida e appassionata.
Scrivere sull'autore contemporaneo forse più citato e studiato – per lo meno in Italia – ma anche equivocato, è impresa ardua, eppure Petrucci riesce a restituire al lettore un Pasolini libero dalle mistificazioni in cui è stato costretto. Oggetto di indagine, più che la dimensione intellettuale, è il corpo del poeta, il luogo fisico in cui accanto a carnalità e desideri, albergano solitudine e delusione.
La narrazione, scrupolosa e vivace, scorre sulla spinta della ricerca della verità. Non quella ossessiva – e fino a oggi infruttuosa – sulla morte del Nostro, ma intesa come costante processo di disambiguazione della realtà, motore di ogni creazione artistica. Sebbene opera di fantasia, Controvita di Paolo P. poggia su una solida ricostruzione storica. Sullo sfondo sfilano il movimento del '68, le lotte per i diritti civili (aborto, divorzio), gli anni di piombo nella capitale (battaglia di Valle Giulia, rogo di Primavalle), così come si intravedono le figure di Dacia Maraini e Laura Betti. Senario di una Roma “abbrutita”, ma da cui Pasolini non può staccarsi, come poeta e come uomo.  

Libero Petrucci, perché, come si legge in esergo, il suo “non è un romanzo su Pier Paolo Pasolini”, ma “un romanzo con Pier Paolo Pasolini”?
LP: Quello che ho voluto scrivere è innanzitutto un romanzo, quindi un'opera di fantasia, nella quale, nonostante il contesto storico e molti personaggi siano tratti dalla realtà, ciò che avviene è frutto della immaginazione dell'autore; in questo contesto il protagonista, e quindi Pasolini, non è un obiettivo dell'indagine, della ricerca, ma il suo strumento: egli ci accompagna in alcuni episodi, totalmente inventati, per mettere a nudo, insieme alla sua personalità, la nostra, sia quale eventuale condivisione di sentimenti, sia in opposizione a essi.

Quello che ho creduto trovare in lui, dall'entusiasmo giovanile alla solitudine e al senso di precarietà che hanno segnato l'uomo maturo, conscio di essere, nonostante avesse solo poco più di 50 anni, agli sgoccioli della sua esperienza artistica e forse umana, tanto da sentire di dover lasciare una sorta di testamento, una summa della sua opera, quale è Petrolio, è l'archetipo di una formazione che non posso negare di aver sentito mia e che ho ritenuto poter essere comune a molti.

Non è un caso che abbia scritto il libro alla soglia dei miei 50 anni, dopo aver inseguito, da cittadino di Ostia, per molti anni, sin dall'inizio della mia formazione scolastica, la sua parabola.

In buona sostanza, questo meccanismo mi ha consentito di poter liberamente dare dinamica a quello che una biografia e/o un saggio non sono in grado di fare, l'espressione romanzesca di una personalità che per oltre 50 anni, anche prima invero della sua morte, ma molto più smaccatamente dopo, è stata soprattutto incanalata per non dire sfruttata in un'ottica ideologica o politica, trascurando quello che io ho invece sempre ritenuto essere il suo tratto più significativo, la sua profonda umanità.

Invece di averlo come santino o come bersaglio, ho voluto farmi prendere per mano e lasciarmi accompagnare.

Controvita di Paolo P. ha una struttura circolare: si apre e si chiude con un riferimento al concetto di verità. Pensa che la sua ricerca sia sempre stata fondamentale per l'autore?
LP: Ha colto uno dei punti cardine del libro. Da Oscar Wilde, a Pasolini stesso sino a Giulio Andreotti, ho voluto porre l'accento sul concetto di verità, anche in risposta e soprattutto in polemica con coloro che rivendicano la esistenza ovvero la inesistenza di una verità rispetto alla sua morte. Il senso soprattutto dell'ultimo capitolo, con i suoi riferimenti alle scene di Petrolio, oltre a essere un richiamo alla tesi della morte dello scrittore come compimento ultimo della sua opera, vuole mettere in luce quanto la verità sia il più delle volte, e forse nelle sue manifestazioni più proficue, ambigua, e in questo senso come anche la sua morte, come la sua vita, e, per quanto ho detto sopra, non solo la sua, ma anche le nostre, non solo vivano di una perenne ambiguità, ma in essa trovano uno degli stimoli principali dell'essere, soprattutto ovviamente per chi intenda creare qualcosa. L'arte è una continua negazione di verità, e un rovesciamento perenne di ciò che appare definitivo, acquisito e immutabile.

A mio avviso, tutta l'opera pasoliniana, e quello che io ho voluto trasmettere, è un modo di porsi davanti a quella che ci viene ogni giorno presentata come “verità”, e cioè il doversi chiedere continuamente, incessantemente e spesso disperatamente: “e se non fosse affatto così?”.

Tra le pagine, emerge un Pasolini teso tra mente, con il suo afflato poetico, e corpo, tra verità e ipocrisia. Crede che questi estremi ne abbiano segnato l'esistenza in modo significativo?
LP:Più che ipocrisia, come ho scritto prima, si tratta di ambiguità. E spesso di provocazione. La necessità di dover sempre stravolgere, di prendere la posizione più difficile da sostenere, di scandalizzare a ogni costo, non è un lato narcisistico della personalità, anche se senza dubbio ne è una componente, ma un modo di essere, e il tentativo di scuotere dal torpore sia l'utente, il fruitore, che l'interprete.

Anche il suo pedagogismo continuo, ovviamente figlio della sua natura tesa all'insegnamento, come ho voluto raccontare nel capitolo dedicato ai suoi anni giovanili in Friuli, si scontra con una carnalità che lo pone anche come bersaglio non solo ideologico ma fisico nella comunità; infine la sua vena poetica segna il punto di non ritorno che lo costringe a fuggire dal Paese, scoprendo come l'ispirazione gidiana non vale a scriminare una condotta che l'autorità giudica inopportuna.

Forse manca una biografia del suo corpo, a fronte di una vastissima biografia della sua mente, e nel mio libro ho provato a ridare a quel corpo il desiderio e il sudore e il sangue anche al di là dei soli tratti che oggi si ricordano, l'omosessualità e la morte, avendo vissuto sul corpo e con il corpo anche la solitudine, la speranza, l'esaltazione, la delusione.

Allo stesso modo lo scrittore appare diviso tra Casarsa, il luogo della giovinezza, che si dice incapace di abbandonare, e Roma, la città dove desidera stare. È così?
LP: Come ho detto prima, il suo allontanamento da Casarsa è stato una fuga vera e propria, romanzesca lui l'ha definita.

A Roma trova probabilmente la realizzazione delle sue aspirazioni, prima come uomo e poi come artista. Regala a Roma i suoi personaggi migliori e trae da Roma il senso proprio della sua consistenza di uomo, che una volta che il boom economico travolgerà sarà costretto a inseguire in altri luoghi lontani ed esotici. L'intermezzo in Nepal racchiude questa ricerca e si conclude con la lettera alla madre, che si conclude ancora in una straziante e dolorosa delusione.

Il romanzo inizia e si conclude a Roma, e cerca di dare di Roma quegli aspetti contraddittori che ivi convivono. E Roma è anche il Palazzo, il Potere e l'autorità che cercano di sopraffare quella voce, inviando un “infiltrato” allo scopo di dimostrarne la pericolosità, e che forse hanno un ruolo attivo nella sua morte. Intanto gli amici si allontanano, lui non partecipa agli incontri nella casa di Sabaudia e si crea un buen retiro isolato, dove lavorare in pace, ma dove i tentacoli di quella persecuzione romana non possono non raggiungerlo.

Tra le fonti pasoliniane che lei cita come pagine di diario inedite cosa ha trovato?
LP: In realtà tutte le fonti dichiarate inedite sono completamente inventate. Le lettere, i diari, non sono testi realmente esistenti ma inventati, sebbene ovviamente in parte rielaborando i suoi scritti, le lettere, etc.

Lui ha lasciato un materiale sterminato, impossibile conoscerlo tutto, soprattutto per uno come me che non è uno studioso, ma un semplice appassionato; devo dire che la sua voce però l'ho ritrovata nella sua genuinità soprattutto nei romanzi giovanili, scritti alla fine degli anni quaranta e pubblicati molto dopo, dove si riconosce la genesi dell'uomo che ho voluto rappresentare nel romanzo.

La curiosità del “fenomeno” Pasolini è che nonostante una tale mole di scritti, sia costantemente ricordato per due o tre frasi o citazioni che tornano buone in determinate occasioni, ora all'uno, ora all'altro dei contendenti. Peraltro, tuto ciò come se lui fosse una sorta di oracolo di verità quando, come ho detto, per tutta la sua vita non ha fatto altro che porla in discussione, individuandola non tanto nelle artefatte costruzioni teoriche, quanto dal suo suono speciale, inconfondibile e che non necessita di sovrastruttura o di spiegazioni, come scrive a Giovanni Ventura: la verità si riconosce e basta.

Alla luce delle sue ricerche, secondo lei qual è il messaggio più significativo che ci ha lasciato in eredità Pasolini?
LP: Io ho sempre letto nella sua opera l'aspirazione a sovvertire tutto ciò che è dato per scontato, o per assioma, o per verità rivelata. Anche il Vangelo, nella sua interpretazione assume una valenza molto più profonda e diversa che nella vulgata cattolica. Il suo messaggio più importante è quello di porsi, davanti a ogni cosa, concetto, evento, accadimento che sia, cercando l'inquadratura insolita, la domanda sbagliata che nessuno pone, la risposta inconcepibile, sostenendo la posizione più ardua, quella incomprensibile, scandalizzante, eretica. Ma, lo ripeto, non per narcisismo: perché l'artista, e quindi l'uomo, è un creatore di senso, piuttosto che un fruitore passivo di un senso già dato.

Controvita di Paolo P. – Una storia sbagliata –
di Libero Petrucci
Viola Editrice

Libero Petrucci è nato nel 1973 a Roma e cresciuto nel quartiere di Ostia, tra mare e natura, e storia. Esercita l'attività di avvocato dal 2001. Lettura e scrittura sono sempre state le sue principali passioni che hanno preso forma negli anni in romanzi e storie brevi.

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