Mercoledì, 20 Giugno 2018

Roma_citt_aperta_artVinceremo!” Così il 10 giugno 1940 Benito Mussolini proclama l’entrata in guerra dell’Italia dal balcone di Palazzo Venezia. “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia”.
Il mese precedente, quando era cominciata l’offensiva sul fronte occidentale, Francia, Inghilterra e Stati Uniti avevano invitato il Duce a non far intervenire l’Italia nel conflitto. Mussolini invece, confidando in una sua rapida risoluzione, si era schierato a fianco della Germania.

Prontamente, i bollettini radio e i Giornali Luce proiettati nei cinematografi esaltano l’azione bellica italiana, ma ben presto la realtà si rivela molto diversa dalla propaganda di regime.
La disorganizzazione è preoccupante, il materiale bellico scarso, e i soldati mal equipaggiati. Che la guerra possa essere rapida appare da subito impossibile.

A Roma, come nel resto del paese, la situazione diventa drammatica. Il cibo scarseggia. Pasta, carne, olio, zucchero e patate vengono razionati, e si possono acquistare solo con le carte annonarie. Anche vestiti e scarpe sono difficili da reperire, come la benzina. Tè, caffè e cioccolato diventano generi rari e preziosi.
Radio e giornali diffondono ogni giorno messaggi per la sicurezza: “ I proiettili inesplosi non si toccano. E’ strettamente necessario che durante il tiro dell’artiglieria contraerea – e indipendentemente da qualsiasi azione di bombardamento del nemico – i romani non permangano comunque all’aperto, ma stiano riparati in luoghi chiusi e possibilmente non nei piani immediatamente sottostanti i tetti. E ciò non solamente nelle località dove l’azione contraerea si svolge, ma altresì per un raggio di almeno 10-15 Km attorno alle batterie di azione”.
A difesa di diversi monumenti vengono erette protezioni fatte di muratura o di tubi, mentre alcune statue, come quella di Marco Aurelio, vengono trasportate nei rifugi. Roma si spoglia delle sue vesti antiche e fastose, persino dei suoi giardini e aiole monumentali, che diventano orti di guerra, cioè fazzoletti di terra dove coltivare frutta e verdura per combattere la fame.

Il clima in città è cupo. Il primo scudetto vinto dalla Roma nel campionato ’41-’42, regala un breve
momento di evasione in una situazione che si fa sempre più grave.
Nel maggio del ’42, Pio XII indice un Giubileo straordinario per esprimere la propria vicinanza ai romani. La diplomazia pontificia continua inoltre ad esercitare forti pressioni, perché la capitale mondiale della Cristianità venga risparmiata dagli attacchi aerei.
Il 19 luglio del 1943 Roma viene invece bombardata. Vengono colpiti il quartiere di San Lorenzo, il Verano, il policlinico, l’università e la ferrovia. I morti sono 1500 e alcune migliaia i feriti.
A livello politico la tensione è massima. Il ministro della Giustizia Dino Grandi attacca violentemente Mussolini, accusandolo di aver devastato il paese, e invitandolo a dimettersi. Ottenuto un rifiuto, re Vittorio Emanuele III esautora il Duce, nominando nuovo capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio. Mussolini viene arrestato.
La caduta del regime fascista è accolta da molti con entusiasmo. Una svolta positiva per le sorti del paese sembra ormai possibile.
La fine del fascismo non segna però la fine della guerra. Il 13 agosto 1943 Roma viene nuovamente bombardata. Vengono colpite questa volta le zone del Prenestino, Tuscolano, Tiburtino, Portonaccio e porta Maggiore.
Il giorno seguente il governo Badoglio, al fine di evitare altri bombardamenti, dichiara Roma ‘città aperta’, cioè priva di obiettivi di interesse strategico. Purtroppo, il destino della capitale non sarà clemente.

Subito dopo, il maresciallo Badoglio tratta con gli anglo-americani un armistizio che prevede una presa di posizione dell’Italia contro la Germania, chiedendo che di esso venga data notizia solo dopo lo sbarco degli alleati. L’annuncio dell’armistizio viene invece comunque fatto l’8 settembre , lasciando le truppe italiane disorientate e senza ordini precisi.
Nell’attesa dell’aiuto degli alleati, Roma è accerchiata dai tedeschi. Re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Badoglio fuggono il giorno successivo, lasciando il paese allo sbando, e rendendosi colpevoli di un comportamento che la storia giudicherà ignobile.
Senza guida, e sotto la minaccia di bombardamenti imminenti, Roma il 10 settembre 1943 dichiara la propria resa e cade sotto il controllo tedesco. La città è piegata dal razionamento del cibo e perfino dell’acqua, e vive nell’incubo delle continue incursioni aeree. A tutto questo si aggiungono il rastrellamento del Ghetto, con la deportazione di 2091 ebrei nei campi di sterminio, le torture nel carcere di via Tasso, e l’eccidio delle Fosse ardeatine, dove 335 italiani vengono uccisi dopo l’attacco contro una colonna tedesca a via Rasella.

Quando all’alba del 4 giugno 1944 l’ottantesima divisione della quinta Armata americana entra a Roma, si scatena il tripudio. I tedeschi si ritirano. Dalle jeep i soldati lanciano cioccolata, sigarette e chewing gum. Vengono scarcerati i prigionieri politici, si ricomincia a parlare di libertà e, abolita la censura, vengono stampati giornali come Il Tempo, L’Avanti, L’Unità, Il Quotidiano. La Roma liberata ha nuovamente un sindaco, il nobile antifascista Andrea Filippo Doria Pamphilj, che si insedia pronunciando un’espressione che diventerà famosa : “Volemose bene!”  
La strada verso la libertà e la completa autonomia è però lunga. Per quasi un anno le forze alleate presidiano la città in attesa che la situazione si stabilizzi. Il Governo militare alleato, comandato dal colonnello Charles Poletti, continua a controllare tutti gli uffici pubblici e civili.
Il finanziamento delle truppe alleate pesa su una città ridotta allo stremo, dove i cittadini per procurarsi il cibo sono ancora costretti a ricorrere alle carte annonarie oppure alla borsa nera.
Con la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III abdica nominando luogotenente del regno il figlio Umberto. Nasce così un governo aperto a tutte le formazioni politiche antifasciste, presieduto dall’anziano leader del socialismo riformista Ivanoe Bonomi.
Nell’aprile del 1945 gli anglo-americani lanciano la loro ultima offensiva. Per l’Italia è la liberazione.
A Roma torna la luce nelle strade, e a testimonianza della ritrovata autonomia, dopo la partenza del colonnello Poletti, in Campidoglio svetta nuovamente la statua di Marco Aurelio.
Il nuovo governo, presieduto da Ferruccio Parri, ha come ministri Nenni, De Gasperi, Togliatti, La Malfa, Scelba, Gronchi, e dovrà guidare il paese verso la democrazia.
Il primo ottobre al cinema Capranica viene presentato in prima visione un film di Roberto Rossellini. Si intitola Roma città aperta. I romani, nelle scene, vedono, oltre alla propria storia, quella del proprio paese.

Immagine tratta da Wikipedia

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