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    Se l’inchiostro è finito

    Donata ZoccheBy Donata Zocche04/01/2024
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    Michele Tortorici torna in libreria con Se l’inchiostro è finito (Anicia), dove, accanto alla storia italiana della seconda metà del secolo scorso, ripercorre parte del proprio vissuto personale.
    Nell’introduzione l’autore precisa che il libro è un romanzo, non un’autobiografia. Eppure, nei colori e nei profumi di quella Sicilia che gli ha dato i natali, così come tra le vie di Perugia, dove la sua famiglia trasloca successivamente, si ritrovano spezzoni di un passato che palpita di autenticità. È a Roma però, dove lo scrittore si trasferisce definitivamente in età pre-scolare, che tutto ha inizio. La mattina del 7 gennaio 1954, il calamaio del banco di Michele Tortorici, alunno di una scuola elementare del quartiere appio-tuscolano, rimane senza inchiostro. “A quei tempi”, spiega l’autore, si scriveva ancora col pennino, le biro sarebbero arrivate solo molti anni più tardi.
    Quasi settant’anni dopo, il piccolo imprevisto di quella giornata invernale – legato a un episodio che verrà svelato solo nell’ultimo capitolo – diventa per l’autore l’occasione per riallacciare i fili della memoria, e rivisitare un’epoca – quella del cosiddetto boom economico –  da cui nel frattempo è emerso un Paese completamente diverso, e talvolta dimentico delle proprie abitudini secolari. Il racconto interrotto davanti a un calamaio vuoto, viene così ripreso sulla tastiera di un computer, unendo le tessere dei ricordi personali in un mosaico della memoria collettiva.
    Dopo una raffinata produzione poetica e teatrale, Michele Tortorici compone un romanzo che coniuga accuratezza storica e vivacità aneddotica, tracciando un cerchio narrativo in cui ognuno può ritrovare parte della propria storia.

    Professor Tortorici, dopo la poesia, il teatro e il giallo, l’ultima sua fatica letteraria è un romanzo, che si può definire storico. Cosa l’ha spinta a scrivere Se l’inchiostro è finito e perché a più di 60 anni dai fatti?
    MT: La storia degli anni Cinquanta del secolo scorso sembra essere stata del tutto dimenticata. È vero che qualche volta ci si riferisce a quel periodo per ricordare gli acuti scontri politici che l’hanno caratterizzato. È anche vero, tuttavia, che quel riferimento viene utilizzato di solito, non tanto per fornire spunti di analisi o di ricerca storica, quanto per rinfocolare polemiche dei nostri giorni. Ma i modi di vita degli uomini e delle donne di quei tempi, i modi di vita delle città di quei tempi e, infine, delle famiglie e della scuola di quei tempi sembra proprio che nessuno li conosca più: anzi sembra che nessuno voglia conoscerli. Questo mi ha spinto a riprendere dalla mia testa memorie che non se ne erano mai allontanate e a metterle per iscritto. Nel libro prendo le mosse dal fatto che nella mia scuola elementare ciascun alunno trovava tutte le mattine sul banco, a sua disposizione, una penna e un calamaio ben riempito d’inchiostro. Quando ho cercato di documentarmi su questo aspetto apparentemente banale della vita scolastica di quegli anni, mi sono reso conto che non c’è un solo libro di storia della scuola che accenni minimamente a questo fatto: di conseguenza, non so se si trattava di un modo generalizzato di andare incontro agli alunni più svantaggiati, o di un modo diffuso soltanto a Roma, o soltanto nella mia scuola che si trovava in un quartiere popolare come l’appio-tuscolano. Magari si trattava della iniziativa, in tal caso lodevolissima, del direttore di quella scuola. Potrei fare un appello qui per sapere se, tra i miei coetanei, qualcuno ricorda qualcosa del genere.

    Lei ripercorre la storia di un’Italia che non c’è più. Con quali aspetti della vita quotidiana descriverebbe il cambiamento avvenuto, a un lettore che – per usare una sua espressione – “a quei tempi” non era neanche nato?
    MT: A un lettore giovane spiegherei che la differenza più eclatante con la vita quotidiana di oggi è che allora c’erano ancora abitudini e si usavano oggetti che, nell’area del Mediterraneo nella quale noi viviamo, non erano cambiati (o erano cambiati ben poco) per migliaia di anni: questo accadeva non solo nella casa dei miei nonni in un’isola che era poco abitata e che non era ancora una meta turistica, ma anche a Roma. Succedeva dappertutto e costituiva una sorta di archivio situato dentro di noi: un archivio che ci teneva legati alla storia di questa parte del mondo, anche alla storia più lontana, senza bisogno di aver studiato niente sui libri. Faccio solo due esempi. Il primo. La penna che noi alunni trovavamo a scuola (della quale ho appena detto e che nel libro descrivo fin nei dettagli) si chiamava, guarda caso, “penna a cannello”, o “a cannuccia”, comunque con un riferimento diretto nel suo stesso nome a quello che per millenni era stato chiamato il càlamo: il quale non era altro che una piccola canna palustre. E non solo il nome, anche la forma era molto simile allo strumento usato per scrivere su supporti morbidi (papiro, pergamena, eccetera) da quando la scrittura stessa esisteva. Il secondo esempio riguarda mio nonno. Nell’isola che ho detto (un’isola, sì, ma non certo fuori dal mondo), usava lucerne a olio identiche, e sottolineo identiche, a quelle che si sono usate in questa parte del mondo da molti e molti secoli prima di Cristo e che si trovano oggi soltanto nei musei archeologici, a cominciare da quello etrusco di Villa Giulia a Roma. Dalle pagine del libro emerge almeno una parte, particolarmente suggestiva, di questo archivio intimo che oggi nessun giovane ha più dentro di sé (non certo per colpa sua) e che non trova neppure nei libri di storia.

    I cambiamenti hanno riguardato anche la condizione femminile, ben rappresentata da alcune donne della sua famiglia, come sua madre e le sue zie. Ce ne parla?
    MT: Mia madre fu affidata sin da piccola, per ragioni che nel libro sono chiarite, alla famiglia costituita da un fratello e da due sorelle di mia nonna. Era una famiglia della buona borghesia di Palermo, senza nessun pregiudizio. Lo zio di mia madre era un socialista: un idealista non militante; perciò non subì persecuzioni politiche durante il fascismo, ma, comunque, pagò con il licenziamento il suo rifiuto di prendere la tessera del partito fascista. Beh, in quella famiglia, mia madre ebbe comunque non poche difficoltà a far valere la sua voglia di autonomia: a far capire che voleva studiare, sì, per arricchire la propria cultura, ma anche per costruire una base solida per un futuro di lavoro e di autonomia personale. Quando mia madre conobbe mio padre si trovava lontana da Palermo proprio a causa della sua prima nomina dopo aver vinto un concorso per l’insegnamento di lettere alle scuole medie. Appena zie e zio (ai quali mia madre confidava tutto) seppero di questa “amicizia”, non esitarono un attimo a mandare la più anziana dei tre a vigilare sui rapporti tra i due. Insomma, in una famiglia tutt’altro che arretrata l’autonomia di una donna soffriva di limiti oggi inconcepibili. Aggiungo un particolare non trascurabile: nessuna delle amiche di mia madre, che appartenevano a quello stesso ambiente, cercò un lavoro; tutte aspettavano la “sistemazione” con un matrimonio adeguato alla loro condizione sociale.

    Nonostante racconti fatti realmente accaduti, lei precisa che il suo libro è un romanzo, non un’autobiografia. Perché questa scelta?
    MT: Io ho sempre avuto e continuo ad avere una buona memoria; da bambino e da ragazzo avevo, addirittura, una memoria di ferro: i fatti e le persone che ricordo di quel periodo, per quanto siano passati settant’anni, sono una quantità enorme. Scrivere di tutti quei fatti e di tutte quelle persone avrebbe prodotto un libro di un migliaio di pagine, la maggior parte delle quali, probabilmente, molto noiose per chi non aveva partecipato in prima persona agli eventi raccontati. Ecco allora, che, all’interno di un resoconto veritiero dei fatti accaduti alla mia famiglia, ho modificato, e ridotto, le parti che riguardavano gli estranei: su un unico personaggio ho delineato i caratteri di due o tre dei nostri conoscenti di allora; in altri ho accentuato uno o più aspetti del loro temperamento perché fossero più funzionali a una o a un’altra parte dello svolgimento del racconto. Insomma, ho inserito gli eventi effettivamente accaduti in quegli anni a me e alla mia famiglia in un quadro di personaggi di finzione che derivano da persone reali ma dei quali, in molti casi, ho modificato alcuni precisi connotati individuali. L’immaginazione gioca un ruolo molto forte in questo libro. Come parlare, allora di autobiografia? Non ho scritto un’autobiografia, ma un romanzo.

    Tutto comincia una mattina del 7 gennaio del 1954: lei è un bambino della scuola elementare del quartiere appio-tuscolano. Che Roma era?
    MT: Ho parlato già prima dell’appio-tuscolano come di un quartiere popolare. Potrei modificare questa definizione dicendo che, almeno in alcune zone, era un quartiere povero. Un quartiere, tuttavia, che, se si esclude la zona delle “baracche” (che descrivo nel libro e della quale hanno parlato in passato, certamente meglio di me, sociologi e scrittori), aveva una sua straordinaria dignità e, anche, una sua identità: per esempio, rispetto ad altre zone periferiche di Roma dove già era cominciata la corsa sfrenata dei palazzinari, lì c’era ancora molto verde. Via Rocca di Papa, dove abitavo io, non era ancora la via trafficata che collega, in un punto strategico della circolazione automobilistica romana, la via Tuscolana alla via Appia; era interrotta a metà da quello che tutti chiamavano “er montarozzo”: un piccolo rilievo alto due o tre metri e largo poco più di mezzo campo di calcio. Via Rocca di Papa era quindi una via chiusa: i bambini, sia pure con un certo controllo dei portieri delle varie palazzine, giocavano lungo i marciapiedi, ma, se avessero giocato in mezzo alla strada, non avrebbero corso nessun serio pericolo; i ragazzi un po’ più grandi giocavano a pallone proprio sul “montarozzo” scapicollandosi a raccogliere il pallone quando cadeva da una parte o dall’altra. La caratteristica delle strade attorno, a cominciare proprio dal tratto più vicino della via Tuscolana, era quella di essere disseminate di piccoli negozi e, soprattutto, di botteghe artigiane. A poche decine di metri da casa mia, in una rientranza del marciapiede della Tuscolana, c’erano un negozio di alimentari, un bar-latteria, un sarto e un calzolaio. Dall’altra parte dell’incrocio c’era un falegname. Non esiste più niente del genere in nessun quartiere di Roma. E che dire dei mezzi di trasporto? Nel libro parlo di carretti a mano per un trasloco da via delle Cave a via Rocca di Papa. Erano pochi ad avere le automobili. I miei non l’avevano; tra i nostri amici, ce l’avevano soltanto due. Quasi tutti gli abitanti del mio quartiere, anche quei pochi che avevano l’auto, per andare in centro, prendevano il tram fino a San Giovanni e, da lì, tutti gli altri mezzi per andare nelle altre zone del centro.

    Nel suo banco di scuola, in un compito in classe che chiede: “Che cosa ti rende felice?”, lei da piccolo scrive solo: “Non lo so”. Oggi cosa risponderebbe?
    MT: Nel libro riferisco le parole che mi disse mio padre quando io gli riferii di quella mia débâcle scolastica: in sostanza mi suggerì che potevo considerarmi felice se volevo bene a molte persone. Nel libro aggiungo: «Ora, che ho più del doppio dell’età che aveva allora mio padre, so che quelle erano le parole sagge di un uomo straordinario». Non posso che confermare qui questa mia valutazione. E, difatti, mi considero felice perché, nel corso della mia vita, ho voluto bene a un sacco di persone e ancora oggi sono proprio tante le persone alle quali voglio bene. La saggezza di quelle parole consiste proprio nel fatto che non affidano la sensazione della felicità al fatto che altri vogliano bene a te. Certo, anche questo aiuta. Ma devi essere tu ad avere l’iniziativa del voler bene, mi verrebbe da dire: “il potere” del voler bene. Il libro racconta proprio questo: a chi volevo bene quando avevo cinque, sei o sette anni? E ne ero consapevole? E che importanza aveva quel mio “voler bene” nel mondo che mi circondava e per la vita che avevo davanti? Non a caso ho messo tanti punti interrogativi. Nelle prime pagine del libro spiego che allora ero un bambino pieno di dubbi e che ancora adesso, non solo ho tanti dubbi, ma mi piace averne.

    Se l’inchiostro è finito
    di Michele Tortorici
    Edizioni Anicia

    Michele Tortorici,originario dell’isola di Favignana, è nato a Trapani e vive a Velletri. È stato insegnante e dirigente scolastico. Studioso di storia della letteratura italiana, si è occupato anche di logica ipertestuale applicata ai testi letterari e di media digitali. Il suo primo libro di poesia è La mente irretita, (Manni 2008), tradotto in Francia (La pensée prise au piège, Vagabonde 2010). Successivamente ha pubblicato le raccolte I segnalibri di Berlino – Berliner Lesezeichen (Campanotto 2009), Versi inutili e altre inutilità (Edicit 2010), Viaggio all’osteria della terra (Manni 2012), Fine e principio (Anicia, 2015), Il cuore in tasca (Manni, 2016), Piante del mio giardino (Campanotto 2018), I fiori di Borragine (Anicia 2019), L’ultima àncora (Anicia 2022). Nel 2013 ha pubblicato il suo primo romanzo, Due perfetti sconosciuti (Manni), tradotto in Francia (Deux parfaits inconnus, Éditions Chemin de ronde, 2014), al quale ha fatto seguito Una confessione spontanea (Manni, 2018). Per il teatro ha realizzato l’azione scenica Il mito siamo noi (2016) e l’adattamento del romanzo Due perfetti sconosciuti (andato in scena nel 2015 e nel 2017). Con Anicia ha pubblicato i suoi studi letterari più recenti: La musica delle parole. Come leggere il testo poetico e altri saggi (2016) e Due bugie di Dante (2018).

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