La verità arriva all’improvviso

Paolo Vanacore torna in libreria con La verità arriva all'improvviso (Tempesta Editore), una raccolta di racconti ambientati nella periferia romana, a cavallo tra gli anni '70 e '80.
Nei palazzoni grigi dell'abusivismo edilizio, spesso occupati illegalmente, gli “sfrattati di Roma” vedono le loro illusioni divorate dall'avidità dei palazzinari. È una “piccola-città-dentro-la-grande-città”, dove tra droga e rifiuti le sono la voce schietta di un quartiere piagato dal disagio, ma anche l'anima autentica di speranze mai riposte. Sottomesse, picchiate, rabbiose, sanno levare lo sguardo dalla miseria verso il cielo, e aprire la porta quando la vita bussa. È allora che, guidate dai loro sogni, mogli, fidanzate e figlie evadono dal carcere del grigiore quotidiano e varcano quel “calamaro gigante detto GRA”, scoprendo una città capace tanto di prendere “a schiaffi con la sua bellezza” quanto di carezze.
Con l'acume del cronista e lo sguardo del poeta, Vanacore fruga gli angoli più nascosti, mette in scena i dimenticati, restituendo al lettore un affresco suburbano neorealista e struggente.

Paolo Vanacore, lei spesso ambienta le sue opere, anche teatrali, nella periferia romana. Perché?

PV: Il motivo è semplice: la mia famiglia, originaria di Napoli, si è trasferita nella periferia romana quando avevo poco più di un anno, lì ho trascorso i miei primi trent'anni di vita. La periferia mi è rimasta dentro perché è nel quartiere che ho vissuto alcune fra le esperienze più significative che hanno contribuito a creare la persona che sono oggi.  

Crede che la periferia sia in qualche modo un punto di osservazione privilegiato?

PV: Sì, vivere al margine ti permette di vedere i confini, quella linea di demarcazione fra il bene e il male, fra giusto e sbagliato. La periferia è carne e sangue ma anche solidarietà e partecipazione, resistenza e oblio. Solo dopo aver lasciato il mio quartiere mi sono reso conto di quello che ho vissuto, di quello che ho visto, nel bene e nel male. Scrivere questi racconti è stata per me una vera e propria catarsi, un modo per riconciliarmi con un distacco traumatico e violento a seguito di alcuni privati che hanno costretto me e la mia famiglia ad andar via.

C'è un motivo particolare per cui ha affidato la narrazione alla voce delle donne?

PV: Volevo raccontare la periferia da parte di chi l'ha vissuta davvero nella sua interezza. Ritengo che le donne siano le vere depositarie della vita di quartiere, gli uomini spesso lavoravano fuori oppure restavano nel quartiere solo per delinquere. Gli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, in cui sono ambientati i miei racconti, erano caratterizzati da un modello familiare prettamente maschilista, alle donne veniva affidata la cura dei figli, della casa anche se poi, all'interno di questa micro-polis, per via di questo forte senso di appartenenza in realtà accadeva qualcosa di straordinario: la costituzione di un vero e proprio matriarcato, una gestione tutta al femminile della vita sociale.

Alcune delle sue protagoniste superano per la prima volta i confini del loro quartiere e scoprono la Roma dei monumenti, della storia. Come appare ai loro occhi?

PV: Consideriamo che nelle borgate di quegli anni vivevano circa centottantamila abitanti, famiglie provenienti perlopiù dal meridione, esattamente come la mia, gente che si era trasferita a Roma nella speranza di una vita migliore. Parliamo di vere e proprie città nelle città. Quando queste donne del sud scoprono casualmente (o per disperazione) la città eterna, ne rimangono letteralmente folgorate. Vengono travolte da un incanto, da una meraviglia, che in alcuni casi riesce a renderle più forti, a riscattare sé stesse da un'esistenza difficile.

A volte le donne dei suoi racconti osservano il cielo “dal minuscolo angolino del balcone”. Cosa sognano?

PV: Sognano una realtà diversa, una vita a colori, fuori dal grigiore dei palazzi, sognano un campo visivo aperto, non delimitato dai confini urbanistici dell'abusivismo edilizio, sognano il mare del sud.

I suoi personaggi talvolta hanno voglia di andarsene. È Successo anche a lei?

PV: Per me è stato diverso, io sono andato via inizialmente per necessità, non per scelta, anche se devo dire che lasciare il mio quartiere ha rappresentato una svolta, una rinascita, sia come uomo che come artista. Fuori dal quartiere ho trovato il mio posto nel mondo, ma non rinnego nulla, non sputo nel piatto dove ho mangiato per tanto tempo. Di sicuro se fossi rimasto lì probabilmente avrei vissuto una vita meno consapevole, una vita non vera. Forse è proprio per questo che la fuga rappresenta un elemento costante dei miei racconti.

La verità arriva all'improvviso
Dieci racconti di donne romane
di Paolo Vanacore
Tempesta Editore

Paolo Vanacore è nato a Napoli ma vive a Roma fin da bambino. É scrittore, autore teatrale e regista. Laureato in Storia del e dello Spettacolo, nel 2006 la sua tesi di laurea Gennaro Pasquariello, attore e cantante di varietà vince il Premio Letterario “Studio 12” per la sezione Teatro. L'editore Studio 12 pubblica l'omonimo libro, con la prefazione di Peppe Barra. Sempre nel 2006 il suo racconto dal titolo Che vuole Marta? viene inserito all'interno dell'antologia Men on Men – vol. 5 a cura di Daniele Scalise (Mondadori). Nel 2008 pubblica la raccolta di racconti Donne Romane. Storie al margine sotto l'argine (Edilazio), sei storie al femminile ambientate nella periferia romana degli anni '80, con la prefazione di Roberto Cotroneo (ristampato in seconda edizione nel 2011, sempre da Edilazio, con la prefazione di Marco Onofrio). Nel 2009 cura l'adattamento italiano della raccolta di poesie Profumo di maturità (Aracne Editrice) del poeta iraniano Bagher Ghorbani Huieh. Nel 2011 un suo racconto dal titolo 123 viene pubblicato all'interno dell'antologia Quel giorno in un attimo… (Giulio Perrone Editore).
Per Tempesta Editore firma la prefazione del libro di racconti Oltre l'evidenza di Francesco Sansone e pubblica Mi batte forte il cuore e il romanzo a sei mani (con Silvia Mobili e Romeo Vernazza) Vite a buon mercato.
Nel 2017 pubblica il romanzo L'ultimo salto del canguro con la prefazione di Andrea Carraro (Castelvecchi Editore), finalista al Premio Nazionale Equilibri 2019. Nel 2018 esce con Il canto degli alberi, fiaba per bambini sulla nascita dei violini Stradivari (Sillabe Editore) e La vera storia di Rosy D'Altavilla, romanzo breve con la prefazione di Nicola Fano (Lilit Books), il quale riceve la menzione speciale Premio Città di Grottammare 2019 e il Premio Letteratura Teatrale Menotti Art Festival Spoleto 2019.
All'attività di scrittore alterna quella di regista, firmando diversi spettacoli, alcuni dei quali tratti dall'adattamento dei suoi stessi racconti.



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