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    Le vite sghembe

    Donata ZoccheBy Donata Zocche05/06/2013
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    Che dire quando a un colloquio di lavoro, per avere qualche possibilità in più, si nasconde la propria laurea a pieni voti? Eppure è quello che ha imparato a fare Gillo, il protagonista de Le vite sghembe, romanzo d’esordio di Francesco Zanarini edito da Ensemble. E il tutto non per un posto di lavoro, ma per un posto da precario.
    “E’ il male del XXI secolo”, denuncia l’autore, “un virus che si evolve e muta rapidamente”.
    L’epidemia, come si sa, è di vaste proporzioni, ma ogni cifra di quel numero che sta crescendo a dismisura, è una persona, spesso giovane. Gli effetti collaterali sono tanti, colpiscono la stabilità e l’indipendenza, e si chiamano casa, oppure pensione.
    Le vite sghembe è uno sguardo lucido su come la precarietà a livello materiale si riflette sulla vita personale, affettiva. Succederà anche a Gillo e la fidanzata Samoa, travolti da un effetto domino incontrollabile.

    Il romanzo, peraltro godibile, ha un respiro ampio, e prende il via da storie individuali per analizzare una generazione, un’epoca. Non si aggiunge al coro di chi ci ricorda che stiamo diventando tutti più poveri, ma trova una propria voce per dire che i giovani sono stati derubati anche delle speranze, del futuro.
    Mette a confronto padri e figli, Zanarini, riflette e fa riflettere sui diritti che si credevano acquisiti, e senza pretese, guarda indietro, non per rimpiangere, ma per reagire: “Qui ci siamo persi, ora capisco, da qui dobbiamo riprendere, noi stessi e i nostri spazi, questa è la sfida più difficile, il dubbio maggiore, quello più infido, ma se non recupereremo la nostra identità fatta a pezzi non ci sarà nessuna vittoria e nessuna sconfitta ma solo la resa.”

    Gillo, il protagonista de Le vite sghembe, e tanti suoi coetanei, dopo una laurea conseguita brillantemente finiscono nelle paludi definite collaborazioni coordinate e continuative, a progetto, formazione-lavoro, contratti interinali, di apprendistato, job-sharing, stage non retribuiti. Per loro, lavoro significa precariato, un meteorite che potrebbe “impattare sulla Terra da un momento all’altro”…
    FZ: Dal 2000 ad oggi, diversi editori hanno inserito nelle loro collane libri che affrontano il tema del lavoro. Queste opere rivelano vari aspetti del mondo della flessibilità tra racconto, testimonianza, confessione e denuncia. Probabilmente, dopo una certa letteratura industriale, che si diffuse con il boom economico, siamo di fronte ad una nuova letteratura del lavoro, che si fa spazio tra i cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro e l’avvento della crisi economica.
    “Le vite sghembe” (Edizioni Ensemble), pur collocandosi in questa corrente, affonda però la penna molto più in profondità. Il romanzo, infatti, riporta ai lettori la realtà del precariato come testimonianza concreta e ricca di particolari, ma soprattutto racconta come questo male capillare del XXI secolo domini e condizioni le esistenze di una vasta schiera di giovani e non solo. Il romanzo porta in scena una serie di personaggi, tra cui Glauco Gillotti detto Gillo, per raccontare una generazione senza certezze, addentata dai morsi del precariato come condizione esistenziale, modus vivendi. Un’instabilità indotta che si estende a macchia d’olio includendo generazioni e strati sociali intoccabili fino a non molto tempo fa, e che lascia “cicatrici” destinate a pesare nei percorsi di vita.
    “Le vite sghembe” è un affresco generazionale, una raccolta di scatti impietosi e provocatori: il lavoro somministrato come un sedativo, le “fottutissime lotte del Sessantotto” e il Sistema che si riorganizza. Un mondo “smembrato e riassemblato al contrario” in una giostra isterica chiamata “Tritatutto Globale”, dove si incontrano “un uomo straniero invisibile” che rovista nell’immondizia, “ragazze-velociraptor” che corrono verso l’aperitivo, “lavoratori flessibili e obbedienti su cui si concentra il riflesso dei rischi senza la luce delle possibilità”. E dove “i padri derubano i figli con lucidità e costanza”. Sono solo alcune delle istantanee che raccontano la ricerca del proprio posto nel mondo da parte di giovani che vivono in uno strano ambiguo benessere, in cui possiedono tutti i comfort tranne l’occasione per costruire se stessi.
    Gillo e i suoi coetanei tentano di crescere in un mondo vecchio caratterizzato da una feroce provvisorietà, nel quale sono costantemente minacciati dal sopraggiungere degli eventi. È un mondo globale, in cui ogni cosa sembra a portata di mano, eppure tutti inseguono le proprie vite senza mai raggiungerle: lavori precari, case con mutui inaccessibili, famiglie instabili, indipendenza economica rinviata a data da destinarsi. I telegiornali ci ripetono che stiamo diventando sempre più poveri, che il nostro potere d’acquisto diminuisce a vista d’occhio, ma in realtà nessuno dice che le nuove generazioni stanno diventando povere di un altro bene molto più importante: le speranze, le possibilità, le opportunità.

    Citando le parole di Gillo: “Il passato era andato in pezzi, il presente non esisteva più, e il futuro somigliava ad una minaccia.” E’ una precarietà anche affettiva, dove le donne che aspettano un bambino vivono nell’angoscia di non vedersi rinnovato il contratto.
    FZ: Ci siamo abituati a sentirla chiamare precarietà: nei telegiornali, nelle statistiche economiche, perfino nelle arene dei talk-show. Ma nel mondo reale è un rumore di fondo che si attacca alle vite delle persone “come l’edera ai tralicci, e non le lascia”. Un virus che mina scelte e progetti, logora unioni, relazioni e sentimenti, spegne sogni e speranze. Come i virus si evolvono e mutano rapidamente, producendo sempre nuovi ceppi, anche la precarietà non è più solo lavorativa ma si è estesa ad altri importanti aspetti della vita come gli affetti, la costruzione di sé e del proprio posto nella società, del futuro inteso in termini più generali.
    Le nuove generazioni sono cresciute con modelli diversi, non erano pronte a questa precarietà sociale e affettiva. L’hanno subita e ora si stanno lentamente adeguando a vivere anche i sentimenti, le unioni e i rapporti umani come prodotti dell’instabilità. I cambiamenti della società e del mondo del lavoro hanno prodotto cambiamenti nelle vite private delle persone. È il caso di Bianca che, aspettando un figlio, sarà prima aggredita dall’angoscia di perdere il lavoro, e poi vedrà la propria relazione minacciata dalla precarietà, non solo economica. Ma anche Gillo e Samoa si rincorreranno perennemente nel caos delle loro esistenze, nel tentativo di mettere un punto fermo nell’incertezza delle loro vite e nell’equilibrio oscillante della loro relazione.

    Il suo romanzo evidenzia una profonda frattura tra la generazione dei figli e quella dei genitori, che spesso misurano la realtà di oggi col metro di ieri: “Se fai tardi vuol dire che il lavoro è molto e quindi anche lo stipendio (…) Vedrai, chi lavora tanto viene premiato, chi semina raccoglie!”
    FZ: Dal dopoguerra ad oggi, i contesti e le condizioni si sono completamente capovolti. I personaggi de “Le vite sghembe” non sono poveri, hanno delle famiglie alle spalle, possiedono i mezzi sia per studiare che per mangiare. A loro mancano le opportunità, le speranze. Quelle cose che spingono verso la realizzazione dei progetti e fanno cogliere le occasioni e i rischi. Perciò sono diventati “figli impauriti educati a non ambire, a non desiderare, a non chiedere, ad avere paura”, continuamente ricattati e convinti che un cambiamento non sia possibile. In una parola, sono diventati docili.
    Il confronto con i padri è inevitabile, anche perché la situazione attuale ce l’hanno consegnata loro. Le parole dicono molto: prima si chiamavano lavoratori, adesso si chiamano precari. “Noi la vostra crisi non la paghiamo”, abbiamo letto tante volte su muri e manifesti. Ma scovare le responsabilità è un esercizio inefficace: ogni generazione ha le sue guerre e i suoi fantasmi. “Le vite sghembe” è anche un invito ad imparare dal passato, per non “restare a guardare i diritti conquistati dai padri violentemente attaccati e continuamente calpestati”, è un grido per “svegliarsi dall’attesa”, per “lasciare a casa i meccanismi inculcati e tornare ad avere grandi sentimenti”. “È ora di reclamare spazio, di ricominciare a fare appunti, di rubare dai libri e dalla realtà”.

    Gillo si sente un alieno davanti alla rassegnazione, che considera “il male di una generazione intera”. Ribatte: “E io dovrei farmi i fatti miei! Questi sono fatti miei, cazzo!” Secondo lei la tendenza a pensare per sé è un comprensibile tentativo di sopravvivenza o una forma di connivenza verso il sistema?
    FZ: Entrambe le cose. Si cercano soluzioni individuali ad un problema collettivo. Tutti siamo impegnati a coltivare il proprio orto per garantirgli faticosamente la sopravvivenza e, disperdendo le forze invece che unirle, si scivola verso una connivenza con il sistema, finendo piano piano “isolati in un ghetto dove tutto è omologato e a norma, anche noi”.
    L’impressione è che nell’era dell’informazione e della comunicazione, nella quale ogni strumento che abbiamo in mano è stato pensato per metterci in contatto, tutti abbiamo disimparato a condividere.

    Forse le sarà capitato di sentire alcuni giovani invidiare chi ha dieci o vent’anni di più. Che effetto le fa?
    FZ: Uno strano effetto, evidentemente. È un’altra inversione di tendenza, generata dalla percezione che determinate cose o posizioni siano diventate irraggiungibili per i giovani. O conquistabili in tempi talmente lunghi da sminuirne il senso. Si diventa fatalisti, si vive alla giornata. Come fa Elio, un personaggio chiave del libro. Elio è l’altra faccia della medaglia, quella che improvvisa senza fare i conti, che prende ciò che viene mentre “tutti rincorrono le proprie vite da strapazzo”. È lui che, tra la durezza, le riflessioni e le inevitabili provocazioni del romanzo, ci trascina in rocambolesche evasioni e in ritirate impreviste, con le sue sgangherate alzate di genio, verso quei momenti di leggerezza che fanno pienamente parte delle nostre vite. Elio non è uno che invidia chi ha dieci o vent’anni di più. Il contrario, semmai.

    Lei è nato nel 1976. Dopo essersi laureato in Fisica ha conseguito un dottorato di ricerca in geofisica. Immagino che di “vite sghembe” ne abbia viste parecchie…
    FZ: Il mio percorso lavorativo e professionale è stato lungo e molto vario prima di arrivare a quello che al principio consideravo un punto di arrivo, e che poi è diventato un nuovo inizio.
    Il sistema della ricerca e i ricercatori italiani rappresentano una enorme ricchezza di capitale umano che non è mai stato valorizzato. Molti fuggono all’estero per cercare strade che non siano solo l’inseguimento di uno stipendio minimo, ma che consentano loro di mettere in pratica le proprie capacità e trovare lo spazio necessario per promuovere idee innovative. Si possono citare numerosi esempi. Nel mio romanzo questo tema è trattato con personaggi ed episodi concreti. Quegli stessi ricercatori, però, sono lavoratori vivi e pieni di passione per ciò che fanno, e in mezzo a tante incertezze una cosa sola è sicura: l’azione verso il cambiamento è efficace quando si realizza attraverso le passioni e le cose che sappiamo fare.
    Sentiamo continuamente parlare di “dati allarmanti sulla disoccupazione”, o che “la mancata formazione e occupazione dei giovani è un enorme spreco economico”, quantificabile in “centinaia di milioni di euro a settimana in termini di mancata crescita”, ecc. Ma dietro ai dati e ai numeri usati dai giornalisti, ci sono le vite e le esperienze delle persone reali. Il mio mestiere è stato quello di riportare i fatti, di raccontare le vite sghembe che stanno annidate dietro a quei numeri, tra le pagine dei quotidiani, dentro gli schermi dei televisori e, forse, di rendergli giustizia.

    Le vite sghembe
    di Francesco Zanarini
    Edizioni Ensemble

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