- Cosa: Lo spettacolo teatrale Baby Blues, scritto e diretto da Chiara Boscaro.
- Dove e Quando: Altrove Teatro Studio (Roma), sabato 28 febbraio e domenica 1 marzo.
- Perché: Un viaggio noir e musicale nella Roma degli anni ’90 che esplora la maternità, il precariato artistico e la solitudine urbana.
L’Altrove Teatro Studio di Roma si prepara ad accogliere un progetto intenso e dalle tinte notturne: Baby Blues. Scritto e diretto da Chiara Boscaro, lo spettacolo rappresenta un’incursione profonda nelle pieghe di una città che non dorme, ma che sembra aver dimenticato come ascoltare. La messa in scena, che vede protagonisti Chiara Claudi e Marcello Seregni, non è soltanto una rappresentazione teatrale canonica, ma si configura come un’esperienza sensoriale sospesa tra il concerto live e il monologo interiore, dove la musica diventa il battito cardiaco di una narrazione frammentata e magnetica.
L’opera nasce da un’urgenza creativa condivisa tra l’autrice e la performer, entrambe diventate madri da poco. Questo dato biografico si riflette nella struttura dello spettacolo, che però evita con cura i cliché sulla genitorialità per immergersi in una dimensione decisamente più sporca e affascinante. L’ispirazione ha preso forma in un torrido pomeriggio milanese per poi trovare la sua collocazione ideale tra i velluti e i mozziconi di sigaretta di una Roma noir, restituendo al pubblico un ritratto generazionale e professionale di rara potenza emotiva, arricchito dalla voce di Giulio Forges Davanzati.
Una notte romana tra musica e asfalto
La vicenda si svolge in una piovosa notte romana degli anni ’90. In quel decennio di transizione, la città appare come un labirinto di locali semibui dove la musica dal vivo è ancora il collante di una comunità sotterranea. La protagonista è una cantante professionista che, dopo una pausa forzata, si ritrova a dover riconquistare il proprio spazio in un mondo che sembra essere andato avanti senza di lei. Il suo peregrinare in auto, tra un club e l’altro, diventa il simbolo di una ricerca che va ben oltre il semplice ingaggio lavorativo: è la caccia a un’identità che il silenzio della vita domestica sembra aver appannato.
Il “giro” è perduto, e con esso la facilità con cui un tempo le porte si aprivano. Seguiamo la donna mentre attraversa vicoli che sanno di pioggia e di abbandono, confrontandosi con una serie di figure maschili mute, presenze fantasmatiche che popolano i backstage e i magazzini. Questi dialoghi, che spesso sfociano in soliloqui disperati, mettono a nudo la condizione di chi si sente “straniero” nella propria arte e nella propria città. La tensione drammatica è costante, alimentata dal pensiero di una bambina a casa con una baby sitter, una presenza invisibile che pesa su ogni nota cantata e su ogni parola pronunciata.
Il concerto dell’anima e l’ambiente sonoro
Baby Blues è descritto dalla produzione, curata dall’Associazione Interdisciplinare delle Arti, come un “concerto, o forse la ricerca di un posto dove cantare”. La componente musicale non è un semplice accompagnamento, ma il fulcro attorno a cui ruota l’intera drammaturgia. Le canzoni sono quelle che si ascoltano a notte fonda, capaci di accarezzare i cuori spezzati ma anche di calpestare le speranze con la durezza di un tacco a spillo. È la musica dei locali del centro, quella che risuona nei vicoli meno illuminati e che funge da unico rifugio per chi non trova più il proprio posto nel mondo ordinario.
Il light design e l’ambiente sonoro, curati dallo stesso Marcello Seregni, contribuiscono a creare quello spazio sospeso e semibuio tipico delle atmosfere vintage. La scelta di ambientare il tutto negli anni ’90 permette di recuperare una dimensione analogica della solitudine, fatta di attese reali e di contatti fisici mancati, lontano dall’iper-connessione contemporanea. In questo contesto, il microfono diventa un’arma di difesa e di affermazione: prenderlo significa reclamare il diritto di esistere, di raccontare la propria storia e di trasformare il “baby blues” — quella malinconia post-partum spesso taciuta — in un grido artistico collettivo.
Riflessioni sul precariato e l’identità artistica
Il progetto de La Confraternita del Chianti, con la consulenza del dramaturg Marco Di Stefano, solleva interrogativi cruciali sulla condizione dell’artista oggi, pur parlando del passato. Il contrasto tra la vita professionale di una cantante e le responsabilità della maternità emerge con forza, ponendo l’accento sulle “porte sbattute in faccia” e sulla fatica di conciliare due mondi apparentemente inconciliabili. La protagonista rappresenta tutte quelle donne che, nel momento in cui diventano madri, vengono percepite come “fuori dai giochi” da un sistema che non ammette pause o fragilità.
In definitiva, lo spettacolo è un omaggio alla resilienza e alla passione. Attraverso il racconto di questa notte infinita, Chiara Boscaro ci ricorda che l’arte è spesso l’unica bussola possibile per orientarsi nel buio. L’Altrove Teatro Studio conferma così la sua vocazione per un teatro di ricerca che sappia parlare al presente, utilizzando il filtro della memoria e della musica per esplorare i sentimenti più profondi e universali dell’animo umano. Un appuntamento imperdibile per chi ama le storie di riscatto, l’atmosfera dei jazz club e la bellezza cruda della Capitale.
Info utili
- Dove: Altrove Teatro Studio – Via Giorgio Scalia, 53 Roma
- Quando: Sabato 28 febbraio (ore 20:00) e domenica 1 marzo (ore 17:00)
- Biglietti: Intero 15€ – Ridotto 10€
- Contatti: Telefono 3518700413 – Email ipensieridellaltrove@gmail.com
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