Cosa: Lo spettacolo teatrale La morte ovvero il pranzo della domenica con Serena Balivo e la regia di Mariano Dammacco.
Dove e Quando: Spazio Rossellini di Roma, il 25 gennaio 2026 alle ore 18:00.
Perché: Un’opera finalista al Premio Ubu 2024 che affronta il tabù della fine con ironia, poesia e una straordinaria prova attoriale.
Il panorama teatrale romano si arricchisce di un appuntamento imperdibile che vede protagonista il consolidato binomio artistico formato da Mariano Dammacco e Serena Balivo. In scena allo Spazio Rossellini, nell’ambito della rassegna Spazio Solo, arriva La morte ovvero il pranzo della domenica, un lavoro che ha già saputo conquistare la critica nazionale, posizionandosi tra i finalisti del prestigioso Premio Ubu 2024 nella categoria dedicata alla nuova scrittura drammaturgica italiana. Si tratta di un’opera che, con passo leggero e una profonda capacità di analisi, solleva il velo sul più grande tabù della cultura occidentale, trasformando una routine familiare in un rito collettivo di rara bellezza.
La rappresentazione mette al centro della scena una donna, interpretata da una magnetica Serena Balivo, che ogni domenica compie lo stesso gesto: recarsi a pranzo dai genitori ultranovantenni. Questi ultimi, pur restando figure silenziose nell’economia del racconto, diventano i veri motori della narrazione. Attraverso il loro quotidiano confrontarsi con l’ignoto, lo spettacolo esplora la potenza dei legami familiari e la delicatezza di un congedo che non è mai solo dolore, ma anche affermazione di vita. La produzione della Compagnia Diaghilev restituisce così al pubblico un frammento di esistenza universale in cui è impossibile non rispecchiarsi.
Un rituale domenicale tra ironia e profondità
Il pranzo della domenica rappresenta, nell’immaginario collettivo italiano, il momento della massima coesione familiare. Tuttavia, nella visione di Mariano Dammacco, questo rito si trasforma nella “forma ultima” dell’incontro tra generazioni. I due anziani genitori, pur godendo di una discreta salute fisica e mentale, abitano ormai una dimensione in cui la consapevolezza della fine è una costante compagna di viaggio. Non ne parlano con angoscia, ma con una naturalezza che sfiora l’ironia, arrivando a incarnare la condizione universale dell’essere umano davanti all’inevitabile distacco.
Lo spettacolo si muove su un crinale sottile dove la risata si mescola alla commozione. La narrazione procede per piccoli dettagli: il sapore dei cibi, i gesti ripetuti, le conversazioni che girano attorno al nulla o al tutto. Questa “cerimonia” viene condotta dall’attrice con una precisione chirurgica, capace di evocare immagini che restano impresse nell’animo dello spettatore. È una riflessione per nulla consolatoria ma profondamente vitale, che invita a riscoprire la bellezza nascosta nell’amore tra vecchi sposi e nel legame indissolubile che unisce genitori e figli nel momento del saluto definitivo.
L’estetica di Dammacco e il talento di Balivo
Il sodalizio artistico tra Dammacco e Balivo è uno dei più fertili del teatro contemporaneo italiano. In questa produzione, la regia di Mariano Dammacco costruisce uno spazio scenico essenziale, quasi metafisico, dove ogni elemento — dalle luci di Vincent Longuemare alle musiche originali di Marcello Gori — concorre a creare un’atmosfera sospesa tra realtà e sogno. La scena non è carica di orpelli, ma vive della presenza fisica degli attori e degli oggetti, permettendo alla parola poetica di risuonare in tutta la sua forza.
Serena Balivo, già vincitrice del Premio Ubu come miglior attrice under 35 e del Premio Ivo Chiesa, conferma qui la sua straordinaria versatilità. La sua interpretazione è stata descritta dalla critica come un “gioiello” di precisione, capace di passare dal distacco ironico alla vertigine emotiva con una naturalezza disarmante. Piegata su un tavolino o persa nei propri tic nervosi, la sua protagonista diventa un catalizzatore di memorie collettive, dando voce a una “figlia non più giovane” che si prepara a diventare, a sua volta, il prossimo anello di una catena eterna.
Un congedo appassionato sulla soglia dell’ignoto
La morte ovvero il pranzo della domenica non è solo uno spettacolo sulla perdita, ma un vero e proprio inno alla vita colta nel suo momento di massima fragilità. Il testo di Dammacco evita sapientemente la retorica e il patetismo, preferendo una “comicità pericolosa” che sfida lo spettatore a guardare in faccia ciò che solitamente si preferisce ignorare. Il pubblico si ritrova così partecipe di un congedo appassionato e, a tratti, persino divertito, che restituisce dignità all’esperienza dell’ultima separazione dagli affetti più cari.
L’opera si inserisce in un percorso di ricerca che la compagnia porta avanti da anni, perseguendo un’idea di teatro d’arte che sia allo stesso tempo popolare e accessibile. È un teatro che non teme di affrontare i “nodi dell’esistenza”, offrendo allo spettatore uno squarcio di luce sull’oscurità del congedo. In un’ora di intensa performance, il rito domenicale cessa di essere una semplice abitudine familiare per farsi mitologia comune, un’istantanea lucida di esistenze che scorrono inesorabili verso il mistero, lasciando dietro di sé il profumo di un amore che non si arrende al tempo.
Info utili
- Data: 25 gennaio 2026
- Orario: 18:00
- Luogo: Spazio Rossellini, Via della Vasca Navale 58, Roma
- Durata: 60 minuti circa
- Biglietteria: Disponibile sui circuiti di vendita online principali
(in foto Serena Balivo in “La morte ovvero il pranzo della domenica”; credit ph. Angelo Maggio)
