Martedì, 17 Luglio 2018

Anni luceAndrea Pomella usa una citazione dei Pearl Jam, Anni luce, come titolo del suo ultimo romanzo pubblicato da Add

. Lo scrittore romano riavvolge il nastro della sua vita e torna ai suoi vent’anni, quando il grunge si afferma come lo stile musicale di una generazione in bilico tra due millenni. Per la prima volta la ribellione giovanile non avviene fuori di sé, ma interiormente: dopo l’esplosione sociale degli anni ’70, l’implosione individualistica dei ’90. E’ uno sfogo rabbioso e talvolta autodistruttivo che trova un’espressione di sé nel Seattle sound, e in particolare proprio nei riff di chitarra e nella voce roca dei Pearl Jam.
L’autore definisce il loro primo album, Ten, “il treno che travolse la mia giovinezza”, ma si guarda bene di risalirvi per un viaggio di ritorno all’insegna della nostalgia. Anni luce è infatti il ritratto ben riuscito di una generazione senza punti di riferimento, che vive tra nichilismo e indifferenza l’imminente fine di una stagione del Paese e della propria vita. Il viaggio c’è, ma è quello nella Roma delle controculture underground, fatto di notti ad alto tasso alcolico in locali fumosi e di albe assonnate. Prosegue attraverso mezza Europa: Basilea, Parigi, Londra Edimburgo, Amsterdam. Anche se, al ritorno, “Roma non era più la stessa.” Anni luce erano passati.

Andrea Pome­lla­, la sua memoria torna in un flash ai suoi vent’anni. Cosa vede?
AP: Vedo un mondo in grande trasformazione, la fine della prima Repubblica e l’inizio di una non-Repubblica, vedo Roma che inizia ad andarmi stretta, vedo le inquietudini che si agitano nella mia testa (che mi va ancora più stretta), vedo ragazzi in giacche di pelle, capelli lunghi e anfibi, che si muovono a scatti, mentre nell’aria scura risuona roca una voce che fa “With the lights out / It’s less dangerous / Here we are now / Entertain us…”, e sento l’odore delle macchine sparafumo e in gola il sapore del vino a prezzo sociale, poi non vedo più niente, perché avere vent’anni nel 1993, e viverli come li ho vissuti io, è come volare contro un muro, sapere che il mondo non andrà oltre, e che la vita adulta, se ci afferrerà, ci risputerà in forma di uomini morti, e quindi è meglio non farsi prendere, non crepare di illusioni (come hanno fatto, da che mondo è mondo, tutti i ventenni che ci hanno preceduto), ma vivere nella disillusione, che in definitiva è la cosa che ci viene meglio.

Della musica dei Pearl Jam lei scrive: “Io non amo quei dischi (…). Io SONO quei dischi.” Cos’hanno rappresentato?
AP: “Ten”, “Vs” e “Vitalogy” avevano il suono che sentivo fluttuare dentro di me fin dai tempi dell’adolescenza. Erano dischi fatti di dolcezza e furia, di nichilismo e ardore. C’era dentro molto più di un semplice rispecchiamento dei miei gusti musicali. Quelle canzoni parlavano la lingua di una fratellanza segreta, sembravano conoscere ogni aspetto della collera e della desolazione nella quale ero cresciuto. Ascoltarli era per me un’esperienza di fruizione artistica che conduceva a una totale immedesimazione.

Ad un certo punto la musicassetta dell’album Ten si inceppa per due secondi. Cos’è successo?
AP: È successo che in una notte del settembre 1995 io e il mio amico Q, di ritorno da una serata di baldorie tristi, dopo una terribile giravolta, andammo a sbattere con la macchina contro il guardrail del Grande Raccordo Anulare, mentre dall’autoradio suonava Black, la quinta traccia di Ten. Rischiammo seriamente di morire, la macchina fu distrutta e l’urto danneggiò il nastro. Così, una settimana dopo, quando riascoltammo la cassetta, ci accorgemmo che in quell’esatto punto la musica faceva un salto di due secondi: era un istante di vuoto nel quale era rimasto inciso l’incidente e il balzo della macchina impazzita. Ancora oggi, quando mi capita di ascoltare Black, nella mia testa sento quei due secondi di buio. Sono i due secondi in cui volò via la mia giovinezza, i due secondi che ho cercato di recuperare scrivendo questo libro.

“Anni luce” sono trascorsi dall’età del grunge. Com’è ambiato il riff di chitarra della vita adulta?
AP: Oggi il riff elettrico è diventato un arpeggio di chitarra acustica in fingerpicking, una melodia che corre sul filo di una linea di basso lenta e ipnotica, senza gli scarti improvvisi tipici delle canzoni grunge. La musica dell’età adulta è meno immediata, bisogna saperla ascoltare, richiede un maggiore sforzo di profondità, ma nonostante ciò ci sono momenti in cui riesce a farsi apprezzare.

Anni luce
di Andrea Pomella
Add Editore

Andrea Pomella è nato a Roma nel 1973. Scrive sul Fatto Quotidiano on-line. I suoi racconti sono comparsi su minima&moralia, doppiozero e Rivista Studio. Ha pubblicato monografie d’arte su Caravaggio e Van Gogh, il saggio sulla povertà 10 modi per imparare a essere poveri ma felici, e il romanzo La misura del danno (Fernandel, 2013).

 

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Direttore responsabile: Raffaella Roani - ISSN: 2036-783X
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