Giovedì, 18 Aprile 2019

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il_libro_della_gioia_perpetua_1E’ un libro fuori dal comune, Il libro della gioia perpetua, di Emanuele Trevi, edito da Rizzoli, difficilmente definibile, se non dal suo stesso stile.
Averlo tra le mani è già come un’anticipazione della sua essenza. La copertina rigida, importante, con il dorso di stoffa un po’ ruvido, dove una bambina punta il suo sguardo su di noi, intenso e fisso.
E sono proprio questi occhi ad accompagnare le vite dei personaggi, mettendole a fuoco con l’interesse incondizionato e la nuda semplicità, che può avere solo chi guarda per la prima volta.
E’ uno sguardo impregnato di una forza autentica, capace di smuovere e di emozionare, e di darci l’illusione di riavvicinarci all’età quando, da bambini, eravamo simili agli dei.

Signor Trevi, il suo è un libro che certamente si distingue nel panorama letterario italiano del momento.Limitante definirlo romanzo, visto che l’io-narrante si alterna continuamente attraverso più personaggi e più stili, passando dalla narrazione alle citazioni letterarie, dalla forma epistolare al flusso della memoria.
Lei infatti non ama le classificazioni. Questo perché la forma narrativa tradizionale è ormai inadatta a raccontare la nostra realtà contemporanea?
Beh la risposta sta nella formulazione della domanda stessa: se è “tradizionale”, non è più adatta. Io sono cresciuto ancora nel secolo scorso, e mi viene naturale e spontaneo, quando mi metto di fronte a un progetto, cercare una forma nuova, con certi elementi di invenzione personale. Il romanzo “standard”, con le sue strutture obbligate, può essere un punto di partenza, l’idea di una certa trama, ma poi cerco di guastarla, di farla funzionare in una diversa maniera.

In questo senso ha giocato un ruolo il tentativo di sperimentare un nuovo tipo di linguaggio, oppure il suo stile, così originale e innovativo, è nato, per così dire, spontaneamente?
Il tipo di spontaneità che mi interessa è quello della voce, nel senso che quando scrivo e correggo cerco sempre di fornire un equivalente di un modo di parlare, più che di un pensiero. Flaubert diceva che ogni frase scritta, perché fosse utile allo scopo, deve essere collaudata da una pronuncia, un’esecuzione orale, e capisco molto il pensiero.

Scrittore e lettore si trovano ad un certo punto tra le mani il ‘Libro di Clara e Riki’, un libro nel libro, scritto su un quaderno a quadretti dalla mano ancora incerta di Chiara, una bambina.
Emanuele, il protagonista, completamente in preda a uno stato di sonno patologico che gli rende praticamente impossibile una vita normale, sembra risvegliarsi alle parole di Chiara.
Infatti scrive: ‘Mentre leggevo le storie di Clara e Riki, ero in effetti pervaso dalla sensazione di nuotare, o remare controcorrente, verso una luce da cui quella forza potente e innominabile, forza di incoscienza e di morte, mi allontanava ogni giorno di più’.
Che potere possiedono le parole di Chiara?
E’ una specie di forza contraria, di resistenza all’idea della morte imminente. Mentre legge, il protagonista è come un pesce che risale la corrente di un fiume.

Che rapporto c’è tra lo stato di profondo torpore di Emanuele e la fase che in psicologia si definisce ‘di latenza’, della piccola Chiara?
E’ possibile, visto che stiamo parlando di un periodo che non è più infanzia ma non ancora adolescenza, che per lui rappresenti una fase della vita in cui esiste ancora una forma di salvezza, un riscatto?
Dal punto di vista strettamente razionale, non credo che esistano forme di salvezza e di riscatto. Eppure, esistono delle straordinarie illusioni, non meno forti del mondo e della sua ostilità. Quando si è felici assieme a un essere amato, per esempio, si vive in una specie di condizione divina – anche se transitoria.

La storia viene raccontata da Emanuele, dalla signora Mastellone, che gli fa avere il ‘Libro di Clara e Riki’, e da Chiara.
E’ questo il libro della maturità di uno scrittore, quello in cui riesce a far parlare tutte le voci?
Fondamentalmente, oltre al protagonista, il racconto è portato avanti anche dalla signora Mastellone, una sua amica più anziana, che a sua volta racconta anche il punto di vista di suo marito, il vecchio professor Lucchesi. Quindi ci sono tre persone che vengono come convertite dall’opera di una bambina di otto anni, un quaderno di scuola che per loro, che credevano di sapere ormai tutto della vita, funziona come un vangelo. Più che nel far parlare tutte e tre le prospettive, penso che la maturità che si può notare nel libro riguarda un trattamento diverso della prima persona, rispetto a tutti i miei libri precedenti.

Ad un certo punto Emanuele incontra Lydia, e si chiede: ‘Esistono nella vita rapporti tra individui che, pur assomigliando in maniera parziale all’amicizia, all’amore, al legame del sangue, consistono in qualcosa d’altro? Ma in che cosa, allora? Se manca la parola, non manca necessariamente il fatto. Come due cocci in un vaso infranto nella notte dei tempi, io e Lydia … coincidevamo’.
Ancora una volta entra in gioco l’indefinibile. I modelli esistenti ci vanno stretti, e anche le parole per descriverli.
Secondo lei è perché nell’attuale momento storico le nostre vite e le nostre relazioni stanno subendo profondi cambiamenti, oppure era così anche nel passato?
Credo che sia sempre stato così, le parole comuni non calzano mai a pennello delle situazioni concrete. Uno dice “amore”, e accomuna milioni di cose disparate. Ma bisogna accontentarsi, perché altrimenti il linguaggio umano perirebbe di soggettività. Lydia è un amore dell’adolescenza del protagonista, che la incontra solo nel ricordo, e scrivendo su di lei. Non gli sembra, nel momento in cui ne scrive, che sia una cosa molto importante, lui vuole solo scrivere qualcosa di gradevole per una rivista femminile, ma poi si accorge che non è così, non possiamo mai stabilire le conseguenze di quello che facciamo.

Emanuele scrive di Lydia: ‘Non ho mai scordato la prima volta che ci siamo spogliati, mentre il vapore dell’acqua calda si stendeva uniforme su tutte le superfici di un bagnetto per gli ospiti in fondo a un corridoio dell’ultimo pian, poco frequentato, ma … ’
Molti lettori le definiscono le pagine più sensuali che siano state scritte negli ultimi anni.
Lei se ne rende conto?
Questa domanda è molto interessante, perché molto raramente mi capita di scrivere scene sensuali. Se ha funzionato, forse è perché in generale non mi dispiace affatto il linguaggio del corpo, anche nei suoi aspetti più osceni. Quello che detesto, semmai, è il cosiddetto erotismo, inteso come attenuazione “artistica” della pornografia. La pornografia in genere è scadente, ma il suo principio di rappresentazione è giusto, e in linea teorica potrebbe produrre capolavori. L’erotismo, invece, è condannato in partenza, è qualcosa che nasce stupido e morirà stupido.

Il libro della gioia perpetua
di Emanuele Trevi
Edizioni Rizzoli

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Il portale EZ Rome e' una testata giornalistica di carattere generalista registrata al tribunale di Roma - Numero 389/2008
Direttore responsabile: Raffaella Roani - ISSN: 2036-783X
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