- Cosa: Una rilettura teatrale intensa dell’universo di Yukio Mishima scritta da Antonio Mocciola.
- Dove e Quando: Teatro Ivelise (Roma), sabato 24 e domenica 25 gennaio.
- Perché: Un’indagine cruda e poetica sul conflitto tra desiderio individuale e imposizioni sociali.
Cosa significa crescere in una società che codifica rigidamente ruoli, identità e perimetri del desiderio accettabile? E soprattutto, qual è il prezzo da pagare, in termini di sofferenza psichica e fisica, quando l’immaginazione e l’istinto si rifiutano di obbedire a questi dettami? Sono interrogativi potenti, universali, che attraversano le epoche e le geografie, trovando una risposta scenica vibrante nel nuovo allestimento ospitato dal Teatro Ivelise. Si tratta di un viaggio teatrale senza compromessi, che affonda le mani nelle contraddizioni dell’animo umano per estrarne verità scomode.
Scritto dalla penna incisiva di Antonio Mocciola e diretto con mano ferma da Danny Di Diomede, lo spettacolo La mia brutta abitudine si propone come una rilettura viscerale dell’universo letterario ed esistenziale di Yukio Mishima. Ispirandosi liberamente al capolavoro autobiografico “Confessioni di una maschera”, la pièce non si limita a narrare una storia, ma costruisce un’esperienza sensoriale dove il non detto urla più forte delle parole, trasformando il palcoscenico romano in un angolo di Giappone ferito, sospeso tra la disciplina marziale e un eros insopprimibile.
L’universo tormentato di Yukio Mishima
Al centro della narrazione troviamo una “brutta abitudine” che, paradossalmente, nel testo originale di Mishima non viene mai nominata in modo esplicito. Eppure, questa presenza fantasma — l’omosessualità vissuta come colpa, ossessione e devianza — permea ogni istante della rappresentazione. È un vuoto carico di tensione elettrica che lo spettacolo sceglie deliberatamente di abitare. Antonio Mocciola, autore da sempre attento alle tematiche dei diritti civili e alle dinamiche LGBTQIA+, costruisce una drammaturgia che scava nel disagio esistenziale con una sincerità a tratti sconcertante, portando alla luce il conflitto interiore di chi è costretto a indossare una maschera per sopravvivere al giudizio del mondo.
Sulla scena, Salvo Lupo e Francesca Minotto danno corpo e voce a una coppia intrappolata in un equilibrio tanto fragile quanto doloroso. Lui è l’incarnazione del conflitto: un uomo incapace di accettare la propria natura, che tenta disperatamente di disciplinare il desiderio attraverso il sacrificio, la mortificazione della carne e l’adesione a un’ideologia rigida. Il suo percorso è una lotta continua contro se stesso, un tentativo di soffocare l’istinto sotto il peso di una morale autoimposta, dove la negazione del sé diventa l’unica forma di onore possibile.
Un dispositivo scenico tra eros e disciplina
La regia di Danny Di Diomede interviene su questa materia incandescente costruendo un dispositivo scenico che si rivela poetico e tagliente al tempo stesso. Il corpo degli attori non è semplice veicolo del testo, ma diventa un vero e proprio campo di battaglia. È qui, sulla pelle e nei movimenti, che si consuma lo scontro tra eros e controllo, tra la pulsione vitale e la maschera sociale che la società impone. Lo spettatore si trova così di fronte a una rappresentazione fisica del dolore psicologico, dove ogni gesto è misurato ma carico di un’energia pronta a esplodere.
Di particolare intensità è la figura femminile, Sonoko, interpretata da Francesca Minotto. Lei rappresenta una grazia trattenuta, quasi rituale, incarnando l’archetipo di una donna che ama e si adatta, cercando di penetrare l’impenetrabile mondo del marito. La sua è una resistenza silenziosa, fatta di delicatezza e dedizione, fino alla resa incondizionata davanti a un immaginario maschile che non le concede spazio. In questa relazione asimmetrica, l’amore si trasforma in una forma di sopravvivenza e il dolore acquisisce una valenza estetica, riflettendo la complessità delle relazioni umane quando sono avvelenate dalla menzogna e dalla repressione.
Sonorità di guerra e attualità del messaggio
L’atmosfera dello spettacolo è densa e avvolgente, grazie anche a un tappeto sonoro curato nei minimi dettagli. Le musiche originali di Andrea Causapruna creano un dialogo affascinante tra la tradizione nipponica e suggestioni contemporanee, fondendosi con i rumori evocativi della Seconda guerra mondiale. Questo sfondo sonoro non è meramente decorativo, ma serve a evocare un Giappone ferito e disciplinato, un contesto storico in cui la morte e il sacrificio assumono un valore quasi sacro. La guerra esterna diventa così specchio della guerra interiore combattuta dai protagonisti.
La mia brutta abitudine non è, tuttavia, un’opera museale o puramente storica. È uno spettacolo che interroga direttamente lo spettatore contemporaneo sul senso delle maschere che continuiamo a indossare nella vita quotidiana. In un mondo che appare più libero ma che nasconde ancora profonde intolleranze, l’opera ci chiede quanto sarebbe più umano e meno violento un contesto sociale in cui fosse possibile essere semplicemente ciò che si è. Con un cast che include anche Giordano Ferretti, Lorenzo Baruzzi e Cinthya Zuniga, l’opera promette di scuotere le coscienze, ricordando che la libertà di essere se stessi è una conquista che richiede coraggio, ieri come oggi.
Info utili
- Date e orari: Sabato 24 gennaio ore 21:00; Domenica 25 gennaio ore 19:00.
- Indirizzo: Teatro Ivelise, Via Capo d’Africa 8/12, Roma.
- Avvertenze: Lo spettacolo contiene nudi integrali e contenuti espliciti; la visione è vietata ai minori di 18 anni.
(Immagine utilizzata a solo scopo informativo; tutti i diritti d’autore e di proprietà restano esclusivamente ai legittimi proprietari)
