Quattro Slam, dieci Masters 1000, settanta settimane da numero uno: Jannik a Roma chiude il Career Golden Masters e si gioca a Parigi l’ultimo tassello. Ma la sua forza, oggi, è oltre il suo talento. È un team che lo tiene sereno, un metodo che lo migliora ogni giorno, e una consapevolezza ruvida. Jannik sta dando tutto ora: è giusto così?
C’è una frase, sussurrata da Jannik Sinner qualche settimana prima di arrivare a Roma, che racconta meglio di mille statistiche dove stia oggi la sua testa: “Non gioco per i record. Gioco per me stesso. Gioco per il mio team. Per la mia famiglia.” L’ha detta a Madrid, dopo aver vinto il quinto Masters 1000 di fila. L’ha confermata, con i fatti, a Roma. Domenica 17 maggio, davanti a un Centrale arancione e a un Presidente della Repubblica in tribuna, ha messo in bacheca anche il torneo della capitale, completando il Career Golden Masters a 24 anni (un’impresa riuscita prima di lui solo a Novak Djokovic, che però la chiuse a 31). Il record è un effetto collaterale, non l’obiettivo. Ma comincia a essere un effetto collaterale ingombrante.
Una bacheca che ridicolizza l’anagrafe
Facciamo i conti. Al traguardo di Roma 2026, Jannik Sinner ha vinto 29 titoli ATP. Quattro sono Slam: Australian Open 2024 e 2025, US Open 2024, Wimbledon 2025. Dieci sono Masters 1000, con tutti e nove i tornei della categoria vinti almeno una volta in carriera (Toronto, Miami, Cincinnati, Shanghai, Parigi, Indian Wells, Monte-Carlo, Madrid, Roma). Ci sono in mezzo due ATP Finals, vinte senza perdere un set per due anni di fila (un’impresa che prima di lui era riuscita solo a Ivan Lendl). C’è una Coppa Davis che l’Italia non smette di vincere da tre stagioni grazie al suo punto di squadra. C’è un ranking ATP che lo ha visto numero uno per oltre settanta settimane, divise in tre regni distinti.
La striscia attuale sulla terra è da brividi: 17 partite, 17 vittorie. Monte-Carlo, Madrid, Roma. Mai nessuno, dopo Rafael Nadal, era arrivato al Roland Garros avendo vinto i tre Masters 1000 sul rosso nella stessa stagione. Mai nessuno aveva chiuso il Career Golden Masters tanto giovane. Aggiungete che nel 2025 è stato l’unico tennista, insieme a Federer, Laver e Djokovic, ad aver raggiunto la finale in tutti e quattro gli Slam in una stessa stagione, e si capisce perché qualcuno cominci a fare i conti con un’altra parola, scomoda: GOAT.
L’unico tassello: il Roland Garros
Dentro questa bacheca, per ora, c’è un buco preciso. Si chiama Roland Garros. Lo scorso anno Jannik è uscito da Parigi come un pugile dopo dodici round: cinque ore e ventinove minuti (altro record) di finale contro Carlos Alcaraz, tre match point sprecati, due set di vantaggio non concretizzati, una sconfitta che ha pesato come un macigno. Quel match resta la finale più lunga nella storia del Roland Garros e la seconda nella storia di tutti gli Slam.
Quest’anno il Roland Garros è il vero, dichiarato, obiettivo della stagione. Lo dice apertamente Simone Vagnozzi, il coach principale: “L’obiettivo è il Roland Garros. Roma era importante, ma Parigi resta il traguardo principale.” Lo conferma il calendario: Sinner, con il suo team, ha scelto di non giocare il torneo di Amburgo e di non sovraccaricarsi nella settimana di transizione, per arrivare a Parigi con la benzina giusta. Lì, se vince, completa il Career Grand Slam. Sarebbe il decimo tennista nella storia a riuscirci, il quarto più giovane di sempre dopo Alcaraz, Don Budge e Rod Laver.
Il significato simbolico è enorme. Cinquant’anni dopo l’ultimo Roland Garros vinto da un italiano in singolare (Adriano Panatta nel 1976, sempre lui), Sinner potrebbe chiudere un altro cerchio storico.
Perché Jannik dà tutto adesso
Qui sta il punto vero, la chiave di lettura che a Roma è diventata evidente. Sinner sta dando tutto ora: è giusto così? La risposta, ovviamente, è sì. Sì, perché ha capito una cosa che molti campioni imparano troppo tardi: il presente non si negozia.
Carlos Alcaraz è infortunato con un problema al polso destro che gli farà saltare anche il Roland Garros. Ma tornerà, presto. E nel frattempo dietro premono le nuove promesse. Rafael Jodar, ventenne spagnolo cresciuto a vista d’occhio in assenza di Alcaraz, viene definito da Boris Becker “uno con la mentalità di Sinner”. Joao Fonseca, brasiliano classe 2006, sta già rompendo racchette nei tornei dei grandi. Holger Rune è sempre lì pronto a esplodere. La next gen non aspetta. E Jannik, che da bambino ha sciato con la stessa serietà con cui oggi gioca a tennis, sa benissimo che la finestra in cui sei davvero “sopra a tutti” è sempre più corta di quanto pensi.
Per questo, oggi, vince tutto quello che si può vincere. Per questo non si concede pause mentali, non rallenta, non sceglie di gestire. Sceglie di spingere. È una scelta pratica, prima ancora che agonistica.
E Jannik sa cosa fare e quando farlo. Evidentemente. Lo sa lui e lo sa il suo team. Non dimentichiamolo: è circondato da professionisti che sanno come sostenerlo e supportarlo in ogni decisione.
Il team: la “seconda famiglia”
Insomma, tutto questo è possibile non tanto grazie al talento, che anzi può portarti a sbandare, a fare scelte avventate. Ciò che fa la differenza è la struttura attorno al talento. Quello che gli esperti del settore chiamano “il clan Sinner”. Una macchina di precisione, una piccola corte messa insieme con criteri che hanno poco a che fare con i grandi nomi e molto con la chimica umana. Sì, perché Sinner vuole (ed ha bisogno di) circondarsi di persone con cui si sente bene, a suo agio. Preparate, ottime, professionalmente eccezionali, certo. Ma anche in sintonia. Anzi, la sintonia è il punto cruciale delle sue scelte.
Al vertice operativo c’è Simone Vagnozzi, marchigiano di Ascoli Piceno, coach principale dal 2022. È quello che vede i dettagli tecnici prima degli altri, quello che si prende la grana di dire le cose scomode. “Io sono il poliziotto cattivo”, ha scherzato in un’intervista qualche settimana fa. “Darren è quello che stempera.” Darren Cahill, australiano, leggenda del coaching mondiale: a fine 2025, dopo un primo annuncio di ritiro, si è lasciato convincere a restare ancora un anno, secondo molti perché crede davvero che Jannik possa giocarsi il Grande Slam. La sua filosofia, ripetuta in una recente intervista alla Gazzetta, è quasi un manifesto: «Alla fine del percorso, chi hai seguito deve essere una persona migliore. È una questione di cultura, di rispetto verso i colleghi, i raccattapalle, gli arbitri. Se tra cinque o dieci anni vedrò ancora Jannik dare tutto e mostrare rispetto per chiunque lo circondi, sarò felice. Perché se tutto diventa solo una questione di titoli, perdi il senso di ciò che fai. E Jannik, il tennista lo fa per amore.»
La parte fisica oggi è di nuovo nelle mani di Umberto Ferrara, bolognese, preparatore atletico storico di Sinner dal 2022 fino al settembre 2024, quando fu allontanato insieme al fisioterapista Giacomo Naldi a seguito del caso Clostebol (la contaminazione accidentale di un farmaco cicatrizzante che costò tre mesi di sospensione a Jannik). Nel luglio 2025, dopo la breve parentesi con Marco Panichi (durata appena nove mesi e chiusa prima di Wimbledon), Sinner ha richiamato Ferrara «con effetto immediato», andando — come disse Vagnozzi — «oltre le chiacchiere e le polemiche». Una scelta che racconta molto del modo di pensare di Jannik: la fiducia, quando c’è, non viene cancellata da un incidente. A completare la parte fisica ci sono il fisioterapista argentino Alejandro Resnicoff e l’osteopata Andrea Cipolla, presenze ormai stabili nel box.
Poi c’è Riccardo Ceccarelli, una figura meno raccontata ma fondamentale. Medico dello sport, direttore di Formula Medicine a Viareggio, ha trent’anni di esperienza con piloti di Formula 1 e MotoGP. Lavora con Jannik dal 2020, sul mental training: gestione dello stress, immunità mentale agli “agenti esterni” (clima, pubblico, condizioni del campo, avversari), self-awareness. La sua presenza è diventata ancora più centrale nei mesi più turbolenti del 2025, quando Sinner stesso ha ribadito che “la parte mentale è la più importante per un tennista”. Ceccarelli spiega che il punto non è “essere forti”: il punto è “essere indifferenti a ciò che potrebbe destabilizzarti”.
Infine, sopra a tutti, una figura quasi invisibile ma decisiva: Alex Vittur, il manager. Per Jannik è una sorta di fratello maggiore, l’uomo che lo aiuta nelle scelte importanti, dal calendario dei tornei agli sponsor, e che mantiene la barra a dritta quando intorno si fa rumore.
Dentro a questo team nessuno è lì per la fotografia. Il segreto del clan, ha riassunto Vagnozzi domenica sera, è che “siamo persone che fanno questo lavoro non perché siamo con il numero uno del mondo, ma perché ci piace farlo”.
Il “miglioramento”: l’ossessione che non passa mai
L’altro tratto distintivo di Sinner è una sorta di insoddisfazione perpetua. Anche a Roma, dopo il sesto Masters 1000 consecutivo, le parole sono state da operaio del campo: “Ci sono ancora cose da migliorare.” Vagnozzi e Cahill, in queste settimane, hanno detto apertamente quali sono gli obiettivi tecnici della stagione: un servizio ancora più potente e più preciso (lo si è visto a Madrid), maggiore esplosività negli spostamenti laterali, una migliore transizione fondo campo-rete, la palla corta come arma offensiva e non solo difensiva (a Roma qualche spettatore gliel’ha fatta notare in tribuna: “La palla corta non farla più!”).
Non è un caso che sulla terra di Madrid abbia battuto Zverev in finale per 6-1 6-2 in 57 minuti, dopo aver perso il primo set del torneo al tie-break contro Bonzi. È una macchina che si tara strada facendo, che usa la partita come laboratorio. “Non c’è miglior allenamento del match”, spiega Vagnozzi.
La persona Sinner: una geografia interiore
Per capire fino in fondo perché funzioni tutto, però, bisogna andare a guardare la persona.
Fino a tredici anni Jannik è stato uno sciatore vero: due volte vicecampione italiano di categoria. La maestra di sci che lo seguiva si chiama Elisabeth “Lee” Egarter, e ancora racconta di un bambino schivo, ostinato, capace di scendere mille volte sulla stessa pista per perfezionare un’unica curva. Come ormai è bene noto, a tredici anni, ha lasciato casa per trasferirsi a Bordighera con la famiglia del suo allenatore di tennis Luka Cvjetković, affidato al centro di Riccardo Piatti. A tredici anni. Solo. Con un italiano ancora incerto.
Quel passaggio, quella “frattura” giovanile, spiega molte cose. La compostezza con cui Sinner gestisce i momenti difficili (e ce ne sono stati, dal caso Clostebol alla finale persa in cinque set lo scorso anno a Parigi). La capacità di dire “no” a inviti, copertine, Sanremo, vita mondana. La riservatezza che alcuni scambiano per freddezza e che invece è semplicemente la geografia interiore di chi ha imparato presto a stare bene da solo. Anche se la mancanza della famiglia e dei cari si fa sentire.
Jannik non è, o almeno non è solo “il ragazzo di ghiaccio”
C’è un’etichetta che a Sinner viene appiccicata addosso da quando è diventato grande, e che a Roma ha mostrato tutti i suoi limiti: “il ragazzo di ghiaccio”, “freddo”, “imperturbabile”. È una descrizione comoda. È anche, semplicemente, sbagliata.
In semifinale contro Medvedev, dopo un primo set chiuso in 32 minuti relativamente facili, Jannik è sprofondato in un secondo set lunghissimo, complicato dal calare della sera, dal campo reso pesante dalla pioggia del pomeriggio, dall’umidità e da un ottimo Medvedev finalmente in palla, che lo ha sottoposto ad uno sforzo fisico importante. Specialmente dopo tante settimane quasi senza sosta nelle gambe.
Lo abbiamo visto piegarsi sulle ginocchia dopo gli scambi più intensi, appoggiarsi alla racchetta per alzarsi, recuperare fiato con faticosi e lunghi respiri e, poi, perdere il set 7-5. Sotto break nel terzo set, ha trovato un riemergere di lucidità e determinazione che il pubblico del Centrale ha sostenuto a ogni punto, conquistando il break decisivo prima che la pioggia interrompesse tutto fino al giorno dopo. E lì è stato ancora più evidente che la presunta “freddezza” non c’era affatto: un urlo grintoso e liberatorio ha accompagnato il recupero tanto atteso.
In finale contro Ruud, quasi lo stesso copione, anche se in scala ridotta: il break subìto al primo game, sette punti su otto persi in avvio, le mani che cercano la pulizia di un colpo che non arriva e l’evidente peso della tensione di un giorno così importante, in un luogo così importante, davanti ad un pubblico così importante. La pressione si è vista sul volto di Jannik e in quei colpi in cui non riusciva a lasciar andare il braccio. Poi il riequilibrio, la calma ritrovata, la solidità di chi sa di poter fare il suo gioco in ogni occasione se il fisico è in forma. E la finale ha girato. In due set l’ha portata a casa.
Da queste sequenze emerge una cosa precisa: Sinner non è freddo. È capace di tornare freddo e lucido quando serve, che è un’altra cosa. Sotto la maschera composta passa di tutto: tensione, fatica, qualche momento di esaltazione quando si tira fuori da un brutto passaggio, l’autoironia dei sorrisi nascosti sotto la visiera, l’umiltà delle ammissioni in conferenza (“devo migliorare negli scambi da fondo”), e soprattutto la solidità di chi crede in quello che sa fare. È un carattere composito, non monodimensionale. Il motivo per cui regge è proprio questa complessità, non la sua assenza. E c’è molto da imparare da questa composizione di fattori.
I Carota Boys, la fidanzata, l’iconografia popolare
In tutto questo, attorno a Jannik si è costruito un piccolo immaginario pop che racconta come l’Italia se lo sia preso a cuore. Ci sono i Carota Boys, sei amici di Revello in provincia di Cuneo, panettieri e impiegati, che nel 2023 si presentarono al Foro Italico travestiti da carote (l’idea era nata da quando Sinner, al torneo di Vienna 2019, fu visto sgranocchiare una carota durante un cambio campo) e che da quel giorno seguono Jannik in giro per il mondo, sponsorizzati da Lavazza. Non sono ultras, non sono fanatici: sono il sintomo di un’affezione popolare nuova, ironica, leggera, che il tennis italiano non aveva mai avuto in queste forme.
C’è il rapporto con la fidanzata, tenuto rigorosamente fuori dai social per scelta esplicita. C’è il legame ferreo con la famiglia, mai esibito, sempre presente. C’è la racchetta Head sponsorizzata sui modelli Speed, c’è l’asciugamano del Foro Italico regalato anni fa ai Carota Boys come gesto d’affetto. E c’è, su tutto, una qualità che in Italia abbiamo disimparato: la misura. Sinner non parla mai a vanvera, non si lamenta degli arbitri, non discute le decisioni dei giudici di sedia, ringrazia gli avversari e il pubblico (anche quando è contro, come è successo lo scorso anno al Roland Garros). È un atleta che, mentre vince come pochi, riesce a non essere mai antipatico.
Sinner a Parigi con tutto sulle spalle
Adesso si va a Parigi. Lo Stade Roland-Garros lo aspetta come l’ultimo Slam, l’unico, il più ostile per le sue caratteristiche di gioco (terra alta, lenta, scivolosa) ma anche quello che in queste settimane lo ha visto trasformarsi in un giocatore ancora più completo.
Senza Alcaraz, sulla carta è il favorito assoluto. Ma il tennis non si gioca sulla carta, e Jannik è il primo a saperlo. “Cerco di essere la versione migliore di me stesso, giorno per giorno”, ha ripetuto ancora dopo la finale di Roma. È una frase che da chiunque altro suonerebbe come marketing. Da lui, semplicemente, è la dichiarazione di un metodo. Mentre gli altri pensano alla storia, lui pensa già a Parigi.
Non c’è posto come Roma
C’è chi dice che la sua finestra di dominio sia appena iniziata. C’è chi ricorda, giustamente, che gli infortuni e i ragazzini terribili sono sempre dietro l’angolo. Quello che è certo è che a Roma il pubblico ha visto qualcosa che non capita spesso: un campione italiano nel pieno della sua maturità sportiva, davanti al Presidente della Repubblica, che chiude un’attesa lunga cinquant’anni.
Non c’è posto come Roma. Non c’è giocatore come Sinner. E noi non sappiamo neanche come ringraziarlo per quello che ci sta facendo vivere.
