Internazionali BNL d’Italia, semifinale
Diciotto ore e ventidue minuti.
Tanto è passato tra l’ultimo punto giocato ieri sera, sotto un acquazzone che il Foro Italico non aveva il diritto di subire a quell’ora di una semifinale così, e il primo punto di oggi pomeriggio, quando Daniil Medvedev (bisogna riconoscerglielo) ha rimesso il piede in campo con un ace e ha chiuso quel benedetto settimo game del terzo set che ieri sera ci aveva lasciati tutti in apnea.
Diciotto ore e ventidue minuti in cui un atleta normale, un campione normale, persino un top‑10 normale, avrebbe avuto il diritto di smarrirsi.
Jannik Sinner non è normale. Nel senso migliore di questa affermazione, ovviamente.
Sinner ha riaperto la porta, ha ripreso il filo esattamente dove l’aveva lasciato, ha tenuto a turno il suo servizio e ha strappato a Medvedev quello buono, chiudendo 6‑2 5‑7 6‑4.
Domani la finale, contro un Casper Ruud che intanto sonnecchiava sui divani del lounge dei giocatori dopo aver liquidato Darderi in poco più di un’ora.
C’è un modo facile di raccontare una vittoria come questa: il punteggio, lo score, il prossimo turno. C’è un modo onesto che impone di fermarsi un attimo di più.
Quello che è successo davvero ieri sera
Bisogna ripartire da ieri, perché ieri sera Jannik Sinner ha vissuto trenta minuti di partita che, in un altro contesto, sarebbero potuti diventare il punto di rottura di una stagione. Primo set chiuso in trentatré minuti, una pratica spedita di tennis aggressivo, profondo, chirurgico.
Poi qualcosa si è inceppato: la mano destra che trema tra un punto e l’altro, il respiro corto, lo sguardo che cerca aria. Il (quasi) vomito a bordo campo. Il fisioterapista chiamato sul 3‑2 del terzo. Una stagione lunghissima (quella che gli è valsa il record assoluto di 32 vittorie consecutive nei Masters 1000, superando le 31 di Djokovic) che presentava il conto in diretta televisiva nazionale, davanti a quindicimila persone che non avevano comprato il biglietto per vedere il numero uno del mondo soffrire.
E in mezzo, anche un nervo scoperto: lo scambio cortese ma fermissimo con la giudice di sedia Aurélie Tourte, mentre la pioggia diventava insostenibile e gli organizzatori tentennavano. “Sta piovendo, se scivolo sulla linea? Non posso decidere io.” Niente teatro, niente alzate di voce: solo un giocatore che chiedeva all’arbitraggio di fare il proprio mestiere. E aveva ragione lui.
Tutto questo, sommato, era il materiale perfetto per una notte storta. Per un risveglio carico di dubbi. Per un terzo set ripreso in salita.
Il fenomeno è qui, anche se non si concede mai l’estetica del fenomeno
Si parla spesso, e giustamente, del tennis di Sinner come di una macchina di precisione. Il rovescio bimane che scava angoli impossibili, il dritto sempre più completo, il servizio diventato un’arma di chiusura. Ma chi guarda Sinner solo dal lato tecnico continua a non capire perché vince. La vera anomalia, la cifra che lo separa dai pur fortissimi della sua generazione, è ciò che accade nella testa. È la capacità di azzerare il rumore.
Diciotto ore di pausa, in un torneo di casa, con la responsabilità di un record in corsa, con il pubblico che non sa più se applaudire o trattenere il fiato, con un avversario tecnico come Medvedev che ti aspetta al varco di un singolo game di servizio per riaccendere tutto: in quel contesto, rientrare in campo e fare esattamente quello che si stava facendo prima è una forma di sport che ha pochi precedenti recenti. Federer aveva qualcosa di simile, Nadal ne aveva una versione più ruvida e ostinata, Djokovic forse la versione più cerebrale. Sinner ha trovato la propria: tenace, coerente, umile ma determinata, operaia (come un’ape nella costruzione dell’alveare).
È un fenomeno che non si concede mai l’estetica del fenomeno.
Oggi, sul 4‑2 di un terzo set ripreso in condizioni completamente diverse (sole, campo più veloce, scambi più corti, ritmo cambiato) Sinner non ha provato a vincere il punto del secolo. Ha tenuto i suoi turni di servizio con la disciplina di chi ha capito che il match si chiudeva non strafacendo, ma non sbagliando.
Sul 5‑3, in risposta, è arrivato persino a un passo dal traguardo: due match point sul 15‑40, annullati con un orgoglio degno della sua carriera da un Medvedev che ha tenuto il servizio e accorciato sul 5‑4.
Ed è proprio lì, nel momento in cui il copione minacciava di incrinarsi (perché salire al servizio per chiudere una semifinale dopo aver mancato due palle match è uno dei test mentali più crudi che il tennis conosca) che si è visto il giocatore che Sinner è diventato. Niente esitazioni, niente rimpianti per i punti sfumati: game tenuto a zero, partita chiusa al primo tentativo utile. Niente urla, niente fist‑pump esagerati. Una stretta di mano e via.
La pressione, quella vera
La pressione, in questo momento della carriera di Sinner, è una creatura a più teste.
C’è quella dei record: il filotto di 32 successi nei Masters 1000 che diventa 33, il margine in classifica su Alcaraz che si dilata a 2.390 punti e che lo rende matematicamente quasi inattaccabile al numero uno anche dopo Wimbledon, la sesta finale consecutiva a livello 1000.
C’è quella ambientale: giocare in casa, con un Paese intero che ti tratta come patrimonio nazionale ed interpreta ogni tuo passo falso come tragedia personale.
C’è quella narrativa: l’anno scorso, proprio qui, Alcaraz lo battè in finale; il copione vuole la rivincita, e i copioni nel tennis non si firmano mai prima del lunedì successivo.
Poi c’è la pressione più sottile: quella di un giocatore che sa di essere diventato, per il movimento azzurro, il riferimento da cui tutti partono. Una generazione che si sta riscrivendo di cui lui è il trascinatore.
È un peso che ormai Sinner conosce bene e porta con eleganza. Ha 24 anni: non è più il ragazzino delle prime imprese, è vero. Ma una responsabilità di questo peso, a quell’età, l’hanno sostenuta davvero in pochi.
Quello che ci resta da capire (e che vedremo domani)
Domenica c’è Casper Ruud, fresco, riposato, finalista a sorpresa di un tabellone che lo ha trattato bene. Non è un avversario banale sul rosso, e arrivare in finale dopo trentasei ore tennistiche complicate non è la situazione ideale.
Sarà un’ulteriore prova del fuoco, nonostante oggi, paradossalmente, sia stata l’unica che non ci preoccupava davvero.
Abbiamo visto, in queste due giornate la versione più matura, più consapevole, più tenace di Jannik Sinner. Un giocatore che non vince soltanto le partite facili.
C’è un’espressione abusata nel tennis, “campione assoluto”. Quasi sempre la si usa a sproposito. Stasera, dopo una semifinale conclusa in due giorni, sotto la pioggia e poi sotto il sole, con dentro un malore, un confronto con l’arbitro, un record che marciava e un Paese che fiatava sul collo, si può usarla senza imbarazzo.
Domani c’è una finale da giocare, e da provare a vincere. Ma il dato più importante, il dato che spiega perché Sinner non è più paragonabile a nessun altro tennista in attività, è già scritto in queste righe: è tornato in campo dopo diciotto ore e ha continuato la frase esattamente dove l’aveva interrotta. Pochi, nella storia di questo sport, hanno saputo farlo. Quasi nessuno con tanta apparente facilità.
Il fenomeno non è il rovescio. È tutto il resto.
