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    Libri da leggere

    Oggi mi sa che muoio

    Donata ZoccheBy Donata Zocche05/10/2011
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    ‘Devo ammettere che faccio fatica a rendermi conto d’essere davvero a Roma. Non mi sarei mai aspettato di trovare questa baraccopoli dentro la mia città: buia, fredda, piena di pozzanghere’.
    A parlare è Pietro, uno dei protagonisti di Oggi mi sa che muoio, di Jole Severi Silvestrini, pubblicato da Mondadori. Ma sono in molti a non aspettarselo, specialmente quando la visione della realtà viene offuscata dalla non-conoscenza, dal pregiudizio. Specialmente quando la realtà si chiama campo nomadi, un posto dove pochi vorrebbero andare, e ancora meno ci sono stati.
    Jole Severi Silvestrini, invece, quella realtà la conosce bene, perché ha operato come medico volontario al campo rom di Casilino 900. Dalla sua incredibile esperienza è nato un libro prezioso e autentico, che pagina dopo pagina ci accompagna nel luogo-simbolo di tante nostre paure, restituendoci la visione nitida di chi ha visto le cose coi propri occhi.

    Dottoressa Severi Silvestrini, ‘Oggi mi sa che muoio’ nasce dalla sua esperienza personale presso il servizio di Medicina Solidale di Tor Bella Monaca e di Casilino 900. Perché ha deciso di fare il medico in un campo rom?
    Come molte altre persone, in un certo senso privilegiate, anche a me è successo di rendermi conto di essere una donna fortunata  e di sentire il bisogno di donare parte del mio tempo e delle mie conoscenze a quelli che reputavo meno fortunati di me. Ero in un momento particolare della mia vita, non solo professionale,  e non mi aspettavo minimamente  che da questa esperienza sarei stata proprio io quella che, a conti fatti, avrebbe tratto il maggior guadagno. Infatti, ero convinta che fare volontariato significasse soprattutto dare e invece mi sono ritrovata a ricevere tantissimo. A Tor Bella Monaca non mi sono presa cura solo di donne Rom, ma di molte pazienti immigrate e provenienti da tutte le parti del mondo.  Io sono ginecologa e per questo ho seguito soprattutto donne in gravidanza e mi sono subito accorta di quanto queste persone avessero bisogno di raccontare le loro storie e di come fosse bello starle a sentire.  Il mio desiderio di scrivere è diventato addirittura un bisogno impellente e così è uscito “I Racconti Dell’Attesa” il primo libro nato dall’esperienza a  “Torbella”.  E’ una raccolta di favole, in tante lingue diverse, che mi hanno raccontato le mamme in attesa e che nel corso dei nove mesi abbiamo tradotto insieme. Da quel momento ho capito cosa significasse per me fare il medico: non solo il Policlinico, l’Università, i pazienti come “casi” da riportare ai congressi,  ma il prendersi cura davvero delle persone con le loro storie cariche di sofferenza ma anche di vita e di speranza, di gioia e di voglia di raccontare.  E sono andata avanti e ho scritto anche “Oggi mi sa che muoio”,  stavolta un romanzo,  che mi ha permesso di dar voce a tanti personaggi diversi,  insomma, a tutti quelli che hanno cambiato il mio lavoro in meglio.

    Najo, uno dei protagonisti, ad un certo punto dice: ‘Gagè! ma non dirmi che non sai ancora come vi chiamiamo?! sei proprio imbranato! i gagè sono la gente come te, quella che non è rom, insomma siete voi: i non zingari!’
    Le è capitato di sentirsi in una situazione ribaltata, cioè ad essere lei la ‘diversa’, ‘quella che appartiene ad un’altra realtà’?

    Be’, in un certo senso la sensazione di essere sempre un po’ fuori contesto, non perfettamente integrata nell’ambiente in cui vivo e lavoro, mi ha sempre accompagnata, turbandomi anche un po’. Ho sempre pensato fosse un mio limite sentirmi spesso “fuori luogo” rispetto alla mia “casta”, fino a quando non ho capito che in realtà essere un po’ strana poteva essere una mia risorsa  e infatti sentire di non appartenere completamente a quella che dovrebbe essere la mia realtà mi permette di immedesimarmi con le storie degli altri, di coloro che vengono da mondi  lontani e molto diversi da quello in cui sono nata e cresciuta.
    Ora mi succede ancor più di prima di sentirmi trattare dai miei colleghi come “quella un po’ bizzarra”, ma  non mi preoccupa, va bene così: sono un po’ “diversa”.

    Pietro è un giovane volontario, che offrendo il proprio aiuto contravviene alle regole della comunità rom. Scatenerà, involontariamente, effetti deleteri. Come giudica la conoscenza che i ‘gagè’ hanno generalmente del mondo rom?
    Non si può mai parlare di vera conoscenza quando l’approccio a una realtà  è offuscato dai pregiudizi, io credo che la maggior parte dei gagè nutrano solo diffidenza e paura nei confronti del mondo rom, ma anche i rom sono spesso profondamente sospettosi nei confronti dei gagè e per questo ci attribuiscono  caratteristiche grottesche che derivano solo dai loro preconcetti. Pietro, come molti ragazzi della sua età, ha solo una conoscenza molto superficiale del mondo dei campi, però gli capita di innamorarsi di una zingara e l’amore sarà una molla potentissima che indurrà dei cambiamenti drammatici. L’amore ha il potere di trasformare  le persone e di rendere possibile una conoscenza reale e concreta dell’altro, del diverso, che altrimenti non sarebbe mai stata possibile. Ma l’amore non è “attento” e a volte travolge le differenze, sì, insomma, l’amore non è quasi mai “politicamente corretto”.

    ‘Non mi sarei mai aspettato di trovare questa baraccopoli dentro la mia città: buia, fredda, piena di pozzanghere’, si trova ad un certo punto a pensare Pietro.
    Si può dire che da una parte l’attaccamento alle proprie tradizioni e dall’altra la difesa messa in atto verso certe realtà difficili, come i campi nomadi, finiscono col consolidare ancora di più queste realtà?
    Certamente, è proprio così. Siamo tutti un po’ responsabili  dell’esistenza di realtà assurde come quella dei campi, che sono luoghi indecenti nei quali le condizioni di vita delle persone che ci abitano sono assolutamente inaccettabili.

    Jasmina dice a Pietro: ‘Devo proprio spiegarti un bel po’ di cose su quello che da noi un ragazzo e una ragazza … se non sono sposati … bè, insomma, diciamo così: non possiamo stare mai da soli!’
    Le regole tradizionali più rigide sono destinate ad allentarsi tra le generazioni più giovani, avvicinando mondi diversi?

    Sì, anche questo è un aspetto che fa parte delle trasformazioni  che i protagonisti di questa storia subiranno grazie all’innamoramento  che è la molla capace di produrle. In questa storia non ci sono i buoni e i cattivi, né tra gli zingari né tra i gagè,  non si propongono soluzioni facili e finali rassicuranti e nemmeno regole giuste contrapposte a regole sbagliate, però Pietro, Jasmina e i ragazzini del campo diventeranno amici e un sentimento d’affetto, di curiosità e fascino reciproco li unirà permettendogli di vincere le paure e quindi anche il bisogno di difendersi trincerandosi dietro a comportamenti rigidamente stereotipati. I giovani di questo romanzo sono gli unici che riescono a contravvenire alle regole dei loro rispettivi mondi. Non a caso questo libro è dedicato soprattutto a giovani adulti e ho scelto di pubblicarlo in una collana per ragazzi, infatti, credo che il messaggio vada indirizzato a loro perché sono loro che possono davvero recepirlo.

    Dottoressa Severi  Silvestrini, con quali pregiudizi è entrata al campo rom di Casilino 900, e con quali giudizi ne è uscita?
    Sono entrata con i pregiudizi che credo abbiamo tutti come per esempio: gli zingari non hanno nessuna voglia di lavorare, sono ladri e bugiardi, trattano male le donne e i bambini, vengono da altri paesi più poveri e sfortunati del nostro, ma non vogliono integrarsi alle nostre leggi e alla nostra cultura,  sono sporchi e pigri. In verità avevo in testa anche una serie di idee preconcette un po’ ideologiche e romantiche del tipo: lo zingaro è libero perché si rifiuta di condividere le norme della nostra società, lo zingaro preferisce vivere in una baracca ed essere nomade piuttosto che sentirsi incatenato alle nostre regole borghesi, lo zingaro è orgoglioso d’esserlo e vuole rimanere tale e … via dicendo.
    In realtà le cose non stanno affatto così. Per prima cosa ho scoperto che la maggior parte delle persone che vivono nei campi, almeno nella nostra città, è nata  in Italia da genitori che a loro volta sono nati qui e, considerando  il fatto che tra di loro ci si sposa molto presto e si diventa genitori già a quindici o sedici anni,  talvolta anche i loro nonni sono nati in un campo rom in Italia. Insomma, sono italiani di seconda o addirittura di terza generazione . Alla luce di ciò suona piuttosto ridicola l’intenzione di alcuni di rispedire questa gente a casa loro visto che la loro casa è proprio qui, da noi. E nonostante questo, nessuno di loro, come sarebbe giusto, è cittadino italiano e per molti di loro è difficilissimo avere persino il permesso di soggiorno. In Italia qualsiasi straniero senza documenti in regola commette un reato e quindi qualsiasi zingaro è un fuorilegge fin dalla nascita.  In queste condizioni anche se qualcuno di loro volesse davvero “integrarsi” e vivere una vita onesta, chi darebbe lavoro a uno zingaro senza documenti?
    Un’altra importante scoperta che ho fatto è che nessuno tra le persone che ho conosciuto a Casilino 900, soprattutto i ragazzi e i bambini, è orgoglioso di essere costretto a rubare o a fare accattonaggio per campare, e nessuno, ma proprio nessuno, preferirebbe vivere in una baracca sporca, senza acqua, senza bagno, gelata d’inverno e bollente d’estate, piuttosto che in una vera casa se gliene fosse data la possibilità. Poi ho capito che nessun bambino preferisce andare a chiedere l’elemosina, o andare alla ricerca di cose da mangiare o vendere infilandosi nei cassonetti, oppure essere costretto a rubare portafogli sugli autobus, piuttosto che andare a scuola. Tutti quelli che ho conosciuto vorrebbero imparare a leggere e a scrivere e sognano di fare da grandi dei lavori rispettabili, ma sanno che questa è una possibilità a loro preclusa.
    Ho scoperto che il nomadismo  è scomparso tra i Rom, infatti sono morte tutte quelle occupazioni e quei mestieri che lo giustificavano. Quasi più nessuno aspetta la festa del paese e l’arrivo dei giostrai, dei musicanti, delle cartomanti, dei fabbricanti di pentole e di coltelli, gli arrotini, gli ombrellai, i domatori di cavalli e così via. Ora in tutte le città, e persino nei paesini, ci sono i grandi centri commerciali, i cinema multisale e i parchi di divertimento e gli zingari non servono più.  Un tempo per la famiglia Rom era indispensabile spostarsi  di paese in paese per portare durante le fiere le proprie mercanzie e i propri mestieri, ora che è scomparsa questa necessità il nomadismo non ha più ragion d’essere. Gli zingari sono diventati stanziali e la maggior parte di loro sogna un lavoro e una casa e una vita proprio come quella dei gagè.
    Infine ho capito che nei campi non si nasconde solo la microcriminalità legata ai furtarelli,  alle truffe e all’accattonaggio necessari alla sopravvivenza di tanti poveracci,  ma che tra le baracche trovano rifugio criminali veri e propri, e che refurtive di migliaia e migliaia di euro sono state rinvenute in molti campi, nonché  molte armi e chili di droga. I campi, infatti, sono posti dimenticati e abbandonati, spesso ai margini della città, praticamente fuori da ogni regola e legge e senza quasi alcun controllo, insomma, sono posti ideali per molti delinquenti, anche potenti e collegati alle mafie, che hanno tutti gli interessi affinché le cose non cambino mai.

    Oggi mi sa che muoio
    di Jole Severi Silvestrini
    Edizioni Mondadori

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