A tutti è noto lo scenario della città di Roma, vero e proprio museo a cielo aperto che ospita testimonianze storiche e artistiche uniche al mondo. Esiste però un’altra Roma, nascosta e meno nota, ma altrettanto spettacolare, che lo scorrere del tempo ha plasmato anche attraverso gli elementi naturali.
Se pensiamo che i primi insediamenti dell’Urbe risalgono a 2700 anni fa, si può immaginare la mole di costruzioni accumulatesi attraverso i secoli.
Alcune di queste sono andate distrutte trasformandosi in macerie sulle quali si costruiva nuovamente, formando via via strati sovrapposti che spesso si mischiavano ai detriti trasportati dalle piene del Tevere. Altre sono giunte intatte a noi, proprio perché protette dal ventre della terra.
E’ quindi strettamente legata agli elementi naturali, la Roma sotterranea. Nata nella terra, si è legata all’acqua come vuole il mito, ottenendo vita e fertilizzazione.
Oltre alle più note testimonianze della cristianità, come basiliche e catacombe, il sottosuolo di Roma ospita anche un ragguardevole numero di mitrei, ipogei dedicati al culto del dio Mitra, ninfei, luoghi di refrigerio fisico e spirituale, e tombe, tramite tra il mondo dei vivi e l’aldilà.
Tutti questi siti, scavati nella terra, richiamano gli altri elementi naturali. I mitrei erano infatti rischiarati dal fuoco, i ninfei attraversati dall’acqua, le tombe luoghi di trapasso verso l’Empireo.
Non è sempre facile stabilire con esattezza quali fossero i culti celebrati al loro interno. Le stesse catacombe diedero sepoltura prima ai pagani e poi ai cristiani, mentre la celebre basilica di San Clemente sorge addirittura su un complesso mitraico.
Neanche le dimensioni della Roma sotterranea sono ancora certe. Raggiunge una profondità di 20 metri, ma la sua estensione, pare di diversi chilometri, è ancora un mistero.
L’unica dimensione nota è quella del tempo: 27 secoli di storia.
Contemporaneamente alla diffusione del Cristianesimo, a Roma un nuovo culto raccolse numerosi adepti, il Mitraismo, sebbene fosse destinato a scomparire assieme all’Impero Romano d’Occidente.
Il dio Mitra, divinità solare persiana, era nato il 25 dicembre, giorno del natalis solis. Il suo culto avveniva in grotte o caverne, detti mitrei, dove la cavità rappresentava il cosmo, come testimoniano le raffigurazioni astrali delle volte. Nel cosmo-mitreo l’anima degli adepti iniziava un viaggio verso il cielo supremo, una catarsi spirituale, ma erano previste anche delle prove iniziatiche.
Per quanto riguarda il mondo occidentale, Roma ospita la maggior parte dei mitrei giunti sino ai giorni nostri, ipogei a diversi metri di profondità, visitabili solo con permessi speciali e raggiungibili tramite scalette. Sono solitamente ambienti artificiali, il cui aspetto di grotta è stato ottenuto tramite l’uso della pietra pomice, costituiti da un’aula centrale rettangolare circondata da banconi laterali, sui quali i fedeli consumavano un banchetto rituale, il cosiddetto agape mitraico.
Tra gli ipogei in migliore stato di conservazione va ricordato il mitreo del Circo Massimo, nei pressi della Bocca della Verità, dove si può ammirare un altorilievo con l’immagine della tauroctonia, ossia l’uccisione del toro, simbolo della vittoria dell’ordine sulla barbarie. Lo specus mitraico più famoso è però senz’altro il mitreo di San Clemente, nel ventre dell’omonima basilica, particolarmente ricco di elementi legati alla ritualità e alla simbologia, come l’aula triclinare, riservata agli adepti dei gradi superiori, e le sette nicchie rappresentanti gli altrettanti gradi iniziatici.
Altri luoghi di culto forse meno noti dell’antica Roma sono i ninfei. Dedicati alla venerazione delle ninfe, bellissime giovani che presiedevano alle acque preservandone il flusso vitale, erano ambienti che riproducevano grotte o cavità dove l’acqua scorreva tra la vegetazione naturale o ricche decorazioni.
Degni di nota sono il ninfeo degli Annibaldi, dove si può intravedere la preziosità degli intonaci policromi e delle paste vitree che coloravano l’acqua, e il ninfeo di Egeria, nel parco della Caffarella, nascosto tra la vegetazione per proteggere gli incontri tra Numa Pompilio e la sposa Egeria.
Momento di definitivo ritorno alla terra e alla profondità era la sepoltura. Il culto dei morti per i romani era principalmente legato alla memoria e al rispetto per i propri defunti, e si esprimeva attraverso la ritualità verso gli dei Mani, le ombre dei morti, entità che si aggiravano nelle case. Debitamente propiziati, garantivano il loro favore, se invece trascurati o offesi, si credeva potessero insidiare la sorte dei viventi.
Durante l’anno, diverse giornate erano dedicate al culto dei morti, ai quali venivano fatte semplici offerte di cibo, come pane, uva o dolci, oppure dedicati veri e propri banchetti. Non potevano poi mancare incenso e fiori, di solito rose e viole, simbolo di eterna primavera nell’oltretomba.
La tomba romana era il luogo deputato a mantenere vivo il ricordo di chi se ne era andato e il legame con la sua famiglia e la sua gens, i riti che presso di essa venivano celebrati, un tentativo di superare la morte.
Al di là delle differenze dovute a fattori sociali o economici, le tombe, proprio per la loro funzione di tramite fra il mondo dei morti e quello dei vivi, anche se sotterranee, venivano costruite lungo le vie consolari o in zone comunque ben visibili, raramente in luoghi isolati.
Testimoniano la grandezza della gens da cui furono commissionati il mausoleo di Romolo sulla via Appia, tomba del figlio di Massenzio, i mausolei di San Sebastiano, sempre sulla via Appia, e il mausoleo di Lucilio Peto sulla via Salaria, della gens Lucilia, dalla sobria forma conica come molti tumuli etruschi.
Sono invece esempi di sepoltura collettiva i colombari. Diffusisi durante l’età augustea, erano tombe di famiglie di umile condizione, come quelle appartenenti alle corporazioni funeraticie o dei liberti. Vanno ricordati il colombario di Pomponio Hylas, nel parco degli Scipioni, e i colombari di Vigna Codini, presso la porta Latina.
Nell’immagine tratta da Wikipedia il mitreo di San Clemente