Domenica, 23 Settembre 2018

spqr_1Minato all’esterno dalle invasioni barbariche e all’interno da una grave crisi, l’Impero Romano d’Occidente crollò, lasciando dietro di sé uno scenario di decadenza destinato a differenziarsi completamente dalla storia dei secoli precedenti? Oppure il 476 d.C., più che punto di rottura tra due epoche, fu un periodo di transizione verso il Tardo Impero?

In due saggi pubblicati in Italia, due storici di fama mondiale affrontano uno dei periodi più significativi della storia, muovendo verso ipotesi contrastanti.

Bryan Ward-Perkins, docente a Oxford, ne La caduta di Roma e la fine della civiltà, (Laterza, pp. 293, Euro 19,50), parla di ‘effetti drammatici’, ma l’americano Peter S. Wells, in Barbari, (Lindau, pp.241, Euro 19), ribatte che si trattò invece di ‘un’epoca tutt’altro che senza luce’.
La storia di Roma sembra arricchirsi di nuovi sorprendenti capitoli, destinati a far crollare molte delle nostre certezze.

Diecimila chilometri, circa un quarto della circonferenza della Terra, tanto misuravano i confini dell’Impero Romano durante il periodo di massima espansione, nel II secolo d.C. Un territorio immenso che si estendeva dalla Scozia all’Iran, dal Sahara al Mar del Nord, dove si parlava un’unica lingua ufficiale, il latino, si pagava in sesterzi e si sottostava alla legge romana.

Già in epoca repubblicana, Polibio, storico greco studioso del mondo romano, sosteneva: ‘ Due sono i modi in cui ogni tipo di Stato suole perire. Uno è la rovina che viene dall’esterno, l’altro è la crisi interna. Difficile prevedere il primo, determinato dall’interno il secondo ’.
Alcuni storici ritengono che i Barbari abbiano causato la fine dell’Impero Romano attraverso le loro invasioni, indebolendone i confini e occupando diverse province, arrivando infine a deporre l’imperatore Romolo Augusto. Altri parlano invece di fattori interni come una grave crisi economica e di un Impero sempre più frammentato, in preda a governatori mossi da interessi personali a tal punto da minare l’unità e l’esistenza stessa di Roma.

Se però ormai gli storici sono concordi nell’individuare nel crollo dell’Impero Romano d’Occidente una concomitanza di cause, la discussione sugli anni che seguirono è ancora aperta.
La storiografia ha spesso indicato il 476 d.C. come la linea di confine tra Antichità e Medioevo, un momento di sconvolgimento violento come un urto di continenti, cui seguirono, dal V all’ VIII secolo, i cosiddetti ‘secoli bui’.
Altre teorie parlano invece di un periodo di transizione, in cui i generali barbari presero il posto degli imperatori a capo dei regni romano-barbarici, adottando sistemi amministrativi e legislativi di derivazione romana.

Ma cosa successe realmente negli anni successivi al crollo di una fra le più grandi civiltà di tutti i tempi? E’ corretto parlare di fine dell’Impero Romano e di un conseguente periodo di decadenza, o furono piuttosto secoli di transizione, non di rottura, più correttamente definibili come Tardo o Basso Impero?
Due saggi di recente pubblicazione in Italia riaprono il dibattito.
Bryan Ward-Perkins, ne ‘La caduta di Roma e la fine della civiltà’, sostiene che ‘gli effetti a lungo termine del crollo dell’Impero furono drammatici’, e che ne seguì un periodo di decadenza in cui ‘l’arte, la filosofia e le buone fognature sparirono tutte dall’Occidente’.
Di opinione contraria è invece Peter S. Wells, che in ‘Barbari’ non parla di secoli bui, ma di ‘un’epoca tutt’altro che senza luce ’, anzi ‘ricca di una brillante attività culturale’.

Wells ritiene che gli studi condotti fino ad oggi, basati prevalentemente su testi di autori latini, non siano obiettivi, poiché quest’ultimi, avendo una visione romano-centrica, vedevano la fine di Roma come la peggiore delle catastrofi.
Ward-Perkins, in un approfondito studio sui reperti archeologici, trova invece conferma del declino dell’epoca nell’edilizia,  dove non vennero più costruiti grandi edifici con i tetti in tegole, oppure nella scomparsa degli spiccioli, segno di un crollo anche del commercio.
Wells ribatte che in realtà l’edilizia abitativa si convertì all’uso del legno, e che le città rimasero popolate e sempre attive negli scambi commerciali.  
La distanza tra i due studiosi diventa incolmabile quando Ward-Perkins aggiunge che la crisi economica portò anche ad una caduta della produzione alimentare, con conseguenze devastanti sulla popolazione.
Wells parla al contrario di uno sviluppo dell’agricoltura in seguito all’introduzione dell’aratro pesante a ruota,che portò a un’abbondanza di cibo che neanche Roma aveva conosciuto.
A distanza di un millennio e mezzo dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente tante sono ancora le domande aperte. La storia di Roma così come talora ci è stata insegnata, un periodo di luce e uno di buio separati dalla fatidica data del 476 d.C., sembra poter essere riscritta sulla base di nuovi studi e considerazioni più articolate.

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