Al Centrale del Foro Italico, l’esordio di Berrettini agli Internazionali BNL d’Italia 2026 finisce in un’ora e mezza: 6-2, 6-3 per l’australiano numero 60 ATP. Resta una palla break giocata, un servizio sotto la metà delle prime, e un pubblico che non ha smesso un attimo di crederci.
Non so se Roma fosse pronta alla sconfitta del suo gigante. Lo era, certo, ad accoglierlo, come è pronta sempre quando uno dei suoi figli scende in campo al Foro: con quella voglia un po’ tenera, un po’ apprensiva, di vederlo bene, di vederlo suo. Ma a guardarlo entrare oggi sul Centrale, Matteo Berrettini, con quel passo che non era del tutto quello dei giorni vincenti, qualcosa nell’aria già lo diceva. Si sa, nel tennis le partite si annusano. E quella di stamattina aveva un odore strano fin dai primi scambi.
Ha resistito un game, forse due. Sull’1-1, terzo gioco, è arrivata anche l’unica palla break del match. Non l’ha sfruttata. Il Centrale si è zittito in fretta. Matteo scuoteva la testa, parlava con sé stesso, cercava qualcosa che non trovava.
C’è un dato che fa più rumore di tutti: il quarantotto per cento di prime in campo. Quarantotto. Per Matteo, che del servizio ha fatto la sua religione, è un’eresia. Anche il dritto, il suo dritto, oggi non parlava la stessa lingua di sempre.
Nel secondo set qualcosa si è mosso. Quel tanto che basta a illudere. C’è stato il momento dell’antivibrazione: dalla racchetta di Popyrin schizza via il gommino, Matteo perde il punto e va a chiedere la ripetizione alla giudice di sedia. Discussione lunga, accesa, il Centrale che esplode con lui, fischi quando arriva il no. Si torna a giocare e l’australiano risponde nel modo peggiore possibile per noi: tre prime vincenti di fila. È una cosa che fanno solo i giocatori in fiducia. E Popyrin, oggi, era in fiducia.
Resta l’ultimo gioco del match. Che poi è quello che ti porti a casa. Sotto 40-0, con tre match point contro, Matteo ha tirato fuori quello che conta nei momenti importanti: l’agonismo e la voglia di combattere fino all’ultimo, anche quando la giornata è storta. Ha respirato, ha alzato la testa, ne ha annullato uno, ne ha annullati due, ne ha annullati tre. Ai vantaggi si è inventato pure un passante di rovescio lungolinea da scolpire. Uno dei suoi. Poi al quarto match point un dritto inside-in è finito in rete. La partita di esordio si chiude così.
C’è da dirlo: più che una sorpresa, è un dispiacere.
Berrettini, però, non è un capitolo chiuso. Non è il “passato” del tennis italiano, non è il reduce a cui si vuole bene per nostalgia, non è il romano che applaudiamo per la firma sul Centrale.
Perché Matteo Berrettini conta
Qui devo fermarmi un secondo, perché c’è una narrativa che gira da un po’ (pure tra noi tifosi italiani, che abbiamo la memoria corta peggio di chiunque) e non mi piace. La narrativa è: Berrettini è il passato, è una specie di reduce a cui vogliamo bene per quello che è stato, ma ormai…
Sbagliato. Matteo Berrettini è la ragione per cui oggi possiamo permetterci di parlare con disinvoltura di un’Italia che ha il numero uno del mondo, due Coppe Davis nel cassetto, un Masters 1000 vinto in casa l’anno passato e un paese intero che si ferma per il tennis. Prima di Sinner-mania c’era Berrettini-mania.
Matteo Berrettini è la ragione per cui oggi possiamo permetterci di parlare del tennis come parliamo della Nazionale.
La finale di Wimbledon 2021, primo italiano della storia, non è un dettaglio biografico: è il momento in cui in questo paese il tennis è tornato a essere uno sport di massa. Sui prati, davanti a Djokovic, con quel servizio e quel dritto, Matteo ha aperto una porta che prima era chiusa.
Dieci titoli ATP, sei dei quali sulla terra rossa, numero 6 del mondo, ATP Finals da protagonista, Coppa Davis vinta da pezzo del gruppo. E soprattutto: una generazione di ragazzini italiani che hanno preso in mano la racchetta perché c’era questo gigante di Roma che picchiava forte e parlava con educazione.
Il problema, lo sappiamo, è stato il corpo. Una catena di infortuni che ha preteso il suo prezzo, anno dopo anno: gli addominali, la mano, il piede, le ricadute.
Vederlo oggi al numero 100 fa un effetto strano a chiunque ricordi la traiettoria di quel rovescio lungolinea contro Djokovic, sull’erba, davanti a Kate Middleton.
Ma il punto, oggi, è che noi tifosi italiani abbiamo il dovere di non trasformare ogni sconfitta di Matteo in un epitaffio prematuro. Berrettini ci ha dato anni di gioia, ha aperto strade, ha portato il tennis dentro le nostre case. Adesso sta facendo la cosa più difficile della carriera di un atleta: risollevarsi. Un giorno dietro l’altro, provare a tornare a essere quello che era.
Magari da quel passante di rovescio lungolinea, l’unico colpo davvero suo della giornata. È già qualcosa. È già dove ricominciare.
Forza Matteo. Si ricomincia.
