Martedì, 27 Ottobre 2020

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Vittorio_De_SicaQuando si parla di capolavori del cinema italiano, occorre guardare al passato, ad un passato glorioso, ricco di registi di talento e attori straordinari. Questo è il caso, ad esempio, di “Ladri di biciclette”, il celebre film del 1948, vero e proprio manifesto del neorealismo cinematografico italiano. Vittorio De Sica realizza una stupenda e commovente opera, ambientata nella Roma del secondo dopoguerra e con la partecipazione di attori non professionisti.

I protagonisti di questo capolavoro immortale sono, si può dire, tre: De Sica, gli attori e Roma. Proprio la città di Roma ha uno spazio non indifferente, ed il successo del film non sarebbe stato lo stesso senza l'ambientazione romana. La Roma qui immortalata è, ovviamente, parecchio diversa da quella attuale. Ci troviamo catapultati in una città autentica, spontanea e priva della frenesia e del caos metropolitano tipico dei nostri tempi. La linea d'azione comune sembra essere quella dell'arte dell'arrangiarsi, del cercare delle opportunità per sopravvivere, per portare così a casa un po' di pane. Il connubio De Sica-Zavattini realizza un film sul desiderio forte di sopravvivere alle mille difficoltà del dopoguerra; il tutto unito al legame con i propri cari. L'amore che unisce padre e figlio è la forza che permette, in qualche modo, di guardare al domani con un minimo di speranza. Tutto ciò viene evidenziato proprio nella scena finale, quando Bruno tiene la mano di papà Antonio. Le difficoltà si possono, quindi, superare se c'è un legame puro e sincero, un legame tra un padre ed un figlio. Uno degli elementi di forza del film è, senza dubbio, quello degli attori principali. La capacità espressiva del piccolo Bruno (Enzo Staiola) è veramente unica, come anche la caratterizzazione che riesce a dare al suo personaggio, il bravissimo Lamberto Maggiorani. Non c'è un grande studio dietro, qui si tratta di persone che riescono ad esprimere, con naturalezza, la loro realtà e le realtà di tante persone che vivono con fatica la loro quotidianità. Maggiorani e tutti gli altri personaggi, anche minori, del film, ha la grandissima capacità di fare percepire allo spettatore tutti i loro stati d'animo, emozioni e sentimenti. Lo spettatore, perciò, si compenetra nelle loro vicende e si ritrova con Antonio nella ricerca spasmodica della bicicletta rubata. La bicicletta, infatti, è indispensabile per svolgere il lavoro di attacchino ed il furto è allora vero evento drammatico. Noi tutti seguiamo le loro vicissitudini per le strade di una città così distante da quella di oggi, una città cruda ma pura. Ci troviamo, perciò, assieme ad Antonio nella celebre Porta Portese, mentre continua la ricerca affannosa del ladro. Tutti i vari inseguimenti consentono allo spettatore di rendersi conto della realtà romana del periodo, ovvero la mensa dei poveri, rioni malfamati, gruppi di persone che hanno come obiettivo quello di trovare un sostentamento. Ci immergiamo così in una Roma popolare, semplice e genuina, una Roma che appartiene veramente ai romani. Non è un caso, infatti, che si possa riscontrare un sentimento di solidarietà tra chi vive tutti i giorni di stenti. Questo è visibile anche nell'estrema periferia, quasi campagna, di quel periodo. Tutto è ancora incontaminato, pervaso da quella genuinità e schiettezza che tanto appassionerà anche Pier Paolo Pasolini nei suoi romanzi e film.
Oggi tutto è cambiato e la Roma di “Ladri di biciclette” non esiste più. Addio, perciò, alla purezza, alla genuinità popolare, alla solidarietà e comunanza tra persone. Il film è una notevole testimonianza di una città diversa, di un modo differente di vivere la città. L'amarezza che si prova guardando il capolavoro di De Sica è, forse, quella di avere oramai la piena consapevolezza della perdita definitiva dell'umanità o, meglio ancora, della romanità.

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Direttore responsabile: Raffaella Roani - ISSN: 2036-783X

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