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    Home » Foro Italico, una domenica nella storia: Sinner re di Roma 50 anni dopo Panatta, Bolelli-Vavassori scrivono la pagina del doppio
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    Foro Italico, una domenica nella storia: Sinner re di Roma 50 anni dopo Panatta, Bolelli-Vavassori scrivono la pagina del doppio

    Raffaella RoaniBy Raffaella Roani18/05/2026
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    Foto credits: Gianluca Gorini
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    Una giornata da incorniciare per il tennis italiano. Il Centrale del Foro Italico, sold out, vede trionfare prima la coppia Bolelli-Vavassori nel doppio e poi Jannik Sinner nel singolare, davanti al Presidente Mattarella. È l’apoteosi di un movimento che ormai parla al mondo intero (mentre il calcio resta a guardare).

    Roma, 17 maggio 2026. Ci sono giornate che, mentre le vivi, già sai di star vedendo qualcosa che resterà. Domenica al Foro Italico è stata una di quelle. Il cielo capriccioso degli ultimi giorni si è messo finalmente da parte e la terra rossa del Centrale è diventata il palcoscenico di un’apoteosi azzurra. Prima il doppio, poi il singolare. Prima Simone Bolelli e Andrea Vavassori, poi Jannik Sinner. Due titoli, una sola sensazione: il tennis italiano non è più una promessa, è storia.

    Bolelli-Vavassori, il muro di 66 anni che cade

    Alle 14 il Centrale era già pieno e rumoroso, a smentire l’idea che il doppio sia una cosa da pochi appassionati. Davanti alla coppia tutta italiana, dall’altra parte della rete, c’erano Marcel Granollers e Horacio Zeballos, finalisti del Roland Garros in carica, due specialisti che a Roma hanno già messo le mani sul trofeo nel 2020 e nel 2024.

    La partita è stata quella che doveva essere: equilibrata, lunga, decisa al super tie-break dopo due ore e diciassette minuti di tennis sopraffino. Bolelli e Vavassori hanno strappato il primo set 7-6 (10-8), ceduto il secondo 6-7 (3-7), poi hanno dominato il terzo 10-3. Quando Vavassori ha messo a terra l’ultima volée, il bolognese si è asciugato gli occhi e ha cercato l’abbraccio del compagno e dello staff. Lacrime vere, quelle di chi sa cosa è costata davvero questa coppa: a Bolelli, da poche settimane, è venuto a mancare il padre, e alla madre, sola a casa, ha dedicato il trofeo sul Centrale.

    Il dato storico è impressionante. Per ritrovare una coppia tutta italiana in finale nel maschile a Roma bisogna tornare al 1963, quando Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola furono battuti da Hewitt e Stolle; per ritrovarne una vincente bisogna risalire al 1960, edizione in cui la finale fra Pietrangeli-Sirola e Emerson-Fraser fu sospesa per maltempo e mai conclusa. In sostanza, mai prima di oggi in Era Open una coppia interamente azzurra aveva alzato al cielo il trofeo del doppio maschile al Foro Italico. L’ultimo italiano a riuscirci era stato Omar Camporese nel 1991, allora però in coppia con il croato Goran Ivanišević.

    “È un trionfo che condividiamo con il pubblico, che ci ha spinti fino a qui”, ha detto Bolelli al microfono, ancora con la voce rotta. “Vorrei fare i complimenti ai nostri avversari, sono un esempio, c’è tanto rispetto”, ha aggiunto Vavassori. “L’Italia è sul tetto del mondo. E il doppio può migliorare anche nei prossimi anni.”

    Sinner: 50 anni dopo Panatta, il cerchio si chiude

    Poi, alle 17, il momento più atteso. Centrale tinto di arancione, sciarpe della Roma reduce dal derby vinto contro la Lazio, qualche striscione che evoca l’impero (“Veni, vidi, vici: ave Sinner”), una tifosa che a un cambio campo riesce a far ridere il numero uno del mondo urlandogli “Sinner sei troppo forte, mi sfidi?”, un tifoso che, con chiaro accento romano, lo incita gridando “Daje roscio!”.

    In tribuna autorità c’era Sergio Mattarella, accolto da un lungo applauso del pubblico. A fine match sarebbe stato lui a consegnare il trofeo a Sinner e a scambiare con il campione un abbraccio caloroso, quasi paterno. Sui social, a partita ancora in corso, sarebbe arrivato il commento secco e netto della Premier Giorgia Meloni: “Leggendario!”. Numerose le personalità in tribuna, dal mondo politico all’imprenditoria, dallo sport allo spettacolo: una Roma a tutto tondo, riunita per celebrare un campione italiano e mondiale.

    L’avvio della finale ha tradito qualche timore: Casper Ruud, in stato di grazia per tutta la settimana, ha strappato subito il servizio a un Sinner contratto e privo di prime palle, portandosi avanti 2-0 con sette punti su otto. Ma il break è durato un game: Jannik ha restituito immediatamente lo strappo, si è ritrovato la pallina sulla racchetta e ha iniziato a girare la finale a suo piacimento. 6-4 nel primo set, 6-4 nel secondo. Niente epica, niente cinque ore di battaglia. Solo la pulizia chirurgica di chi, in questo momento, è semplicemente sopra a tutti.

    I numeri attorno a questa vittoria sono da capogiro. Sinner conquista il sesto Masters 1000 consecutivo (cinque nel solo 2026), completa il Career Golden Masters (l’unico altro a riuscirci era stato Novak Djokovic, ma a 31 anni: Jannik lo fa a 24) e mette in bacheca proprio il torneo che gli mancava. Ma soprattutto, a Roma, un italiano non vinceva il singolare maschile da cinquant’anni esatti: l’ultimo era stato Adriano Panatta nel 1976. Una di quelle date che nei libri di tennis si scrivono in grassetto.

    Il momento storico: il tennis italiano come fenomeno globale

    C’è qualcosa di più, in tutto questo, della semplice somma dei risultati. Il tennis italiano, oggi, è una potenza riconosciuta in ogni capitale del circuito. Sinner è numero uno al mondo da oltre 70 settimane complessive, ha vinto quattro Slam, è al traguardo del Career Grand Slam. Lorenzo Musetti, quando il fisico lo asseconda, è da top cinque. Jasmine Paolini gioca a livello altissimo in singolare e doppio. Sara Errani, vera leggenda, viene ogni anno a regalarci una storia nuova. L’Italia ha vinto tre Coppe Davis consecutive e due Billie Jean King Cup. Ai nastri delle ATP top 100 si contano sette azzurri. È un movimento.

    Il presidente della Federtennis Angelo Binaghi, in tribuna domenica accanto agli altri dirigenti azzurri, è stato chiarissimo qualche mese fa: la Fitp ha fatto ciò che altre federazioni non hanno avuto il coraggio di fare. Riforme. Investimenti sui circoli, premialità per chi produce risultati, scouting capillare, programmazione lunga. Risultato: una macchina che oggi produce campioni.

    E il “pubblico sportivo italiano”? Tra calcio che non va e tutto il resto che va alla grande

    Qui sta il vero racconto sociologico di questa stagione. Il pubblico italiano, lento ma profondo, si sta accorgendo che lo sport in questo Paese è cambiato. La nazionale di calcio, che fino a vent’anni fa raccoglieva da sola l’attenzione del Paese, manca il terzo Mondiale consecutivo dopo Svezia e Macedonia del Nord. La sconfitta con la Bosnia ha aperto una ferita che non si rimargina con i comunicati federali. Un’intera generazione di bambini non ha mai visto gli azzurri al Mondiale, e questo, in termini di immaginario collettivo, è una rivoluzione.

    Nel vuoto lasciato dal pallone, qualcosa è cresciuto. Il tennis, ovviamente. Ma non solo. L’atletica italiana ha vissuto negli ultimi anni una stagione che, a chi era cresciuto a pane e Mennea, sembrava impossibile: gli ori olimpici di Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi a Tokyo, l’oro mondiale di Mattia Furlani nel salto in lungo, le medaglie di Nadia Battocletti sulle distanze più impegnative, la potenza di Leonardo Fabbri nel peso, la freschezza di Larissa Iapichino, la marcia di Antonella Palmisano, i 35 km e oltre dove l’Italia è una corazzata. Ai Mondiali di Tokyo l’atletica azzurra ha portato a casa sette medaglie, record storico. E parliamo di uno sport che, fino a Rio 2016, sembrava finito.

    Aggiungete la pallavolo che vince ovunque, maschile e femminile (campioni del mondo in carica entrambe le nazionali), il rugby che a marzo 2026 ha battuto l’Inghilterra al Sei Nazioni per la prima volta nella storia, il nuoto di Ceccon e Martinenghi, Federica Brignone con le sue Coppe del Mondo nello sci, Lisa Vittozzi e il biathlon, fino al baseball che ha emozionato un Paese intero al World Baseball Classic. È un’Italia che vince ovunque, tranne in quell’unico campo dove la storia continua a chiedere risultati che oggi non arrivano.

    E a ricordarcelo, paradossalmente, ci ha pensato proprio l’avversario di Sinner. Durante la premiazione, accolto al microfono da un applauso prolungato (non a caso Casper Ruud è da anni candidato fisso allo Stefan Edberg Award per il fair play) il norvegese ha elogiato con sincerità il movimento tennistico azzurro: «Complimenti alla Federazione per il lavoro che state facendo. Ovviamente c’è Jannik, ma non solo: avete tanti tennisti nelle prime posizioni del ranking». Poi, con il sorriso garbato di chi sa di prendersi una piccola rivincita, ha aggiunto: «Ovviamente nel calcio le cose sono un po’ diverse… scusate, ma quando la Norvegia batte l’Italia…». Risata complice di tutto il Centrale. Il riferimento, neanche troppo velato, era alle due sconfitte azzurre contro la Norvegia di Haaland nel girone di qualificazione (3-0 e 1-4) che hanno spedito gli Azzurri ai playoff, poi persi contro la Bosnia. Una battuta da gentleman, ma anche la sintesi perfetta di una stagione che ridisegna le gerarchie.

    Forse è ora di farsi una domanda scomoda. Non è che, alla fine, il calcio italiano è in crisi proprio perché ha smesso di essere lo specchio del Paese? Il sociologo Nico Bortoletto, citato in più studi recenti, ha fatto notare come la nuova generazione di campioni (Sinner, Jacobs, Furlani, Egonu, gli stessi Vavassori e Bolelli) sia il frutto di un’Italia che si è aperta, mescolata, fatta a pezzi e ricomposta. Sono storie di province, di seconde generazioni, di ragazzi che hanno lasciato casa a tredici anni per inseguire un sogno. Il calcio italiano, per molti versi, è rimasto fermo a un’idea di sé novecentesca; gli altri sport hanno saputo cambiare pelle.

    L’eredità di una domenica spettacolare

    Quando il Centrale si è svuotato, dopo la premiazione, sulla terra rossa restavano le impronte di una giornata che ha messo insieme una coppia in lacrime e un numero uno del mondo finalmente padrone della “sua” città. Bolelli e Vavassori volavano verso Parigi sapendo di avere appena chiuso un’attesa di 66 anni. Sinner usciva dal Foro con la coppa fra le mani e il pensiero già al Roland Garros, l’unico Slam che ancora gli manca.

    Sopra le loro teste, la stessa frase, lanciata da un cartellone amatoriale ma in qualche modo profetica: “L’Italia è sul tetto del mondo.” Almeno nello sport. Almeno per ora. E nel tennis, ancora, non si vede chi possa farla scendere.

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    Raffaella Roani

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