C’è qualcosa di rassicurante e al tempo stesso commovente nel modo in cui Jannik Sinner sta marciando attraverso questi Internazionali d’Italia. Rassicurante perché il numero uno del mondo continua a vincere senza perdere un set, con quella tranquillità chirurgica che è ormai il suo marchio di fabbrica. Commovente perché, sotto la superficie levigata del campione, comincia a intravedersi un dettaglio che non sfugge a chi lo osserva con attenzione: Jannik sta dando moltissimo.
Il quarto di finale contro Andrey Rublev, vinto 6-2, 6-4 in un’ora e trentuno minuti, è la fotografia perfetta di questo momento: una vittoria solida, un nuovo record consegnato alla storia, e qualche lieve segnale che vale la pena registrare per quello che è, senza forzature.
Il record: 32 e ora si va da soli
Con il successo su Rublev, Sinner sale a 32 vittorie consecutive a livello Masters 1000, superando le 31 di Novak Djokovic e prendendosi il primato in solitaria della striscia più lunga di sempre in questa categoria di tornei. È un dato che merita di essere assaporato, perché racconta non tanto la velocità della scalata di Jannik, quanto la sua ostinazione: vincere cinque Masters 1000 di fila significa non sbagliare mai una settimana, non concedere un break sbagliato, non avere un crollo in un quarto di finale di lusso. Significa essere consistenti su una distanza in cui anche i fuoriclasse, storicamente, cadono.
L’ultima sconfitta è il ricordo lontano di Doha. Un altro numero da annoverare è il 27, quello delle vittorie consecutive nel 2026. È una continuità che assomiglia sempre più a un dominio.
Eppure Jannik, dopo il match, ha preferito raccontare la giornata in altro modo: “Sono contento, ma in ogni torneo cerco di andare il più lontano possibile e giocare giorno per giorno”. È la dichiarazione di chi sa che ogni record può essere una distrazione, una statistica su un libro, ma ciò che conta resta sempre il prossimo turno.
La partita: Rublev arginato, ma non senza qualche scossa
Sul piano del gioco, la partita è andata come ci si aspettava. Sinner ha messo subito in chiaro le gerarchie con un avvio fulminante: break in apertura, otto punti consecutivi conquistati, primo set archiviato 6-2 con un Rublev visibilmente bloccato, falloso, costretto a inseguire scambi che non riusciva a controllare. È stato il primo Sinner classico, quello che apre la diga e lascia che la corrente faccia il resto.
Il secondo set è iniziato sulla stessa scia, con un altro break immediato e l’illusione che la pratica si sarebbe chiusa in fretta. Poi qualcosa si è mosso. Rublev, che è troppo giocatore per restare passivo per due set interi, ha alzato il livello, ha cominciato a colpire più profondo, ha trovato il break che non sembrava in nessun copione. Sinner ha accusato il colpo per un game, ha avuto un passaggio a vuoto al servizio. Per chiunque altro sarebbe talmente normale da passare inosservato. Per lui scattano subito campanelli di allarme (onestamente spesso esagerati). Fatto sta che un po’ di stanchezza si è mostrata sul volto e nei movimenti del campione. Ma è bastato un game per tornare subito in partita, riconquistando l’inerzia e chiudendo 6-4 senza altri patemi (con un ultimo game in cui, finalmente, la prima ha funzionato alla grande, a differenza del resto del match).
Le sue parole a caldo lo confermano: “Oggi le condizioni non erano semplici, ho iniziato bene mentre lui sbagliava. Poi le cose si sono complicate, ma sono super contento di essere in semifinale”. È la lettura più onesta possibile di un match in cui il punteggio dice 6-2, 6-4 ma la traiettoria emotiva, nel mezzo del secondo set, ha vacillato per qualche minuto.
Una nota sul fisico, da maneggiare con cura
C’è un passaggio della conferenza post-match che merita attenzione, senza che intorno si costruisca un caso. “Domani c’è un’altra partita molto tosta e fisica, cerco di recuperare al meglio ed essere pronto”. E poco dopo: “Mi godo questa giornata e cerco di essere al massimo mentalmente e fisicamente perché sto dando tanto”.
Queste frasi non sono allarmi rossi. Jannik è un giocatore che ha sempre comunicato con misura, e parlare di “dare tanto” è semplicemente la verità di un calendario che lo ha visto vincere cinque Masters 1000 consecutivi prima di Roma, accumulando match, viaggi, pressione mediatica e responsabilità da numero uno del mondo. Sarebbe disumano non sentirne il peso. Quello che è giusto fare, da osservatori, è registrare il dato senza saltare a conclusioni: il fisico di Sinner regge benissimo, lo si è visto anche oggi quando ha dovuto ricomporsi dopo il break subìto nel secondo set; ma è altrettanto vero che la striscia infinita comincia a pesare e che le prossime partite saranno il banco di prova di quanto bene la macchina sappia rigenerarsi. Un piccolo punto interrogativo, niente di più. E un punto interrogativo che, conoscendo Jannik e il suo team, viene quasi spontaneo trasformare in fiducia.
Vale la pena ricordare l’ironia tagliente di Rublev alla vigilia: “Più vince, più si avvicina alla sconfitta”. Una battuta che voleva essere autoironica e che il russo si è ritrovato a interpretare lui stesso sul campo, ma che contiene un fondo serio applicabile a chiunque, anche al numero uno del mondo: prima o poi la statistica chiama il dazio. Ma quel “prima o poi” potrebbe essere ancora molto lontano.
Cosa aspettarsi dalla semifinale
E adesso, la cosa più bella: la semifinale al Roma Open. Sinner aspetta il vincente del quarto serale tra Daniil Medvedev e Martín Landaluce, e in entrambi i casi avrà un avversario con motivazioni alte e armi specifiche da contrastare. Medvedev sulla terra non è più lo spauracchio dei suoi anni d’oro, ma resta un cliente che sa mettere in difficoltà chiunque nella gestione degli scambi lunghi; Landaluce, giovane talento spagnolo, porterebbe in semifinale l’entusiasmo del debuttante che non ha niente da perdere e tanto da guadagnare.
In più, c’è il sogno che il pubblico romano sta cominciando a sussurrare e che nessuno vuole pronunciare ad alta voce per scaramanzia: dall’altra parte del tabellone c’è Luciano Darderi, fresco di semifinale conquistata in piena notte contro Jodar. Una finale tutta italiana non si è mai vista in Era Open. È un’eventualità che si è aperta soltanto adesso, ed è già un regalo che questa edizione degli Internazionali può fare al tennis di casa.
Per Jannik, intanto, ventiquattro ore di recupero e poi di nuovo in campo. Conoscendo come arriva sempre alle sfide importanti — preparato, lucido, con quella calma che è quasi una dichiarazione di pace verso sé stesso — c’è solo da godersi lo spettacolo. Forza Jannik: il Foro Italico ti aspetta, e con lui un’Italia intera.
