Doppietta di testa del capitano, due corner letali su una Lazio fragile in marcatura. Gasperini batte Sarri all’ora di pranzo e regala alla Roma un derby di peso, in una domenica che la capitale ricorderà a lungo: poche ore dopo, sul Centrale del Foro Italico, sarebbe arrivata anche la vittoria di Sinner.
Ci sono domeniche, all’Olimpico, in cui basta un uomo per spostare la storia. E quello di ieri si chiama Gianluca Mancini. Il capitano della Roma ha messo due volte la testa dove altri mettono i piedi e ha consegnato a Gian Piero Gasperini il suo secondo derby da allenatore giallorosso, dopo l’1-0 dell’andata. Finisce 2-0, e non racconta tutto.
Perché la partita, almeno fino al 40′ del primo tempo, l’aveva fatta la Lazio. Aggressiva fin dai primi minuti, padrona del possesso, pericolosa con Dia, Noslin e un Cancellieri vivace. La Roma soffriva, sbandava, e l’Olimpico — tutto giallorosso per le coreografie spettacolari di Curva Sud e Tevere, con la Nord laziale vuota per la protesta contro Lotito — viveva la mezz’ora più nervosa della stagione. Poi il primo corner pericoloso: Pisilli pennella dalla bandierina, Mancini sale sull’ascensore davanti a Gila e infila Furlanetto, all’esordio assoluto in un derby con il numero uno biancoceleste. Esultanza verso la Sud, inchino, bacio alla maglia. Roba che a Trigoria si studia da generazioni.
Nella ripresa la sceneggiatura si ripete. Punizione di Dybala — fuori condizione ma con quel sinistro che resta un’arma anche al ralenti — pallone in area, Mancini di nuovo a saltare su Gila, di nuovo dentro. Doppietta da bandiera, prova difensiva da gigante, conferma di un capitano che in questa piazza è ormai indiscutibile.
La Lazio di Sarri esce dal derby con i nervi tesi e una statistica imbarazzante: 16 partite senza segnare in questo campionato, un dato che la squadra biancoceleste non toccava dal 1988-89.
E qui va detta una cosa, perché un derby non è solo lo specchio di una città ma anche dell’esempio che si dà a chi guarda. In una partita giocata di domenica a mezzogiorno, davanti a migliaia di bambini in tribuna e in tv, si sono viste due risse: la prima sul finire del primo tempo fra Hermoso e Cancellieri, sedata in tempo; la seconda al 70′, un parapiglia generale nato dallo scontro Maldini-Mancini e finito con due cartellini rossi per condotta violenta a Wesley e Rovella, dopo che il brasiliano della Roma aveva tentato di colpire il centrocampista laziale al volto.
Pochi minuti dopo la doppietta di Mancini, a partita ormai in mano, la Roma non aveva alcun motivo per lasciarsi trascinare in una rissa, e un giallorosso espulso a venti minuti dalla fine è un autogol di intelligenza che il capitano in panchina avrà mal digerito.
Quanto alla Lazio, è comprensibile il nervosismo di chi vede la stagione finire male e il derby scappare via, ma la frustrazione non è mai una giustificazione: chi gioca con quella maglia ha la responsabilità di rappresentare una tifoseria.
La violenza in campo, anche quando si esaurisce in trenta secondi di mischia, è sempre violenza: un messaggio sbagliato a chi sta crescendo con il pallone e un sogno da realizzare. Si può perdere un derby con dignità, e si può vincerlo senza sporcarlo.
A scaldare il pubblico, è arrivato alla fine l’addio di Stephan El Shaarawy, accolto da una standing ovation all’ultima sul prato dell’Olimpico in maglia giallorossa dopo dieci anni.
Roma a 73 punti, quarto posto blindato e Champions sempre più vicina. Lazio ferma a 51, nona, con poco da chiedere a questo finale di stagione.
