François Morlupi
Feltrinelli
È un’umanità vibrante, immersa negli affanni del vivere quotidiano, quella messa in scena da François Morlupi ne Il cielo degli invisibili (Feltrinelli). Il suo punto d’incontro è il chiosco “Panini parlanti”, dove il gestore Otello – sessantaquattrenne amante della letteratura – propone un menù ispirato ai suoi romanzi preferiti.
Tra i clienti abituali vi sono la Marchesa Margherita – transessuale curiosa e risoluta -, Giuseppe – senzatetto tifoso del Milan – e Joseph – giovane specializzando del vicino Policlinico Umberto I. Quando quest’ultimo – insieme ad alcuni clochard della zona – sparisce, Otello si cala nei panni di un improbabile investigatore, cercando di risolvere un mistero che si fa sempre più fitto.
Con questo colpo di scena, l’autore imprime al romanzo una svolta narrativa che anima i suoi personaggi coloriti di uno slancio vitale incontenibile. Così come i loro occhi vedono gli invisibili, allo stesso modo i loro cuori sentono la presenza degli assenti.
Attraverso una scrittura corale, Morlupi sa restituire dignità agli “ultimi” e scuotere da una rassegnazione votata all’indifferenza. Sullo sfondo tratteggia una Roma in cerca di riscatto, disincantata, dove “il cielo degli invisibili non si contempla. Prima lo capisci e prima riuscirai a sopravvivere.”
François Morlupi, dallo “zozzone” del chiosco allo specializzando sfruttato, il suo è anche un romanzo sui cosiddetti ultimi. Perché li ha scelti come protagonisti?
FM: Il cielo degli invisibili parla di tutte le persone emarginate dalla nostra società, in primis i senzatetto. Noi facciamo finta di non vederli, i clochard, ma le statistiche sono agghiaccianti. Fino a dieci anni fa ce n’erano cinquantamila in Italia, ora sono raddoppiati, e se ne contano un milione in tutta Europa. Hanno una speranza di vita di quarant’anni, la metà di un cittadino comune. Sono soprattutto ultraquarantenni, ma la seconda fascia di età va dai 16 ai -29. Penso che sia importante focalizzarsi su un problema così serio. Soprattutto dopo che la cosiddetta architettura ostile, nata negli 70-80, ha preso piede anche nel nostro paese. Panchine con braccioli, pendenti per fare in modo di non farli dormire nelle piazze. Così come grate davanti alle case o gli scalini delle Chiese, per allontanare il problema e non risolverlo. Non è criminalizzando la povertà che riusciremo a farcela.
Volevo poi sfatare il luogo comune che soltanto le persone che hanno compiuto tanti anni di studi leggono. Non è vero, ne ho avuto la prova nei miei numerosi tour di promozione di libri. Spesso le lettrici e i lettori forti sono persone comuni, portieri, impiegati di supermercati, personale ATA. Otello, appunto, non ha potuto studiare, ma ha un grande amore per la letteratura. Crea questi panini letterari, a volte ispirati dal numero delle pagine. Va sa sé che il Guerra e pace è enorme e che Il piccolo principe sia piccolo e adatto ai bambini. La sua creatività si espande anche alle salse, come la Padron ‘Ntoni in stile Malavoglia che è molto amara, e la Edmond Dantès dedicata all’immortale Conte di Montecristo che all’inizio non l’avverti ma poi come la sua vendetta, la senti eccome.
“Dimmi che libro leggi e ti dirò che panino mangerai”, dice Otello, che alle sue prelibatezze dà il nome dei capolavori letterari. Lei, come scrittore, di quali autori si è nutrito?
FM: Prima di essere uno scrittore, sono un lettore, è fondamentale per poter scrivere delle storie. Io mi sono sempre nutrito di grandi classici, penso a Hugo, Balzac, Maupassant, Zola, Camus per dire la mia parte francese o Svevo, Eco, Calvino per la mia parte italiana. Poi ho divorato e continuo a divorare, per il mio genere, De Giovanni, Carlotto, Thilliez, Bussi, Chattam, Pandiani e tanti altri.
I suoi personaggi – da Otello alle forze dell’ordine – si confrontano quotidianamente con il male e con l’indifferenza. È anche per questo che un paninaro si improvvisa investigatore?
FM: Buzzini, il mio maresciallo e Otello sono due cittadini del mondo innanzitutto ed è la cosa più importante. Hanno numerosi punti in comune come il senso di giustizia, la solidarietà tra le persone e l’umanità. Il grande male del nostro tempo è, a mio avviso, l’indifferenza. La probabilità di essere uccisi in Italia da un serial killer, è, per fortuna, molto bassa. Però la possibilità di essere aggrediti per strada e nessuno interviene, è, ahimè, molto alta. Questa tematica è molto importante per il sottoscritto. La deriva sociale a cui sto assistendo, ovvero che siamo tutti più connessi ma al tempo stesso distanti, mi preoccupa molto.
Poi Buzzini e Otello sono un maresciallo e un paninaro e ovviamente questo ha delle conseguenze. Se Otello indaga andando a tentativi, il maresciallo è sotto certi punti di vista, più razionale ma non per questo più efficace. Io spero ardentemente che Otello, che rappresenta un po’ ognuno di noi, non rimanga indifferente alla scomparsa di uno dei suoi clienti più affezionati. Anzi, che si attivi, nutrito da un’empatia collettiva e agisca, nel tentativo di ritrovare questa persona, guidato da sentimenti di fraternità e di umanità.
Da Il cielo degli invisibili che Roma si vede?
FM: Una Roma vera, urbana, notturna fatta di tanta solidarietà ma anche indifferenza. Una Roma scevra da pregiudizi e stereotipi.
Un’ultima domanda: sta già pensando a nuovo romanzo?
FM: Sì, ovviamente. Uscirà a settembre e sarà ambientato a Parigi, con personaggi nuovi che spero entreranno nei cuori dei lettori e delle lettrici.
Il cielo degli invisibili
di François Morlupi
Feltrinelli
François Morlupi (1983), italo-francese, è l’autore della popolarissima serie dei Cinque di Monteverde, i cui diritti sono stati ceduti per la trasposizione televisiva e la realizzazione di una graphic novel.
