Lunedì, 06 Luglio 2020

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goethe_campagna_romana1Stanco ed insoddisfatto della sua vita di consigliere segreto presso la corte del duca di Weimar, compito che aveva accettato pieno di speranze nel 1776, e logorato dall'impossibile amore per Charlotte von Stein, donna sposata e più grande di lui, Johann Wolfgang Goethe decise di lasciarsi alle spalle questo periodo difficile e di ritrovare se stesso ed il suo spirito poetico, partendo alla volta dell'Italia e soprattutto di Roma.
Dopo aver scritto lettere di congedo agli amici ed al duca Carl August, senza fornire alcuna informazione precisa riguardo lo scopo o l'itinerario del suo viaggio, il 3 settembre 1786 partì solo, sotto il nome di Jean Philippe Möller, convinto che l'anonimato lo avrebbe reso più libero nella scoperta dei luoghi e ancor di più nella conoscenza delle persone, altrimenti condizionata dalla sua fama già allora internazionale.

Superato il Brennero scriverà nel suo diario di voler "riprendere interesse al mondo, mettere alla prova lo spirito di osservazione" e sentirsi "come un bambino che deve imparare nuovamente a vivere" in seguito al primo contatto con le abitudini italiane. Pieno di entusiasmo e determinato a voler assorbire ogni particolare in cui si imbatterà addentrandosi nel paese "dove fioriscono i limoni", Goethe si ferma due settimane a Venezia, ma poi l'impazienza di raggiungere la "capitale del mondo antico" lo spinge a proseguire velocemente, toccando solo di sfuggita Bologna, Firenze, Perugia.
Sin dall'infanzia, infatti, la passione con cui il padre raccontava del suo Grand Tour nel bel paese aveva acceso, nel giovane Goethe, il desiderio di vedere con i propri occhi quella Roma in cui era stato innumerevoli volte viaggiando con la fantasia. Lo smarrimento e la solitudine provati durante il tragitto, svanirono la sera del 29 ottobre 1786, quando finalmente giunse a destinazione e trascorse la sua prima notte nella Locanda dell'Orso. La mattina seguente fu calorosamente accolto dal pittore Johann Wilhelm Tischbein nella casa in Via del Corso 18, dove visse durante la sua permanenza romana, fino al 24 aprile 1788, giorno della sua definitiva partenza. Bastano pochi momenti della "pace domestica"che si respira nell'appartamento a due passi da Piazza del Popolo ed un'occhiata furtiva alle meraviglie di cui conoscerà col tempo ogni segreto, per far sentire il poeta "tranquillo, placato per tutta la vita".
Nei giorni successivi Goethe è instancabile, bramoso di ammirare dal vivo tutti i monumenti antichi fino a quel momento noti solo attraverso i dipinti e le incisioni, e disciplinatissimo nell'annotare le sue impressioni. Senza sosta visita il Colosseo, il Palatino, le Terme di Diocleziano, la via Appia, il Pantheon, Villa Pamphili, e pian piano riesce a raccogliere in quadro reale ed unitario, i frammenti di un'immagine sognata in giovinezza. Ogni strada, ogni angolo sembrano corrispondere alle sue aspettative e sorprenderlo allo stesso momento. La sua curiosità è irrefrenabile, a prescindere che si tratti di passeggiare davanti la Piramide Cestia o di salire sulla Cupola di San Pietro. Nonostante le sue convinzioni di classicista rafforzate dalla rilettura di Winkelmann, che lo porteranno a raggiungere i momenti di maggiore estasi nella contemplazione dell'Apollo del Belvedere, Goethe comprende col tempo che la perfezione di Roma sta forse proprio nella sovrapposizione. Sovrapposizione della "magnificenza" e dello "sfacelo", ovvero dell'antico e del nuovo che, per quanto scindibili a livello accademico, "fanno ormai parte della grandezza dell'insieme". piazza_del_popolo_piranesi

Accanto al Goethe colto ed assetato di conoscenza, si rivelerà, soprattutto nel corso del suo secondo soggiorno romano, un Goethe molto umano, addirittura popolare. Dopo alcuni mesi trascorsi tra Napoli e la Sicilia, egli tornerà infatti nella capitale, consapevole di aver acquietato la sua "sete ardente di vera arte", pronto per immergersi nella fase successiva in cui tutti i suoi sguardi sono catturati dalla figura umana. L'anonimato gli consente di fuggire le formalità e le convenzioni proprie delle serate mondane di nobili e letterati, e di confondersi tra la folla in compagnia dell'amico Tischbein. Lo spirito ludico e conviviale del Goethe che ama il chiasso delle osterie, come la compagnia delle belle romane, è rimasto a lungo celato dietro l'immagine istituzionale ricostruita dagli studiosi ed in parte voluta dal poeta stesso, che si premurò di eliminare le testimonianze più compromettenti.
Dopo diversi anni di approfondite ricerche, che hanno visto lo studioso Roberto Zapperi alle prese con vere e proprie liste delle spese ritrovate in un archivio a Weimar, è stato possibile riportare alla luce il lato nascosto del "Viaggio in Italia" di Goethe.

Se il poeta intraprese il suo viaggio certo di trovare conferma delle nozioni acquisite negli anni di studio, dovette presto ricredersi e fare spazio ad incontri e scoperte senza i quali, forse, non avrebbe potuto capire una città così poliedrica e complicata, "giacché è certo che solo a Roma, ci si può preparare a Roma".

 

Le immagini sono prese da Wikipedia

Le citazioni sono tratte da “J.W.Goethe, Diari e lettere dall'Italia (1786-1788)” a cura di R. Venuti, traduzioni di A. Landolfi e R. Venuti, Artemide Edizioni Roma.

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