Cosa: Lo spettacolo teatrale Jucatùre, scritto da Pau Miró e diretto da Enrico Ianniello.
Dove e Quando: Alla Sala Umberto di Roma, in via della Mercede 50, in scena dall’8 al 19 aprile 2026.
Perché: Per scoprire un testo acclamato e vincitore del Premio UBU 2013 come Miglior testo straniero, che racconta le vicende tragicomiche di un gruppo di esilaranti sconfitti.
Nel vibrante panorama teatrale della capitale, un appuntamento di particolare rilievo si prepara a debuttare sul palcoscenico. Dal prossimo 8 aprile fino al 19 aprile 2026, il pubblico romano avrà l’opportunità di assistere a una delle commedie contemporanee più apprezzate a livello europeo: Jucatùre. Quest’opera, nata dalla brillante penna del drammaturgo Pau Miró, ha già saputo conquistare critica e pubblico, aggiudicandosi il prestigioso Premio UBU nel 2013 per la categoria di Miglior testo straniero. La produzione, firmata Diana Ori.S. Produzioni, promette di restituire un affresco umano ricco di sfaccettature, capace di alternare momenti di profonda riflessione a spunti di sincera e amara ilarità.
A guidare questa complessa macchina emotiva e narrativa troviamo la traduzione e la sapiente regia di Enrico Ianniello, che ha saputo cucire addosso a un cast di grande spessore le nevrosi e le fragilità dei protagonisti. Sul palcoscenico si alterneranno attori del calibro di Marcello Romolo, Giovanni Allocca, Antonio Milo e Adriano Falivene, pronti a dare voce e corpo a figure marginali ma straordinariamente vivide. Ad arricchire l’allestimento scenico intervengono i costumi curati da Ortensia De Francesco, le atmosfere luminose del disegno luci di Cesare Accetta e le architetture domestiche evocate dalle scene di Carmine Guarino. Tutto è predisposto per accogliere lo spettatore in un mondo sospeso, dove le illusioni si scontrano continuamente con la dura realtà.
Il Ritratto degli Invisibili
Il cuore pulsante di Jucatùre risiede indubbiamente nei suoi quattro protagonisti, descritti nel testo come degli “amabili falliti”. Si tratta di uomini profondamente simpatici e dalla spiccata vitalità, i quali, uniti da un’irrefrenabile propensione alle chiacchiere, costituiscono una combriccola decisamente stralunata ma deliziosamente sfiziosa. Questi quattro personaggi rappresentano uno spaccato di umanità che spesso sfugge allo sguardo distratto della società contemporanea; sono, a tutti gli effetti, dei veri e propri “invisibili” che faticano a trovare una loro collocazione definita nel tessuto sociale.
Le loro singole esistenze sono un campionario di bizzarrie e sofferenze represse. Tra di loro figura un attore la cui passione si divide equamente tra la recitazione e i furti al supermercato, costantemente afflitto da imbarazzanti vuoti di memoria proprio quando si trova in scena. Accanto a lui troviamo un becchino dalle caratteristiche peculiari: balbuziente e logorroico al tempo stesso, trova conforto unicamente nell’amore inespresso verso una prostituta ucraina, i cui racconti diventano l’unico argine alla sua disperata solitudine. A completare questo insolito quadro umano vi sono un barbiere che, pur avendo smarrito la propria vocazione e professione, non trova il coraggio di confessarlo al mondo, e un professore di matematica schiacciato da un antico complesso di inferiorità, perennemente tormentato dalla figura di un padre-fantasma che gli impedisce di maturare e affrontare la vita adulta.
L’Appartamento come Rifugio
L’intera dinamica di questo gruppo ruota attorno a un rito ben preciso: incontrarsi per giocare a carte. Eppure, la peculiarità dell’opera di Miró sta proprio nell’evidenziare come queste fantomatiche partite non riescano mai ad avere un vero e proprio inizio. I quattro si ritrovano immersi in un ambiente che fa da bozzolo protettivo, un appartamento grande e accogliente che funge da barriera contro le asperità del mondo esterno. Questo spazio si trasforma in una sorta di limbo, un’ansa di placida tranquillità che li ripara dalle correnti insidiose del vorticoso fiume della metropoli circostante, un mondo in cui, qualora vi si immergessero, la loro invisibilità risulterebbe ancora più drammatica ed evidente.
In questo rifugio domestico, l’azione lascia inesorabilmente il posto alle parole. I personaggi finiscono per farsi totalmente assorbire da discorsi che rasentano l’assurdità più totale, abbandonandosi a vaghissime e chimeriche idee di rivincita sulla vita, progetti tanto grandiosi quanto inevitabilmente irrealizzabili. Il gioco di carte perde la sua funzione ludica e agonistica per trasformarsi in un mero pretesto, un focolare attorno al quale radunarsi per esorcizzare le paure e raccontarsi quelle bugie necessarie per sopravvivere. La scena disegnata da Carmine Guarino diventa così non solo un luogo fisico, ma un vero e proprio specchio dell’interiorità bloccata dei quattro protagonisti, incapaci di compiere la mossa decisiva sul panno verde così come nel teatro dell’esistenza.
Le Parole che Sostituiscono la Vita
In questo microcosmo ovattato e nevrotico, emerge prepotentemente il tema dell’incomunicabilità e del ruolo salvifico della narrazione. Poiché la “vita vera” sembra essere un traguardo ormai irraggiungibile e definitivamente negato a questi grandi antieroi moderni, l’unico strumento di salvezza a loro disposizione rimane la dialettica. Parlare dei propri fallimenti, sfogarsi con gli amici e condividere le proprie strambe visioni diventa l’unica azione realmente incisiva che compiono. È attraverso questo fiume ininterrotto di scambi verbali che lo spettacolo tocca le sue corde più alte e commoventi.
La forza del testo di Miró, magistralmente restituito dalla regia di Ianniello, sta proprio nell’equilibrio perfetto tra il dramma interiore e la sua declinazione ironica. Dalle confessioni di questi uomini scaturisce infatti una comicità particolarissima: una comicità amorevole, intrisa di una profonda malinconia, che sa di ricordi sfocati e, nonostante tutto, di un’indomabile voglia di vivere. Il pubblico è chiamato a ridere delle sventure altrui, ma con un affetto sincero e partecipe, riconoscendo nelle paure dell’attore, del becchino, del barbiere e del professore matematico una fragilità che appartiene, in fondo, alla condizione umana di ciascuno di noi.
Info utili
- Date: Dal 8 al 19 Aprile 2026
- Orari:
- Mercoledì 08/04 ore 20:30
- Giovedì 09/04 ore 19:00
- Venerdì 10/04 ore 20:30
- Sabato 11/04 ore 16:00
- Domenica 12/04 ore 16:00
- Giovedì 16/04 ore 20:30
- Venerdì 17/04 ore 20:30
- Sabato 18/04 ore 16:00
- Domenica 19/04 ore 16:00
- Durata: 80 minuti
- Indirizzo: Sala Umberto, Via della Mercede, 50, 00187 Roma
- Prezzi: da 25 € a 18 €
(Foto di Imma Di Lillo)
