Cosa: Il debutto in prima nazionale assoluta di Pārvatīviraham, un intenso e antico assolo di teatro-danza indiano interpretato dall’artista Kapila Venu.
Dove e Quando: Presso il Nuovo Teatro Ateneo della Sapienza Università di Roma, il 7 maggio 2026 alle ore 20:30.
Perché: Per scoprire una rilettura contemporanea e femminista di una tradizione performativa millenaria, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità.
Il panorama culturale romano si arricchisce di un appuntamento internazionale di straordinario rilievo per gli amanti delle arti performative orientali. Il 7 maggio 2026, il Nuovo Teatro Ateneo della Sapienza Università di Roma aprirà le sue porte per ospitare in prima italiana assoluta lo spettacolo Pārvatīviraham. Sul palcoscenico salirà Kapila Venu, indiscussa figura di riferimento del teatro classico indiano e artista dalla caratura mondiale. Questa preziosa iniziativa culturale, prodotta originariamente dal Natana Kairali di Irinjalakuda in India del Sud , è stata fortemente voluta e organizzata grazie al fondamentale contributo scientifico del professor Vito Di Bernardi e della professoressa Carmela Mastrangelo. L’evento si configura come uno straordinario dispositivo di mediazione, capace di gettare un ponte tra complessi sistemi performativi e i nostri contesti culturali, offrendo al pubblico capitolino un’occasione rara di confronto con una tradizione antichissima.
La rilettura di un mito millenario
Al centro di Pārvatīviraham – titolo che si traduce suggestivamente come “La separazione di Pārvatī da Śiva” – vi è un frammento epico e divino tratto dal terzo atto del dramma sanscrito L’incoronazione di Rāma, un’opera tradizionalmente attribuita all’antico autore Bhāsa. L’azione scenica prende il via in un momento di grande turbolenza cosmica e relazionale: mentre il feroce re-demone Rāvaṇa scuote furiosamente il Monte Kailāsa, tra Śiva e la sua consorte Pārvatī si consuma una tesa querelle amorosa. La dea, infatti, scopre con sdegno la presenza della dea Gaṅgā celata sulla testa dello sposo, dando vita a un dialogo serrato e carico di sospetto. Ne scaturisce un confronto in cui l’indignazione di Pārvatī si scontra con le fantasiose e giocose scuse di Śiva, il quale tenta di spacciare la figura femminile per semplice acqua, fiori di loto, onde o uccelli.
Questa vivace scaramuccia divina culmina con l’allontanamento volontario di Pārvatī, profondamente ferita dalla gelosia e determinata a tornare dal padre divino dell’Himālaya, e si risolve solo in una successiva e dolce riconciliazione causata proprio dal terrore suscitato dai tremori cosmici innescati da Rāvaṇa. Ciò che rende l’interpretazione odierna di questo classico un unicum imperdibile è la precisa volontà di Kapila Venu di infondere all’opera una visione poetica dichiaratamente femminista. In netta rottura con una prassi secolare che vedeva questo assolo affidato esclusivamente a interpreti maschili, spesso inclini a una rappresentazione caricaturale e satirica della dea, Venu sceglie di esplorare con amara sincerità la profondità emotiva, i tormenti e le ferite di una donna orgogliosa e tradita.
Il linguaggio del Kūṭiyāṭṭam e l’arte di Kapila Venu
Il veicolo espressivo scelto per questa intensa narrazione è il Naṅṅyār-kūttu, l’affascinante e raffinata declinazione femminile del Kūṭiyāṭṭam. Quest’ultimo rappresenta il genere più antico e ininterrotto di teatro classico indiano, un’arte di inestimabile valore, tanto da essere celebrata e riconosciuta dall’UNESCO come Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità sin dal 2001. Lo spettacolo si fonda su una complessa “drammaturgia d’attore”, che sfrutta canovacci antichi tramandati unicamente per via orale da maestro ad allievo, permettendo di generare interpolazioni, storie parallele e profondi flash-back psicologici dei personaggi. A guidare questa vertiginosa esplorazione narrativa è la complessa tecnica drammatica del pakarnnāṭṭam, attraverso la quale la singola interprete muta identità e ruolo in modo fluido e incessante all’interno del medesimo quadro scenico.
Kapila Venu domina questa antica prassi con una maestria rara, forgiata per anni sotto l’attenta guida del leggendario maestro e attore-sacerdote keralese Ammannūr Mādhava Cākyār. Nonostante il suo profondo radicamento nella rigida classicità asiatica, Venu è al contempo una vibrante protagonista della scena contemporanea globale della danza, vantando nel suo percorso collaborazioni illustri con maestri del calibro di Min Tanaka e Akram Khan. Il suo atteso ritorno a Roma, a quasi vent’anni di distanza dalla sua acclamata interpretazione di Śakuntalā al Romaeuropa Festival del 2008, è arricchito dal vivo sostegno di un formidabile ensemble tradizionale. Sul palco del teatro universitario romano, la sua recitazione fisica dialogherà in perfetta simbiosi con i complessi ritmi e i suoni evocativi eseguiti dai musicisti Kalamandalam Rajeev, Kalamandalam Hariharan e Kalanilayam Unnikrishnan.
Oltre la scena: vulnerabilità e programmazione teatrale
L’indagine psicologica di Pārvatīviraham condotta da Kapila Venu non si ferma alla sola figura femminile, ma scava con estrema empatia anche nelle insicurezze del divino maschile. Come sottolineato in passato dalla stessa poliedrica artista, l’obiettivo drammaturgico è quello di mostrare apertamente la vulnerabilità e l’emotività di Śiva, tratteggiando un dio diviso tra due donne e capace di passare dal superficiale divertimento alla tristezza più acuta a causa dell’abbandono di Pārvatī. È proprio in questa sottile umanizzazione e destrutturazione del mito che risiede la reale potenza emotiva dell’intero spettacolo: un promemoria universale sul fatto che la sofferenza non conosce gerarchie celesti, restituendo al pubblico una dimensione affettiva autentica, specchio fedele delle nostre stesse fragilità.
Questo appuntamento internazionale di altissimo spessore culturale si inserisce armonicamente nel ricco tessuto artistico della stagione 2025/2026 del Nuovo Teatro Ateneo. Il palcoscenico della Sapienza si conferma così un luogo privilegiato di ricerca scenica e vitale ponte tra il mondo accademico e la cittadinanza. La rassegna teatrale proseguirà infatti esplorando ulteriori e complessi territori tematici: il 13 maggio il cartellone proporrà Il figlio della tempesta di Armando Punzo, un’emozionante rievocazione dell’esperienza unica maturata dalla Compagnia della Fortezza all’interno del carcere di Volterra. A chiudere la stagione, il 17 maggio, sarà invece L’ombra lunga di Alois Brunner, un’opera del drammaturgo siriano Mudar Alhaggi incentrata sui temi dell’esilio e dell’ingarbugliata memoria politica tra Europa e Medioriente.
Info utili
- Sede: Nuovo Teatro Ateneo (Edificio CU017), Sapienza Università di Roma, Piazzale Aldo Moro 5 / viale delle Scienze 11, 00185 Roma.
- Data: Giovedì 7 maggio 2026.
- Orario: Ore 20:30.
- Prezzi: Ingresso gratuito.
- Biglietteria: Prenotazione obbligatoria tramite link Eventbrite dedicato. Parcheggio interno prenotabile separatamente.
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