Cosa: Mostra collettiva After the Fire con undici artisti africani.
Dove e Quando: Black Liquid Art Gallery (Roma), dal 24 aprile al 14 giugno 2026.
Perché: Un’indagine viscerale sulle memorie e i conflitti attraverso le opere di artisti che trasformano le cicatrici della guerra in resistenza estetica.
Il panorama culturale romano si arricchisce di una riflessione profonda e necessaria grazie all’inaugurazione della mostra collettiva After the Fire. In un’epoca storica in cui la parola pace sembra aver perso il proprio significato originario, la guerra cessa di essere un evento circoscritto per trasformarsi in una condizione permanente e diffusa. Questo mutamento di paradigma colpisce in modo particolare il continente africano, dove il conflitto non si combatte su un unico fronte, ma si frammenta e si cronicizza nelle foreste del Congo, nelle città del Sudan e nelle pianure del Mozambico. Inserita all’interno della cornice internazionale di Raw for Peace, l’esposizione si propone di esplorare proprio questa realtà frammentata. L’arte africana contemporanea non osserva la devastazione dall’esterno, ma nasce al suo interno, portando le cicatrici del trauma nei corpi e nella memoria visiva degli artisti. La forma artistica diventa così uno strumento di pensiero, un giudizio critico e una presa di posizione inequivocabile contro la violenza strutturale.
La materia come memoria e trasformazione
Il percorso espositivo si concentra su ciò che rimane dopo il passaggio devastante delle armi: le ceneri, le cicatrici e i segni indelebili lasciati nella materia. Un esempio emblematico di questa trasmutazione è offerto dal lavoro di Gonçalo Mabunda, artista originario del Mozambico, che attinge direttamente ai resti della guerra civile che ha lacerato il suo Paese tra il 1977 e il 1992. Mabunda raccoglie fucili, proiettili e componenti militari dismessi per forgiarli nuovamente in sculture, troni e maschere monumentali. Il trono esposto in galleria rovescia il simbolo supremo del potere, dimostrando come quest’ultimo sia in realtà costituito dagli stessi strumenti utilizzati per distruggere e uccidere. La materia della morte si evolve così in materia d’arte, fungendo da argine contro l’oblio e trasformando il danno in un atto di memoria consapevole.
In parallelo, l’artista nigeriano Gerald Chukwuma risponde all’eco della violenza bellica attraverso il silenzio solenne del legno bruciato e inciso. I suoi grandi pannelli, caratterizzati da toni che evocano il bronzo e il rame ossidato, richiamano alfabeti ancestrali e cosmogonie tradizionali. In questo preciso contesto, il fuoco perde la sua connotazione unicamente distruttiva per assumere un ruolo di purificazione e di trasmissione del sapere. L’atto di bruciare e incidere il legno si ricollega a una pratica africana millenaria, attraverso la quale la memoria collettiva viene preservata e tramandata alle generazioni successive, sfidando di fatto l’imposizione linguistica e l’oppressione culturale derivante dal colonialismo.
Il corpo come campo di battaglia
La mostra indaga lucidamente come la violenza non si esaurisca nei conflitti armati, ma si insinui nei sistemi economici e sociali, trasformando il corpo umano in un vero e proprio campo di battaglia. Il ghanese Godfried Donkor affronta questa tematica sovrapponendo figure femminili a pagine di giornali finanziari, creando collage in cui navi coloniali emergono dai freddi dati di mercato. Le sue opere tracciano una genealogia implacabile che unisce la storica tratta degli schiavi al moderno capitalismo finanziario, rivelandoli come due fasi di un medesimo sistema di dominio volto a ridurre l’essere umano a puro valore di scambio.
Sulla stessa linea di denuncia delle eredità traumatiche, il sudafricano di formazione Lovemore Kambutzi esplora l’apartheid non come un capitolo storico definitivamente chiuso, ma come un trauma ancora attivo che struttura e condiziona l’organizzazione spaziale e sociale del presente. Il suo grande dipinto dal titolo Apartheid ritrae soldati intenti a picchiare civili in un villaggio periferico, utilizzando colori giallo-verdi quasi allucinatori e una densità espressionista che impediscono allo spettatore di mantenere una confortevole distanza di sicurezza emotiva. Anche la fotografia in bianco e nero di Mario Macilau colpisce il pubblico per la sua cruda immediatezza: il ritratto di un bambino mozambicano con un Kalashnikov puntato alla testa testimonia la realtà bellica senza ricorrere a filtri estetizzanti o a una facile retorica della compassione, ricordandoci che la ferita sociale è tangibile e costantemente aperta.
Resistenza spirituale e liberazione culturale
Il conflitto esplorato dalle opere di After the Fire assume in diverse occasioni contorni metafisici e cosmologici. L’artista ghanese Kwame Akoto Almighty God trascende la dimensione terrena per dipingere una vera e propria guerra cosmica tra le forze del bene e del male. Nel suo dipinto By All Means Satan Will Die, una creatura angelica emerge da uno sfondo rosso sangue per fronteggiare un serpente verde, fondendo magistralmente l’iconografia cristiana con la tradizione visiva dell’Africa. Quest’opera ci ricorda che la battaglia più profonda si combatte nell’anima dei popoli, richiedendo un livello di coscienza superiore che va ben oltre la mera analisi politica.
Sul fronte della liberazione culturale, Frédéric Bruly Bouabré rappresenta un pilastro indiscusso della resistenza epistemica internazionale. A partire dal 1948, l’artista ivoriano ha creato un alfabeto originale per la sua lingua madre, il bété, composto da ben 449 sillabe accuratamente disegnate su cartoncino. Questo potente gesto anticoloniale restituisce alla cultura africana un sistema di scrittura del tutto autonomo, contrastando la violenza silente della cancellazione del sapere nativo. Infine, le tele di Owusu Ankomah chiudono idealmente l’esposizione utilizzando i simboli Adinkra per tessere una complessa rete visiva che unisce la tradizione precoloniale alla fisica quantistica, ribadendo un’unità radicale tra tutte le culture umane come risposta definitiva ed eterna alla segregazione globale.
Info utili
- Luogo: Black Liquid Art Gallery, Via Piemonte 69, 00187 Roma.
- Periodo: Dal 24 aprile al 14 giugno 2026.
- Inaugurazione: 24 aprile 2026, ore 18:00.
- Orari di apertura: Da martedì a sabato, dalle 12:00 alle 19:00
(in foto: opera di Lovemore Kambudzi)
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