Cosa: Lo spettacolo teatrale Lettere a Bernini di Marco Martinelli.
Dove e Quando: Al Teatro Vascello di Roma, dal 24 al 29 marzo 2026.
Perché: Un viaggio intimo nella mente del più grande scultore del Seicento, tra rivalità storiche e la ricerca dell’eternità nel marmo.
Il palcoscenico del Teatro Vascello si prepara ad accogliere una delle figure più emblematiche e prepotenti della storia dell’arte mondiale: Gian Lorenzo Bernini. Con lo spettacolo Lettere a Bernini, ideato e diretto da Marco Martinelli, il pubblico viene trasportato direttamente nel cuore pulsante della Roma barocca, in un giorno preciso che segna un confine tra gloria e decadenza: il 3 agosto 1667. Non si tratta di una semplice biografia messa in scena, ma di un’operazione drammaturgica profonda che scava nell’anima di un uomo che ha trasformato la pietra in carne, il marmo in emozione vibrante. In scena, l’attore Marco Cacciola incarna un Bernini ormai anziano, ancora custode di un’energia feroce e di un’autorità artistica che non accetta repliche, muovendosi all’interno del suo studio tra visioni del passato e conflitti del presente.
L’ira del maestro e l’ombra del rivale
La narrazione si apre in un momento di forte tensione. Il vecchio Bernini è furioso con Francesca Bresciani, un’intagliatrice di lapislazzuli che ha prestato la sua opera nella Fabbrica di San Pietro. La donna ha avuto l’ardire di sfidare il titano del Barocco davanti ai cardinali, accusandolo di non averle corrisposto il giusto compenso per il suo minuzioso lavoro. Questa scintilla di rabbia quotidiana diventa il pretesto per un’evocazione ben più profonda e dolorosa: quella di Francesco Borromini. L’odiato rivale, il geniale architetto ticinese, appare come un’ombra costante nella mente di Bernini, un fantasma che incarna tutto ciò che Gian Lorenzo ha combattuto e, segretamente, compreso meglio di chiunque altro.
In questo studio che si fa teatro della memoria, Bernini non interagisce solo con i suoi fantasmi, ma si rivolge ai suoi allievi come se fossero presenti. Li mette in posa, li sprona, li fa recitare nelle commedie da lui stesso scritte, con un obiettivo pedagogico quasi ossessivo: insegnare loro come trasferire nel marmo freddo i sentimenti più caldi e gli affetti più umani. È una lezione d’arte che diventa lezione di vita, dove la tecnica non è mai fine a se stessa, ma strumento per “incarnare” l’invisibile. Il Bernini di Martinelli è un uomo che parla al vuoto, scolpendo lo spazio con le parole e i ricordi, in un monologo che si sovrappone continuamente alla voce dell’attore in una rincorsa senza sosta.
Dalla furia alla pietas: il suicidio di Borromini
Il clima dello spettacolo muta drasticamente quando giunge la notizia inaspettata del suicidio di Borromini. In quel preciso istante, la furia che aveva alimentato decenni di competizione e sgomitate sotto il cielo di Roma cede il passo a una pietas profonda e inaspettata. Bernini, travolto dalla tragica fine del suo avversario, è costretto a riconsiderare l’intera opera del collega, riconoscendone finalmente l’altissimo valore artistico e umano. È un momento di epifania: solo chi ha vissuto la stessa ossessione per la creazione può comprendere fino in fondo il tormento e la grandezza di un artista simile. La depressione che aveva colpito Borromini negli ultimi anni diventa, agli occhi di Bernini, lo specchio di una guerra incessante che tutti gli artisti combattono contro il mondo e contro se stessi.
Questa riflessione sulla fragilità del genio permette a Martinelli di gettare un ponte tra il Seicento e la contemporaneità. Attraverso il disegno luci di Luca Pagliano e il sound design di Marco Olivieri, lo spettacolo crea un’atmosfera sospesa tra il secolo della “Scienza Nuova” e l’imbarbarimento del nostro tempo. Il Seicento di Bernini finisce per parlare direttamente a noi, spettatori del ventunesimo secolo, rivelandoci come le dinamiche dell’ambizione, dell’invidia e della ricerca della bellezza siano rimaste tragicamente e magnificamente immutate. La regia di Martinelli, coerente con la poetica delle Albe, mette in armonia linguaggi diversi — luce, suono, parola — per una “messa in vita” che non segue gerarchie prefissate ma punta all’alchimia totale.
Un’alchimia di linguaggi tra scena e realtà
Il progetto si avvale di una collaborazione artistica di altissimo livello, che vede impegnati professionisti come Edoardo Sanchi per le scenografie e Filippo Ianiero per le immagini video. La coproduzione tra Albe/Ravenna Teatro, Emilia Romagna Teatro ERT e Teatro Nazionale sottolinea l’importanza di un’opera che non vuole essere solo intrattenimento, ma un vero e proprio scavo archeologico nell’identità culturale italiana. Particolarmente significativo sarà l’incontro previsto per venerdì 27 marzo al termine dello spettacolo, dove Marco Cacciola, Luca Pagliano e Marco Martinelli dialogheranno con il pubblico sui temi dell’attore, della luce e della drammaturgia, svelando i segreti di un processo creativo che dura da oltre quarant’anni.
Lettere a Bernini è dunque un invito a guardare oltre la superficie lucida delle statue di Villa Borghese o della magnificenza di San Pietro. È un invito a entrare nelle stanze polverose e illuminate dalle candele dove il genio si scontrava con la miseria umana, dove il pagamento di una lapislazzuli contava quanto la cupola di una chiesa. In questo “scolpire nel vuoto”, Marco Cacciola restituisce un Bernini monumentale ma fragilissimo, capace di odiare ferocemente e di piangere la scomparsa di chi gli ha permesso, con la propria rivalità, di diventare ciò che è stato: il sole della Roma barocca. Un appuntamento imperdibile per chiunque voglia riscoprire la Capitale attraverso gli occhi di chi l’ha sognata e costruita.
Info utili
- Indirizzo: Teatro Vascello, Via Giacinto Carini 78, Monteverde, Roma.
- Date: Dal 24 al 29 marzo 2026.
- Orari: Dal martedì al venerdì ore 21:00; sabato ore 19:00; domenica ore 17:00.
- Matinée: Giovedì 26 marzo ore 10:30.
- Prezzi: Intero € 25; Over 65 € 20; CRAL e convenzioni € 18; Studenti € 16.
- Incontro: Venerdì 27 marzo ore 22:15, al termine della replica.
(Credit ph. Enrico Fedrigoli)
