- Cosa: La mostra fotografica Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid dedicata all’opera visiva di Francesca Woodman.
- Dove e Quando: Galleria Gagosian, Via Francesco Crispi 16, Roma. Dal 29 aprile al 31 luglio 2026 (con inaugurazione mercoledì 29 aprile, dalle ore 18:00 alle 20:00).
- Perché: Per scoprire circa cinquanta opere, in gran parte inedite, che svelano le profonde affinità della fotografa con il Surrealismo e il suo speciale legame con la Capitale.
La Città Eterna si prepara ad accogliere una delle retrospettive fotografiche più intime e concettualmente dense della stagione espositiva primaverile. A partire da mercoledì 29 aprile, gli eleganti spazi romani della galleria Gagosian ospiteranno Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid, un’attesa mostra monografica interamente dedicata al genio visivo, innovativo e tormentato, di Francesca Woodman. L’esposizione, che resterà aperta al pubblico fino al 31 luglio, non rappresenta soltanto un doveroso omaggio a un’artista che ha segnato in modo indelebile la storia della fotografia contemporanea, ma si propone come un’indagine accurata e inedita sulle sue profonde affinità elettive con le storiche correnti del Surrealismo e del Dadaismo. Attraverso una ricca selezione di circa cinquanta opere fotografiche, molte delle quali presentate al pubblico per la primissima volta in assoluto, il percorso espositivo capitolino promette di svelare nuove e affascinanti sfaccettature di una produzione artistica che continua a interrogare, inquietare e sedurre le nuove generazioni di spettatori.
Oltre il visibile: la decostruzione del corpo e dell’ambiente
Il cuore pulsante di questa accuratissima indagine curatoriale risiede nella straordinaria capacità della Woodman di trasformare la ristretta inquadratura fotografica in un vero e proprio palcoscenico dell’inconscio. Raffigurando se stessa o, in alternativa, i corpi di altre modelle calati all’interno di scenari naturali selvaggi o di interni domestici segnati dal tempo e dal disfacimento, l’artista orchestra una complessa mise-en-scène in cui il mistero e una spiccata teatralità regnano sovrani. Nelle potenti immagini in mostra, il confine fisico ed emotivo che tradizionalmente separa la figura umana dagli oggetti inanimati e dalle architetture circostanti viene sistematicamente destrutturato, dando vita a composizioni visive che celebrano al contempo la vibrante affermazione del sé e le più cupe tematiche della dissociazione psicologica.
Un elemento di indiscusso interesse che emerge prepotentemente dalla visione d’insieme delle opere esposte è l’uso rivoluzionario e volutamente spiazzante di comuni oggetti di uso quotidiano. Figure femminili nude, parzialmente velate o misteriosamente oscurate, condividono la scena fotografica con elementi all’apparenza banali – come fragili uova, maschere teatrali, guanti, conchiglie organiche, ma anche tazze da tè, frutta e pesci crudi – che assumono un’immediata e conturbante valenza simbolica. È proprio in questa peculiare e personalissima grammatica visiva che si riconosce l’influenza diretta dell’estetica surrealista, rielaborata tuttavia con una sicurezza creativa e una giocosità esplorativa che appartengono unicamente allo sguardo autoriale, trasgressivo e irrimediabilmente pionieristico, della Woodman.
Le radici italiane e il profondo dialogo con l’avanguardia
Per comprendere appieno l’urgenza poetica espressa in questa rassegna, è tuttavia fondamentale ripercorrere il forte legame viscerale che ha unito l’artista al nostro Paese e, in maniera specifica, alla città di Roma. Sebbene i suoi intensi studi accademici sui movimenti d’avanguardia europei abbiano avuto luogo tra le austere aule della Rhode Island School of Design (RISD), l’Italia ha rappresentato a tutti gli effetti il vero humus culturale in cui il suo dirompente talento è germogliato. Figlia di due artisti americani, Francesca ha trascorso innumerevoli estati della sua infanzia immersa nel sereno paesaggio toscano, imparando a padroneggiare fluentemente la lingua italiana e assorbendo le immense ricchezze della nostra tradizione storico-artistica. Questo invidiabile bagaglio esperienziale ha trovato il suo naturale ed esplosivo compimento tra il 1977 e il 1978, periodo formativo in cui la giovane fotografa scelse di trasferirsi proprio a Roma.
Durante il suo vitale soggiorno capitolino, la Woodman divenne un’assidua frequentatrice della storica Libreria Maldoror, un fervente crocevia intellettuale specializzato proprio in testi rari e opere d’arte di radice dadaista, surrealista e futurista. Fu proprio questo vitale spazio espositivo indipendente a ospitare la sua primissima mostra personale in terra europea, consacrando un legame di sangue intellettuale con la città. La sua precoce e matura fascinazione per la narrativa surrealista è del resto ben documentata anche dai suoi carteggi privati, come la celebre lettera inviata all’editore italiano Alberto Piovani nel 1979. In quel testo, citando esplicitamente maestri dell’immagine del calibro di Ingres e Balthus, ella espresse il lucido desiderio che le sue fotografie potessero sintetizzare l’esperienza vitale con la stessa medesima forza evocativa che le parole di André Breton seppero conferire all’apparato iconografico nel suo celebre romanzo Nadja.
Lo specchio come frammento di una percezione moltiplicata
Il titolo stesso dell’esposizione, così lungo, letterario ed enigmatico, costituisce una chiave di decodifica assolutamente imprescindibile per il visitatore. Esso deriva direttamente da una specifica opera fotografica in mostra, databile indicativamente tra il 1975 e il 1977, all’interno della quale le mani dell’artista reggono con cura un acuminato frammento di specchio proprio al di sotto di una rigida natura morta domestica. Come rivelato dagli appunti privati della fotografa redatti nel 1976, l’immagine trae ispirazione da oscure suggestioni legate all’universo delle fiabe nordiche, in particolare al cupo racconto della “Regina delle nevi”, rievocando specchi incantati e malefici capaci di corrompere inesorabilmente la nostra umana percezione della bellezza e dell’orrore. In questa affascinante cornice espositiva, i frammenti riflettenti, le lastre di vetro industriali e le immagini fotografiche ripetute non costituiscono mai dei semplici vezzi puramente stilistici, bensì dei formidabili strumenti concettuali volti a frammentare e moltiplicare all’infinito l’identità, sovvertendo le comode aspettative di una visione passiva.
La narrazione del percorso romano si arricchisce ulteriormente mediante una serie di scatti perturbanti in cui il corpo femminile subisce manipolazioni visive di sapore spiccatamente onirico e talvolta disturbante. Sottili anguille o lucci drappeggiati sulla pelle pallida e nuda, mollette da bucato di legno che ne pizzicano senza pietà la carne, membra costrette e imprigionate da banali nastri adesivi: tutti elementi che sembrano parodiare e prendere in giro i tipici, classici feticismi del desiderio maschile surrealista, ribaltandone però in toto la prospettiva oggettificante. Operando coraggiosamente in contemporanea davanti e dietro il pesante obiettivo della sua macchina fotografica, Francesca Woodman rivendica per sé un ruolo assolutamente attivo di creatrice e musa. Il suo incessante dialogo con l’avanguardia storica europea si fonde così inestricabilmente con le nuove e urgenti istanze del femminismo contemporaneo e dell’arte concettuale, restituendo oggi al pubblico la luminosa eredità di una pioniera la cui fiamma espressiva brucia ancora inestinguibile.
Info utili
- Luogo: Galleria Gagosian, Via Francesco Crispi 16, Roma.
- Date: Dal 29 aprile al 31 luglio 2026.
- Inaugurazione: Mercoledì 29 aprile, dalle ore 18:00 alle ore 20:00.
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