Cosa: Lo spettacolo teatrale Pazze d’amore, un’intensa riflessione storica e contemporanea sulla violenza di genere e sull’internamento manicomiale femminile.
Dove e Quando: Al Teatro del Lido di Ostia il 7 maggio 2026, e presso l’Accademia Santa Rita di Acilia il 9 e 10 maggio 2026.
Perché: Per riscoprire un capitolo rimosso e doloroso della storia italiana attraverso una performance corporea e simbolica, capace di denunciare gli stereotipi sessisti di ieri e di oggi.
Il panorama teatrale e culturale del litorale romano si arricchisce di un appuntamento di straordinaria valenza civile, oltre che artistica. Dal 7 al 10 maggio 2026, nei teatri di Ostia e Acilia, andrà in scena Pazze d’amore, il nuovo e coraggioso progetto performativo realizzato e prodotto dalla compagnia LABirinti APS. Quest’opera si propone di esplorare e riportare alla luce uno dei capitoli più oscuri della nostra storia recente: l’internamento delle donne nei manicomi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Attraverso un sapiente intreccio di testimonianze d’epoca e rigorosi documenti storici, lo spettacolo non si limita a un puro e semplice esercizio di memoria, ma costruisce un ponte diretto e necessario con la contemporaneità, offrendo una potente riflessione sulla perdurante violenza di genere e sull’ossessivo controllo sociale esercitato sulle donne.
La pièce, che vanta la scrittura e la magnetica interpretazione di Daria Di Bernardo affiancata alla regia da Marianna Manca, si avvale di un linguaggio scenico che privilegia la dimensione simbolica e la fisicità degli interpreti. L’obiettivo primario del testo non è soltanto quello di narrare le singole storie di quattro donne confinate nello spazio comune di un istituto psichiatrico, ma di incarnare l’archetipo universale della negazione e della repressione. Grazie al fondamentale contributo e al finanziamento ottenuto tramite i fondi 8×1000 della Chiesa Valdese, questo prezioso lavoro di indagine teatrale viene offerto al pubblico con ingresso completamente libero, a patto di effettuare una prenotazione obbligatoria per garantirsi l’accesso in sala.
Le radici storiche di una repressione sistematica
Per comprendere appieno la portata drammaturgica di questa rappresentazione, è necessario immergersi nel soffocante clima culturale e scientifico a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. In questo preciso periodo storico, iniziano a svilupparsi e a mettere radici in Italia alcune insidiose e pericolose teorie psichiatriche, le quali finiscono per associare inesorabilmente l’assertività e la creatività femminile a una forma di patologia o devianza mentale. Un occhio di riguardo, all’interno dello sviluppo drammaturgico, viene riservato al ventennio fascista e alla pervasiva influenza delle teorie del criminologo Cesare Lombroso. Secondo i rigidi dettami di questa psichiatria tardottocentesca, la donna veniva considerata un essere biologicamente e cerebralmente inferiore, naturalmente incline alla perenne instabilità.
All’interno di questa aberrante e diffusa visione pseudo-scientifica, la presunta normalità femminile coincideva esclusivamente con l’incapacità di formulare pensieri complessi o astratti e con la totale dedizione al ruolo imposto di madre. Di contro, qualsiasi donna dimostrasse la capacità di riflettere criticamente, di pianificare o di agire attivamente per il proprio cambiamento, veniva inesorabilmente etichettata come folle. Questo mortificante substrato culturale trovò la sua massima e tragica espressione giuridica nella famigerata legge manicomiale del 1904, la quale rese legalmente possibile l’internamento coatto anche per semplici comportamenti giudicati contrari “alla morale o all’ordine pubblico”. Non è affatto un caso che una simile e feroce stretta repressiva si sia verificata proprio all’alba dei primissimi movimenti di emancipazione sociale, nel tentativo di sopprimere una libertà emergente.
Etichette e silenzi: la follia come strumento di controllo
Il crudele meccanismo di segregazione si nutriva quotidianamente di un vocabolario specifico, un vero e proprio campionario di diagnosi tanto fantasiose quanto spietate. I registri di ingresso dei manicomi femminili dell’epoca traboccavano di definizioni assurde: le pazienti venivano strappate alle loro vite e rinchiuse perché considerate “indocili”, “troppo ilari”, o ancora percepite come “troppo seduttive”. Spesso era sufficiente essere definite dalle autorità sanitarie come donne “irose”, “ciarliere” o eccessivamente “loquaci” per perdere per sempre il diritto di esistere nella società. Questa terminologia, ammantata di validità medica, serviva di fatto a ricondurre al silenzio tutte coloro che si erano macchiate dell’imperdonabile colpa di aver espresso la propria autonomia di pensiero, difendendo la propria unicità di carattere e i propri desideri.
Il palcoscenico diventa così lo spazio elettivo per scardinare questa narrativa oppressiva e per denunciare con forza come questi antichi stereotipi germinino ancora oggi, autoalimentandosi pericolosamente nel presente. Come spiega lucidamente l’autrice e attrice Daria Di Bernardo, il lavoro laboratoriale si è concentrato enormemente sull’uso del corpo e sull’esplorazione delle emozioni, con il preciso scopo di restituire finalmente una voce a queste innumerevoli vite negate. Riportare alla luce questo capitolo volutamente rimosso della nostra memoria collettiva significa trasformare il ricordo in un’urgenza scenica capace di interrogare chi siede in platea. I meccanismi di repressione e di mortificazione del femminile, infatti, non appartengono unicamente agli archivi storici, ma assumono forme sempre nuove e subdole nel nostro vivere quotidiano.
La restituzione del corpo e l’approccio scenico
La dirompente forza espressiva della messinscena risiede in gran parte nella peculiare metodologia di lavoro adottata da LABirinti APS, la cui pratica drammaturgica si fonda da sempre su una ricerca-azione fortemente partecipata. L’approccio della compagnia mescola con maestria diverse tecniche teatrali di altissimo livello, attingendo al metodo delle azioni fisiche di Grotowski, alle profonde intuizioni di Cechov, alla biomeccanica di Mejerchol’d e alle fondanti teorie bioenergetiche di Alexander Lowen. Tutti questi preziosi strumenti pedagogici ed espressivi convergono in un rigoroso processo creativo maieutico, dove l’attenzione della conduzione registica non si focalizza sull’attrice in quanto esecutrice, ma mette costantemente al centro la persona nella sua interezza sociale, esistenziale e corporea.
Questo profondo percorso di indagine interiore permette all’interprete di liberare risorse espressive inaspettate, favorendo attivamente la decostruzione delle costrizioni di genere per favorire il ritorno a un corpo primordiale e autentico. Ed è proprio grazie a questa fisicità ritrovata che le quattro storie narrate nello spettacolo riescono a farsi universali, superando brillantemente i confini imposti dalle mura del manicomio. La scelta etica di nutrire l’atto creativo con le istanze dolorose della vita reale si traduce in un’esperienza catartica di altissimo impatto. L’auspicio è che lo spettatore abbandoni la sala teatrale portando con sé non solo la memoria di una grave ingiustizia passata, ma soprattutto gli strumenti emotivi per riconoscere e disinnescare la radice del sessismo contemporaneo.
Info utili
- Sedi e Date:
- Teatro del Lido di Ostia, via delle Sirene 22, Ostia (Giovedì 7 maggio 2026, ore 21:00)
- Accademia S. Rita, Viale Fra’ Andrea di Giovanni 150, Acilia Dragoncello (Sabato 9 maggio 2026, ore 21:00; Domenica 10 maggio 2026, ore 18:00)
- Prezzi: Spettacolo a ingresso libero (progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Chiesa Valdese)
- Prenotazioni: Prenotazione obbligatoria ai recapiti della compagnia
- Contatti: Telefono 389 483 7762
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