Cosa: Non Homo, la nuova mostra personale scultorea dell’artista Antonio Taschini.
Dove e Quando: Palazzo Valentini, Sala della Pace (Roma), dal 21 maggio all’8 giugno 2026.
Perché: Un’opportunità per riflettere sull’alienazione contemporanea e sull’iperconnessione digitale, attraverso opere che uniscono estetica arcaica e complesse visioni distopiche.
La prestigiosa Sala della Pace, situata all’interno degli spazi storici e istituzionali di Palazzo Valentini a Roma, si prepara ad accogliere uno degli eventi culturali più stimolanti della stagione primaverile. A partire da giovedì 21 maggio e fino all’8 giugno 2026, il pubblico capitolino e i visitatori avranno l’opportunità di immergersi nell’universo plastico e concettuale di Non Homo, l’attesa mostra personale dello scultore Antonio Taschini. L’iniziativa espositiva è stata fortemente voluta, promossa e organizzata con dedizione dall’Associazione Oltreforma APS, avvalendosi del prestigioso patrocinio della Città metropolitana di Roma Capitale. La sapiente curatela del progetto porta la firma di Rosanna Accordino, supportata nell’allestimento e nella visione dalla direzione artistica della Galleria L2Arte. Durante la cerimonia di inaugurazione, che aprirà le porte della rassegna alle ore 18 del 21 maggio, si terrà un incontro di approfondimento a cui parteciperanno, oltre all’artista, relatori d’eccezione come il Dott. Nicola D’Angelo e il Dott. Ciro Palmese. A suggellare l’importanza istituzionale dell’evento, sarà inoltre presente il Dott. Francesco Nazzaro, attuale Capo di Gabinetto di Città metropolitana di Roma.
Forme arcaiche e distopie geometriche
L’indagine artistica e la poetica formale di Antonio Taschini si configurano come una costante e sofisticata ricerca di un equilibrio estetico molto sottile. Al centro di questo delicato bilanciamento plastico vi è l’incontro-scontro tra le suggestioni millenarie di un mondo arcaico e l’inquietudine vibrante di una visione futura. Le opere in mostra non si limitano a essere meri oggetti da ammirare, ma propongono una spiccata circolarità concettuale che traghetta l’osservatore dal classico documento figurativo verso territori inesplorati, progressivamente arricchiti da marcati e spiazzanti elementi distopici. Questa transizione materica si sublima infine in una creazione geometrica rigorosa, che abbandona la mera fisicità per farsi pura architettura mentale.
I manufatti plasmati dalle mani esperte dello scultore si trasformano così in sistemi attivi e viventi di segni, veri e propri dispositivi scultorei concepiti per scuotere profondamente la coscienza del fruitore. Ogni linea, ogni volume e ogni frattura della materia diviene uno strumento potente e raffinato, capace di evocare domande pressanti, risvegliare il senso critico e stimolare la memoria sul misterioso destino dell’essere umano. In un’epoca caratterizzata dalla velocità di consumo e dalla superficialità, l’approccio di Taschini invita a una necessaria sosta contemplativa, costringendoci a misurarci fisicamente con la nostra eredità storica collettiva e con le pesanti incognite che gravano sull’evoluzione del nostro domani.
Il Leviatano e l’inganno della parola Homo
Per comprendere appieno la vasta portata filosofica dell’esposizione, è necessario scavare nelle radici etimologiche e semantiche del titolo scelto. Se si analizza con attenzione il significato del termine latino homo, si scopre una stratificazione di accezioni estremamente sfaccettata. Oltre al suo tradizionale corrispettivo italiano di uomo, essere umano o creatura mortale, la parola assume, a seconda della locuzione letteraria in cui viene inserita, connotati diametralmente opposti: può indicare un uomo nobile e coraggioso, ma allo stesso tempo è stata utilizzata storicamente per fare riferimento a un soldato, a un servo o addirittura a uno schiavo.
Taschini sfrutta genialmente questa intrinseca ambiguità per innescare una riflessione profonda sui rapporti di forza e sulla natura relazionale della nostra società. Il percorso artistico si intreccia a doppio filo con le celebri tesi espresse nel Leviatano del filosofo britannico Thomas Hobbes, il quale conferiva un enorme risalto a quella che definiva un’inclinazione generale e ineluttabile di tutta l’umanità. Tale inclinazione viene descritta come un desiderio perpetuo e ininterrotto di acquisire incessantemente un potere dopo l’altro, un’ossessione divorante che si placa esclusivamente con il sopraggiungere della morte. Hobbes, nel teorizzare la sua visione dello Stato, riprendeva un iconico verso del commediografo latino Plauto, utile a descrivere la radicale diffidenza che sorge nei confronti degli sconosciuti: “Lupus est homo homini, non homo, quom qualis sit non novit”, ovvero l’uomo si trasforma in un lupo per l’altro uomo, e cessa di essere uomo, nel momento in cui manca una reale conoscenza del suo carattere. In questa amara ottica, la particella “non” rappresenta l’esclusione drammatica da una condizione universalmente riconosciuta. Il Non Homo plasmato da Taschini equivale, in senso quasi classificatorio, a colui che non viene trattato come uomo, un individuo segnato da una sospensione pratica e tangibile dell’umanità, ben prima della sua negazione ontologica.
L’opacità dell’altro nell’epoca dell’iperconnessione
Sebbene le cupe considerazioni di Plauto e di Hobbes vengano classicamente utilizzate nei testi accademici per descrivere la condizione dell’umanità nel suo brutale stato di natura – dove la totale assenza di conoscenza reciproca sfocia inevitabilmente in un clima di pura aggressività –, la loro contestualizzazione nel nostro presente appare, per molti versi, ancora più calzante e rilevante. L’uomo contemporaneo si trova infatti a vivere immerso in un’epoca definita dalla sua perenne e inarrestabile iperconnessione. In questo frenetico panorama digitale, la conoscenza teorica e superficiale dell’altro sembra essere sempre e comodamente a portata di mano.
Tuttavia, in modo profondamente paradossale e inquietante, la figura dell’altro resta opaca e distante. La meravigliosa complessità dell’individuo viene brutalmente ridotta a una semplice immagine da consumare, a una banale etichetta categorizzante o, peggio, a un freddo algoritmo di tracciamento. Le moderne piattaforme digitali, anziché unire i fili del tessuto sociale, non fanno che amplificare in modo drammatico questo fenomeno: al loro interno non incontriamo mai veramente le persone, ma unicamente le loro rappresentazioni artefatte; abbiamo smesso di dialogare, limitandoci a reagire impulsivamente agli stimoli. È proprio in questo senso che l’ignoranza teorizzata da Plauto si evolve tragicamente: non si tratta più di una semplice mancanza di informazioni, bensì di una strutturale incapacità di riconoscere la profondità e la complessità dell’altro. Le dinamiche sculture di Antonio Taschini si ergono quindi a specchio fedele di questa frantumazione emotiva.
Info utili
- Dove: Palazzo Valentini, Sala della Pace – Via IV Novembre, 119/a, 00187 Roma
- Quando: Dal 21 maggio all’8 giugno 2026
- Orari: Tutti i giorni, escluso il martedì, dalle 10:00 alle 19:00
- Inaugurazione: Giovedì 21 maggio 2026 alle ore 18:00 (Ingresso su invito
