Un’ora e mezza. Tanto è bastato a Alexei Popyrin — numero 60 ATP, uno che a un Masters 1000 non vinceva una partita da Cincinnati 2025 — per spegnere il Centrale, mandare a casa Matteo Berrettini al primo turno degli Internazionali e ricordarci, con la freddezza di un 6-2 6-3, che le favole hanno bisogno di gambe, di prime palle, e di un dritto che pesi davvero. Tre cose che oggi a Matteo sono mancate.
E fa male. Perché il Centrale era pieno, perché era casa, perché era Roma, perché era lui, il romano. E perché in fondo, in un angolo del cuore, ci credevamo ancora.
Il match: tante cose non hanno funzionato
Partiamo dai numeri, che oggi raccontano più di mille parole. Berrettini è entrato in campo con la voglia giusta — sull’1-1 del primo set, terzo game, si è procurato anche l’unica palla break del match. Una. In tutta la partita. Non sfruttata. Da lì in avanti è cominciato lo scivolamento: dal 2-2 Popyrin ha infilato quattro giochi consecutivi, primo set chiuso 6-2 in 38 minuti, doppio break, e Matteo che già scuoteva la testa nel cambio campo come uno che sente il match scivolare via.
Nel secondo parziale c’è stata reazione, sì, ma a metà. Il dato che fa più rumore: 48% di prime palle in campo. Quarantotto. Per uno che del servizio ha fatto la propria cattedrale, è una bestemmia tecnica. Quando la prima entra Berrettini è ancora pesante, ancora difficile da rispondere. Quando deve giocarsi la seconda, invece, si trasforma in una palla che Popyrin aggrediva come fosse un dolce alla panna: dritto in risposta, profondità, e l’azzurro costretto ogni volta a forzare uno scambio che non poteva permettersi di tenere.
Il break decisivo è arrivato nel sesto game del secondo set. Matteo annulla la prima palla break, sulla seconda manda a rete il dritto. 4-2 Popyrin, e da lì non si torna più indietro. C’è tempo per un ultimo sussulto, perché Matteo è Matteo: nell’ultimo gioco, sotto 40-0 e tre match point contro, si tira fuori un mezzo miracolo — risale ai vantaggi, infila pure un passante di rovescio lungolinea da urlo dopo una serve&volley dell’australiano — ma al quarto match point, ai vantaggi, un dritto inside-in finisce in rete. Game, set, match Popyrin. 2-6 3-6. Adesso l’australiano se la vedrà con Mensik al secondo turno e, se passa, può incrociare Sinner al terzo.
Il dritto che non c’è più (per ora)
C’è un dato tecnico più sottile dei numeri. Il dritto. Il suo dritto. Quello che per anni è stato il colpo più puro del circuito, una mazzata che decideva i punti prima ancora che cominciassero che gli ha regalato il soprannome The Hammer. Oggi quel colpo era spento. Meno aggressivo, meno potente, troppo piatto, spesso corto. Popyrin ha letto tutto e ha potuto attaccare con il suo dritto — anche lui, mica per caso, un giocatore che ha nel fondamentale di dritto la sua arma migliore — e quando due giocatori che vivono di dritto si scontrano, vince quello che lo ha più caldo. Oggi era l’australiano, senza discussione.
Da dove arriva Matteo e in che condizione
Per capire cosa sia successo oggi bisogna ricostruire dove eravamo rimasti. La stagione 2026 di Matteo è stata fin qui una corsa a ostacoli infinita.
A Monte Carlo, in aprile, era arrivato un terzo turno onesto: vittoria su Bautista Agut (per ritiro dello spagnolo) all’esordio, poi una sconfitta senza vergogna contro Medvedev, anzi un match sul rosso, superficie su cui i due non si erano mai affrontati, in cui Matteo aveva fatto vedere lampi del Berrettini di una volta.
A Madrid, doccia gelata: fuori al primo turno contro un giovanissimo Dino Prizmic. Una di quelle sconfitte che fanno discutere e che, soprattutto, fanno discutere lui con sé stesso.
E poi la scelta — coraggiosa, giusta, da uomo vero — di scendere al Challenger 175 di Cagliari. La Sardegna che nel 2020, durante il lockdown, gli aveva regalato il primo grande torneo della sua vita. Tornarci nel 2026 da numero 100 del mondo per macinare partite, raccogliere punti e ritrovare sé stesso non è un passo indietro: è gestione di carriera. A Cagliari ha vinto in tre set durissimi contro Kypson (6-4 6-7 7-6, quasi tre ore), ha sorpreso a rete Mariano Navone, lo specialista argentino, e si è arreso solo ai quarti contro Hubert Hurkacz (4-6 6-3 6-4). Lo stesso Hurkacz contro cui aveva vinto la storica semifinale di Wimbledon 2021. Cinque anni fa. Sembra ieri. Sembra un altro mondo.
E così è arrivato a Roma con dentro tutta quella benzina sarda e tutto quel carico romano, e oggi sul Centrale gli è successo quello che succede quando il corpo è ancora un cantiere e la testa deve ancora ricucire fiducia: si parte bene, si vacilla, si crolla.
E adesso?
Adesso si torna a lavorare. La cosa giusta da fare. Roma è andata, ma c’è un Roland Garros a fine maggio, c’è una stagione su erba che storicamente è il suo regno, c’è un Wimbledon dove — fuori da ogni logica di ranking — Matteo resta un giocatore che nessuno vuole pescare al primo turno.
Le sue parole degli ultimi giorni, quelle in conferenza a Cagliari, sono di un uomo che ha capito dove sta. “Accetto la mia classifica, so di poter ritornare in alto. Sento di appartenere ancora a quel livello”. Non è arroganza, è lucidità. E quella sua frase su Cagliari — “senza questo pubblico avrei perso sicuramente” — racconta meglio di ogni statistica quanto sia diventato dipendente dal calore della gente per ritrovare sé stesso.
Oggi al Centrale il calore c’era. Mancato il resto. Capita.
Senza giri di parole
La sconfitta di oggi non è una catastrofe. È un punto basso in una curva di rientro che era già fragilissima e che adesso lo è ancora di più. Popyrin ha giocato bene, è un avversario tosto, ha colpito di prima e di dritto come deve fare uno che vale ben più del suo numero 60: Matteo non avrebbe vinto questo match nemmeno al 70% della propria forma. Il problema è che oggi non era al 70%. Era a un livello inferiore, e si è visto soprattutto nei dati: una palla break giocata, 48% di prime, troppi errori sul colpo identitario.
Ma fino a che lui ci prova, noi dobbiamo essere lì. Anche oggi che il Foro lo ha salutato in anticipo. Anche con un 6-2 6-3 che brucia.
