- Cosa: Lo spettacolo teatrale La Storia, liberamente ispirato al capolavoro letterario di Elsa Morante, che porta in scena una riflessione profonda sulla complessità dell’animo umano di fronte alle atrocità del Novecento.
- Dove e Quando: Al Teatro Vascello di Roma, dal 12 al 22 marzo 2026.
- Perché: Per riscoprire un’opera monumentale attraverso una regia innovativa che trasforma la letteratura in un’esperienza visiva, sonora e profondamente emotiva.
Il Teatro Vascello di Roma si prepara ad accogliere uno degli eventi più attesi della stagione: la messa in scena di La Storia, un progetto teatrale che affronta, con coraggio e delicatezza, il testo seminale di Elsa Morante. Non si tratta di una semplice trasposizione narrativa, ma di un tentativo ambizioso e stratificato di tradurre in linguaggio scenico l’inesauribile ricchezza di un romanzo che ha segnato la letteratura italiana del Novecento. La regia di Fausto Cabra, in collaborazione con la drammaturgia di Marco Archetti, trasforma il palco in un laboratorio di riflessioni sull’esistenza, sulla guerra e sulla resilienza, offrendo agli spettatori una chiave di lettura inedita per approcciarsi a una materia che, ancora oggi, risulta bruciante di attualità.
La grande macchina contro l’umanità fragile
Al centro dell’allestimento troviamo una dialettica potente tra due forze contrapposte: la “grande macchina” della Storia, intesa come un meccanismo sovra-umano e talvolta disumano, e la fragilità delle creature che si muovono al suo interno. La regia sceglie di rendere esplicita questa dicotomia, utilizzando una scenografia che non nasconde la sua natura tecnica, ma la esibisce come un enorme ingranaggio che scrive il destino degli uomini. È in questo scenario di luci complesse e architetture analitiche che le vicende di Ida, Nino e del piccolo Useppe vengono rilette, non come un dramma statico, ma come una traiettoria vitale che cerca costantemente di sfuggire alla morsa del destino.
La scelta di portare in scena l’esperienza di una mente che legge trasforma lo spettacolo in un metaracconto. Vediamo in scena una figura – una donna di oggi – che rilegge il romanzo e, nel farlo, ricrea davanti ai nostri occhi un attraversamento personale delle vicende morantiane. Questa intuizione registica permette di superare la linearità cronologica, abbracciando una libertà di piani temporali che ben si sposa con la complessità del pensiero letterario. Non si vuole sostituire il libro, ma piuttosto accendere nel pubblico il desiderio di tornare a quelle pagine, trasformando il teatro in un ponte tra la carta stampata e la carne viva degli attori che interpretano i personaggi con rara intensità e bravura.
Un omaggio alle radici del teatro italiano
L’impianto dello spettacolo risente profondamente della lezione di due grandi maestri della scena italiana: Luca Ronconi e Carlo Cecchi. Da un lato, si nota il rigore delle architetture sceniche, una sorta di vivisezione analitica che cerca di dare ordine al caos degli eventi bellici e civili narrati; dall’altro, emerge l’urgenza di una umanità caotica, imbevuta del “qui e ora”, che rifiuta di essere ridotta a mera statistica o vittima sacrificale. Questa fusione crea un dinamismo che cattura lo spettatore, trascinandolo in un’alternanza continua tra la lucidità fredda del sistema e il calore pulsante della vita umana, che cerca, nonostante tutto, una via di fuga.
Il lavoro di Fausto Cabra, coadiuvato da un cast di eccezionale spessore, si muove su questa corda tesa. Lo spettacolo non concede facili consolazioni e non cerca di districare l’enigma tra amore e violenza, poiché la Morante stessa ci insegna che non vi è una distinzione netta tra carnefice e vittima. La messa in scena celebra la vita proprio quando racconta la morte, rivelando lo scandalo di una Storia che, da diecimila anni, sembra ripetersi senza sosta. È un esercizio di compassione, nel senso etimologico di “soffrire con”, che invita il pubblico a riconoscere la bellezza dell’esistenza proprio tra le pieghe del dolore e della precarietà.
Il valore politico della memoria e della vita
Definire La Storia un’opera cupa sarebbe un errore interpretativo; al contrario, lo spettacolo trasmette una vitalità struggente, una celebrazione della “vita nonostante tutto” che trova la sua sintesi perfetta nelle parole del giovane Nino: “Loro non lo sanno, a ma’, quant’è bella la vita”. Questa riflessione funge da perno per l’intera rappresentazione, elevando il testo a una dimensione universale. L’idea di fondo è che le vicende individuali dei protagonisti siano contenute nella Grande Storia, la quale, a sua volta, è riassorbita in una Sfera Naturale ancor più vasta, fatta di cicli celesti, animali e natura, che relativizza e, in qualche modo, ridicolizza le pretese di dominio degli uomini.
In questa ottica, il piccolo Useppe diventa il centro focale dell’intera opera: un essere che è al tempo stesso finito e infinito, infinitesimale e divino. Attraverso di lui, lo spettacolo suggerisce che l’unica salvezza possibile, sebbene non una via d’uscita definitiva dalle maglie della Storia, risiede proprio in quel seme di umanità e di comunione che il romanzo e la sua trasposizione teatrale piantano nel cuore dello spettatore. La chiusura dell’allestimento non offre risposte ideologiche, ma lascia in dono una domanda aperta sulla nostra capacità di amare e di resistere, ricordandoci che, malgrado l’orrore, il fiore dell’amore per la vita continua a germogliare.
Info utili
- Date: Dal 12 al 22 marzo 2026.
- Orari: Da martedì a venerdì ore 21:00; sabato ore 19:00; domenica ore 17:00.
- Luogo: Teatro Vascello, Via Giacinto Carini 78, Roma.
- Biglietti:
- Intero: 25 euro.
- Over 65: 20 euro.
- Studenti: 16 euro.
- Cral e convenzioni: 18 euro.
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