Cosa: Lo spettacolo teatrale Santa Vergine delle Rose del Collettivo Nonnaloca indaga il confine labile tra la verità giudiziaria e la messa in scena.
Dove e Quando: Presso Fortezza Est, in via Francesco Laparelli 62 a Roma, dal 23 al 25 aprile 2026 alle ore 20:30.
Perché: Si tratta di un monologo brillante e scomodo, che cambia interprete ogni sera per sfidare i pregiudizi del pubblico su menzogna e verità.
Il confine sottile tra verità e inganno scenico
Il palcoscenico romano si prepara ad accogliere una prima assoluta di grande impatto emotivo e intellettuale: dal 23 al 25 aprile 2026, lo spazio indipendente di Fortezza Est ospiterà Santa Vergine delle Rose. Questo progetto inedito, ideato e realizzato dal Collettivo Nonnaloca, si propone di trasformare lo spazio teatrale in un’aula di tribunale, portando in scena il racconto di un processo controverso attraverso le parole della sua enigmatica protagonista, Ada Cuordoro. La drammaturgia non si limita a esporre in maniera lineare i fatti, ma scivola costantemente tra la confessione intima e la messa in scena calcolata, lasciando lo spettatore in bilico tra la ricerca della verità e il fascino dell’illusione. Non è mai del tutto chiaro se il pubblico stia assistendo a una deposizione autentica e disperata, oppure se si trovi invischiato in una trappola retorica abilmente orchestrata dall’imputata.
Il cuore del dibattito giudiziario e teatrale ruota attorno a un’accusa che ha dell’incredibile: si dice che la protagonista sia colpevole di ben sessantaquattro truffe, perpetrate a danno di altrettanti uomini. Secondo le voci e le deposizioni formali, la donna li avrebbe incontrati all’interno di un locale dedicato alla musica latina, dove, attraverso un gioco di seduzione, li avrebbe ubriacati per poi sfilare loro un bonifico dopo l’altro, approfittando del momento in cui le vittime non erano più capaci di intendere e di volere. Di fronte a questo scenario probatorio, l’imputata diventa l’assoluta narratrice e la regista incontestabile della sua stessa complessa storia. Lasciandole la parola senza alcun tipo di contraddittorio, l’opera permette ad Ada di fare ciò che le riesce in assoluto meglio: affabulare, raccontare la propria versione degli eventi e manipolare la percezione collettiva dei fatti.
Tre volti per una sola imputata
Una delle scelte registiche più audaci e affascinanti del collettivo consiste nell’affidare il monologo a tre interpreti diverse, cambiando in tal modo il volto della protagonista per ogni singola replica. A dare corpo e voce alla figura multiforme dell’imputata saranno Camilla Tagliaferri nella serata del 23 aprile, Marta Bulgherini il 24 aprile, e infine Irene Ciani per l’ultima replica prevista il 25 aprile. Questa rotazione attoriale non rappresenta un semplice vezzo stilistico fine a se stesso, ma si configura come una precisa strategia narrativa pensata appositamente per affidare allo spettatore un punto di vista che può mutare conformemente all’interpretazione dell’attrice e al focus emotivo messo in luce di sera in sera. La frammentazione dell’identità della protagonista suggerisce implicitamente che la verità oggettiva sia inafferrabile e che ogni testimonianza sia inesorabilmente filtrata dalla fisicità di chi la pronuncia.
Sostenuto dalla solida drammaturgia firmata da Veronica Chirra e Sara Russolillo , il testo si configura come un monologo brillante che mira esplicitamente a far stare scomodo chi lo ascolta. L’opera teatrale costringe infatti il pubblico a interrogarsi profondamente sui meccanismi invisibili del pregiudizio, chiedendosi per quale motivo alcune storie vengano immediatamente credute dalla collettività, mentre altre vengano sistematicamente messe in discussione o ridicolizzate. In questo serrato e asimmetrico confronto psicologico, l’imputata dialoga apertamente con un giudice che rimane costantemente privo di voce, un interlocutore fantasma che incarna l’autorità. In questa peculiare dinamica di potere, è l’accusata a decidere strategicamente cosa dire e cosa omettere, calibrando con precisione il momento esatto in cui piangere o in cui lasciarsi andare a una risata liberatoria.
L’illusione della giustizia in palcoscenico
L’intera architettura narrativa dello spettacolo si regge su un assunto psicologico tanto antico quanto pericoloso: dicono che per convincere qualcuno della veridicità assoluta di una bugia, sia sufficiente ripeterla un numero adeguato di volte. In quest’ottica straniante, lo spettatore, esattamente come il giudice silente e invisibile, si ritrova inesorabilmente trascinato nel vortice delle parole calcolate dell’imputata, finendo per seguirla nel suo ragionamento, per dubitare delle proprie certezze e per cercare disperatamente un appiglio logico che fatica a palesarsi. La rappresentazione teatrale non intende offrire risposte morali consolatorie, ma piuttosto amplifica il senso di smarrimento etico dei presenti in sala. Portare Santa Vergine delle Rose in scena, infatti, significa in primis far vivere al pubblico l’esperienza viscerale di un’ingiustizia tangibile.
Il climax dell’opera si raggiunge nel momento conclusivo, quando la narrazione giunge inevitabilmente al termine e ci si aspetta l’emissione di un verdetto definitivo da parte della corte. Ma quando la sentenza finale finalmente arriva, nell’aria non si respira una catarsi pacificatrice; rimane piuttosto sospesa un’unica, grande e inquietante domanda: siamo veramente d’accordo con l’esito di questo processo, o forse ci siamo fatti tutti ingannare in modo clamoroso?. Il dubbio si insinua prepotentemente nella mente del pubblico pagante, ma questa profonda manipolazione non è in realtà opera della sola Ada; l’illusione è il risultato del meccanismo perfetto attivato dalla pièce stessa. Il teatro, trasformato per l’occasione in una corte di giustizia, dimostra così l’intrinseca fallibilità del giudizio umano.
Info utili
- Orario spettacoli: Giovedì, venerdì e sabato alle ore 20:30
- Indirizzo: Fortezza Est, via Francesco Laparelli 62, Roma – Tor Pignattara
- Biglietto unico: 14,00€
- Ingresso per le tre repliche: 24,00€
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