- Cosa: Bastava Leggere, una commedia tagliente che esplora il conflitto tra arte e burocrazia.
- Dove e Quando: Dal 13 al 15 marzo presso l’Altrove Teatro Studio, Roma.
- Perché: Uno sguardo ironico e amaro sulla società contemporanea e sull’integrità culturale.
Il sipario dell’Altrove Teatro Studio si alza su una realtà che molti operatori culturali conoscono fin troppo bene: la chiusura di uno spazio di espressione. In scena dal 13 al 15 marzo, Bastava Leggere si presenta come un’opera che fonde l’urgenza civile con la commedia, scritta da Ottavia Bianchi e diretta da Giorgio Latini. La storia è ambientata durante un weekend invernale di precarietà, in un teatro di provincia destinato allo sgombero. I protagonisti, Marisa e Carlo, una coppia di artisti in crisi esistenziale e professionale, si ritrovano bloccati all’interno della struttura proprio nel momento cruciale del loro addio alle scene, ma non sono soli.
A condividere forzatamente questo spazio claustrofobico si ritrovano due figure distanti anni luce dal mondo della recitazione: l’assessore alla cultura di zona, incaricato di sigillare il teatro, e il suo addetto alla comunicazione. Da questo incontro casuale, o meglio, sfortunato, prende vita una narrazione fatta di ostilità, confronti accesi e tentativi di manipolazione. La tensione non è solo fisica, confinata tra quattro mura, ma diventa metafora di una collisione tra due emisferi: quello creativo, che cerca di preservare la propria dignità, e quello burocratico, cinico e pragmatico, che vede il teatro come una mera pratica da archiviare.
Due mondi che collidono nella tempesta
La forza di Bastava Leggere risiede nella sua capacità di non limitarsi alla satira politica spicciola, ma di scavare nelle dinamiche psicologiche dei personaggi. Marisa e Carlo rappresentano il lato vulnerabile di chi ha dedicato la propria vita a un “daimon”, una vocazione che la società moderna sembra considerare obsoleta o, peggio, imbarazzante. Dall’altra parte della barricata, l’assessore e il suo portavoce incarnano quella burocrazia che ha smarrito il senso del servizio pubblico per trasformarsi in una macchina di gestione del consenso.
L’impossibilità di abbandonare il teatro fino al lunedì successivo costringe questi quattro individui a una convivenza forzata. Non c’è spazio per le maschere sociali in una stanza chiusa; le tensioni esplodono, le fragilità emergono e le divergenze ideologiche diventano scontri personali. Mentre gli attori cercano di difendere la validità del loro operato, i rappresentanti istituzionali palesano una visione della cultura che oscilla tra l’indifferenza e l’utilitarismo. È in questo scenario che il grottesco si fa strada, trasformando il dramma della chiusura di un luogo culturale in una commedia amara, dove la realtà della vita è così tragica da strappare, inevitabilmente, una risata.
La vacuità del successo e l’anima in vendita
Uno degli aspetti più intriganti dello spettacolo è l’analisi sociologica sottesa alla figura di Michele Marra, ex bambino prodigio che si è dato alla politica. Egli rappresenta una generazione di “orfani” di ideali, diventati adulti senza una bussola etica, che vedono la politica non come un servizio alla comunità, ma come un’isola ecologica dove riciclare i propri scarti umani. In questo microcosmo, la figura di Marra diventa il simbolo di una società che non chiede più qualità, ma solo capacità di adattamento e velocità nel ricollocarsi sul mercato, anche quello del consenso elettorale.
La pièce interroga profondamente il pubblico sulla tenuta morale del nostro tempo. Si chiede, con una franchezza spiazzante, se in un mondo devoto esclusivamente all’apparire e alla velocità del successo, esista ancora qualcosa che non sia in vendita. L’arte, in questo contesto, diventa il metro di paragone per misurare la corruzione delle coscienze. Siamo ancora capaci di nutrire la nostra vocazione, nonostante la vergogna sociale che spesso accompagna chi sceglie percorsi non convenzionali? Lo spettacolo non offre risposte consolatorie, preferendo lasciare allo spettatore il peso di una riflessione necessaria sulla vacuità del nostro presente.
L’universale racchiuso in una stanza
Ottavia Bianchi, autrice del testo, sottolinea come la scrittura sia partita dall’osservazione di un mondo limitato — quello dei teatranti — per approdare a temi di portata universale. Spesso si accusa la scrittura femminile di essere confinata nel piccolo mondo del quotidiano, ma Bastava Leggere dimostra esattamente il contrario: partendo dallo sgombero di un singolo spazio culturale, l’opera riesce a parlare di disoccupazione, della manipolazione delle notizie, della crisi delle nascite e, più in generale, del senso di smarrimento di chi vorrebbe essere governato da persone competenti.
Attraverso i dialoghi taglienti, lo spettacolo diventa lo specchio deformante della nostra realtà, un mondo in cui avere il desiderio sacrosanto di verità ci fa apparire ingenui o fuori luogo. Eppure, proprio questa chiusura spaziale e narrativa permette alla storia di elevarsi, dimostrando che, talvolta, è proprio nel particolare più specifico che si nasconde la verità universale. Bastava Leggere ci sfida ad abbandonare i pregiudizi, ricordandoci che la cultura non è una questione noiosa per pochi eletti, ma l’unico strumento capace di farci comprendere l’assurdo in cui, nostro malgrado, viviamo ogni giorno.
Info utili
- Spettacoli: Venerdì e sabato ore 20:00; domenica ore 17:00.
- Prezzi: Intero 15€, Ridotto 10€.
- Luogo: Altrove Teatro Studio, Via Giorgio Scalia 53, Roma.
- Contatti: Telefono 351 8700413, email ipensieridellaltrove@gmail.com.
(Credit ph Marco Bellucci)
