Mauro Covacich
La nave di Teseo
Mauro Covacich ricava il titolo del suo ultimo romanzo, Lina e il sasso (La nave di Teseo) da una favola della tradizione popolare ungherese, dove una pietra viene messa in pentola da una serie di animali, ciascuno dei quali aggiunge un ingrediente.
Lina, una bambina “fragile” di nove anni è la vera protagonista, il perno delle relazioni sofferte e turbolente che ruotano intorno a lei. Gli altri personaggi, la madre Elena – fisioterapista -, Max, il nuovo compagno di lei – uno scrittore in crisi – e Carlotta, l’ex-compagna di Max – dalla vita trasgressiva – vivono infatti esistenze che si avvicinano senza toccarsi mai veramente. Sembrano abitare una vita a loro estranea, avvolta da una solitudine acuita dall’insoddisfazione e dal vuoto.
La loro non sembra una fase transitoria, ma una condizione senza fine, come quella del sasso nella pentola, destinato a rimanere duro e indigesto. Quasi una metafora di quello sforzo incessante chiamato vita, dove ciascuno deve mantenere accesa la fiamma che la alimenta.
Ognuno sembra essere fuori posto nel romanzo di Covacich. Max, non riesce a sfondare nella scrittura, ma racconta continuamente alla bimba la favola del sasso. Elena si prende cura del corpo degli altri, ma non sa fare altrettanto con la propria anima. Carlotta conduce una doppia vita che forse nasconde anche sé stessa. Ognuno tranne Lina, che osserva e domanda, ancora priva di quelle infrastrutture che impediscono agli adulti di rispondere con sincerità. La piccola non è tuttavia un personaggio stereotipato, idealizzato, ma imprevedibile e a tratti ruvido.
La saggezza di Lina – con i suoi “occhi perfettamente rotondi, il caschetto di capelli fini” – consiste casomai nel vedere ciò che gli altri ignorano, nel dimostrarsi meno fragile rispetto a chi la circonda e agisce talvolta in modo persino disturbante.
L’autore, tuttavia, non distingue tra innocenti e colpevoli. La sua non è una prospettiva morale. Covacich – triestino trapiantato a Roma – osserva questo mondo dal casermone delle tre Torri, nella periferia romana, uno spazio esistenziale dove coesistono rabbia e desiderio, degrado e sentimento. “Dal decimo piano ogni cosa ispira tenerezza, anche le macchine, anche lo scivolo con le altalene, anche i cassonetti della spazzatura.”
Lina e il sasso è un romanzo corale, dove lo sguardo di una bambina si fa strumento narrativo di una contemporaneità che cammina sul filo dell’incertezza. La scrittura è visiva, essenziale, a tratti brusca come i personaggi. L’intento non è spiegare il mondo, ma attraversarlo, in una dimensione che da fiabesca si fa realistica.
Una dopo l’altra, le pagine diventano un’area di transito, fatta di edilizia popolare, rider e pitbull. Lontanissima dal viavai dei ruderi imperiali, dove i turisti posano per una foto davanti agli archi e agli anfiteatri.
Covacich trova una geometria narrativa per dare forma a ciò che non ne ha, fornire una mappa della costellazione emotiva di oggi. Non c’è un lieto fine in questa favola della periferia esistenziale, né un intento consolatorio. Eppure, fino all’ultima pagina, ogni lettore rimane intorno alla pentola in attesa della zuppa di sasso. Potere delle storie senza tempo.
Lina e il sasso
di Mauro Covacich
La nave di Teseo
Mauro Covacich (Trieste, 1965) è autore della raccolta di racconti La sposa (2014, finalista premio Strega) e di numerosi romanzi. Presso La nave di Teseo ha pubblicato in una nuova edizione il “ciclo delle stelle”, A perdifiato (2003), Fiona (2005), Prima di sparire (2008), A nome tuo (2011, da cui Valeria Golino ha tratto il film Miele), La città interiore (2017, finalista premio Campiello), Di chi è questo cuore (2019), Colpo di lama (nuova edizione 2020), L’avventura terrestre (2023), oltre ai saggi Sulla corsa (2021) e Kafka (2024).
Nel 1999 l’Università di Vienna gli ha conferito l’Abraham Woursell Award.
Vive a Roma.
