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Carciofi alla giudìa: nuovi amori e vecchi pregiudizi nel libro di Elisabetta Fiorito

Carciofi alla giudìa artTroppa religione fa male, qualunque essa sia”, pensa Rosamaria, affermata regista teatrale che ha fatto dell'autonomia e della realizzazione la bandiera della propria vita.

E continua a crederlo anche quando, consumata la passione per le religioni orientali e approdata a un agnosticismo anti-papalino, si ritrova nel Tempio sul lungotevere per fissare la circoncisione del bambino che aspetta. Tanto può l'amore, verrebbe da dire, arrivato a quarant'anni suonati con il nome di David Fellus, vecchia fiamma di gioventù.
Dopo David, ebreo tripolino, osservante, nella vita di Rosamaria ci sono Pasqua e Pesach, Natale e kippur, cucina romana e kasher. Ma non mancano i pregiudizi diffusi, la questione israelo-palestinese vissuta da molti come un derby, le scritte antisemite sui muri di Roma.
Già vivere seguendo una religione è difficile, figuriamoci cercando di seguirne due”, scrive Elisabetta Fiorito, che mette in scena una brillante commedia dove le convinzioni di ciascuno vengono pungolate dal confronto con l'altro. L'autrice, anglista e drammaturga, scandisce la trama con dialoghi vivaci, capaci di sdrammatizzare sul presente di un paese in declino economico e morale, dove il confronto con il passato è impietoso. “Per fortuna che Dio, sempre ammesso che esistesse, aveva creato gli ansiolitici”, ironizza l'autrice, che con Carciofi alla giudìa descrive uno spaccato italiano con un umorismo di stile anglosassone, riuscendo sempre a strapparci un sorriso.

Signora Fiorito, Rosamaria è una quarantenne indipendente, femminista, agnostica. Ad un certo punto cosa succede nella sua vita?
EF: Succede che incontra l'amore e quindi tutto cambia o meglio si trasforma. Resta femminista, agnostica e indipendente, la incontriamo incinta che va a parlare con un impresario teatrale per mettere su una commedia, ma deve affrontare una vita a due con un uomo che è ebreo e credente in una religione con delle regole piuttosto difficili. Rosamaria per amore cerca allora di venire incontro al partner come spesso succede nella vita, accetta di far circoncidere suo figlio e in casa rispetta le leggi dell'alimentazione kasher.

In che modo la protagonista cerca di rimanere fedele a sé stessa pur confrontandosi con un mondo tradizionalista e pieno di regole?
EF: Interiormente Rosamaria resta agnostica, accetta le regole ebraiche sempre con una velatura di scetticismo che l'accompagna riguardo anche alla sua religione e a tutte le religioni del mondo. E' una persona che combatte i pregiudizi di qualunque natura, battibecca con la madre che l'accusa di essersi sottomessa al marito di cui è gelosa; non accetta gli stereotipi e le semplificazioni su Israele per cui gli israeliani sono sempre cattivi e i palestinesi sempre buoni in una realtà come quella mediorientale piuttosto complicata; vorrebbe una regolamentazione delle unioni omosessuali per il suo amico Ludovico che da tempo ha un compagno e non riesce a sposarsi. (La legge sulle unioni civili è passata dopo la pubblicazione del romanzo). La sua arma per abbattere le divergenze e i pregiudizi è l'ironia e l'autoironia.

Il suo libro contiene dei riferimenti autobiografici. Avvicinarsi alla comunità ebraica romana, la più antica del mondo, cosa ha significato per lei?
EF: Più che alla comunità romana, mi sono avvicinata a quella ebraico tripolina perché mio marito è nato a Tripoli ed è venuto a Roma nel giugno 1967 a seguito della guerra dei sei giorni. La comunità ebraica di Roma è oggi composta da queste due grandi famiglie ormai unite tra loro. I romani hanno un loro carattere e un loro dialetto, il giudaico-romanesco, molto divertente, i tripolini parlano un italiano con un accento particolare. Ma al di là di queste piccole differenze, per me frequentare la comunità ebraica romana è come stare a casa. E' un piccolo paese in una grande città dove più o meno ci si conosce tutti e dove ci si ritrova a tavola a mangiare cous cous o gli aliciotti con l'indivia, piatti kasher, entrambi buonissimi.

Perché ha scelto di intitolare il romanzo Carciofi alla giudìa?
EF: Il romanzo parla di due famiglie, una romana-cattolica, l'altra ebraico-tripolina. E' importante quindi il rapporto con il cibo ma anche quello con le madri dei protagonisti. Giovanna, la madre di Rosamaria, è romana e cucina molto bene, mette il maiale dappertutto, ma sa friggere i famosi carciofi alla giudìa. Iolanda, la madre di David, sa fare il cous cous, l'haraimi, il pesce speziato, ma non conosce la cucina romanesca vera e propria. Su questo ho un ricordo della vita reale. Ero andata a cena con mia madre e mia suocera quando abbiamo ordinato al ristorante una frittura di paranza, essendo pesce con la spina e quindi consentito per l'alimentazione ebraica dove sono vietati molluschi e crostacei. Mia suocera se ne uscì con: “buoni questi pescetti!” perché non li aveva mai assaggiati. La frittura di paranza non faceva parte della sua cucina.

Continuerà a narrare la vita del “popolo del libro”?
EF: Il mio progetto è continuare a narrare la storia della famiglia di Rosamaria, magari partendo dal secolo scorso. Come famiglia romana sicuramente incontrerà la storia delle famiglie ebraiche che vivevano in città. La mia bisnonna reale viveva a Trastevere e sicuramente avrà incontrato gli ebrei che, dopo il rinnovamento del ghetto e la costruzione della grande sinagoga, erano venuti ad abitare dall'altra parte del fiume. Ecco, con un po' di verosimiglianza e molta fantasia vorrei narrare la storia di questa città indissolubilmente legata alla comunità ebraica più antica del mondo.

Carciofi alla giudìa
di Elisabetta Fiorito
Mondadori

 

Elisabetta Fiorito, nata a Roma, laurea in inglese e master in giornalismo, è cronista parlamentare per Radio24, dove ha condotto diversi programmi, tra cui l'indimenticabile La quota rosa.
Per Radio24 si occupa anche di . Nel 2016 ha vinto il prestigioso premio Fersen per la drammaturgia con La vita segreta del re dei cannoni, un ritratto di Alfred Von Krupp.

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