di Giulio Silvano
Frassinelli
Con Hanno vinto loro (Frassinelli), Giulio Silvano firma il romanzo di formazione di una generazione rimasta orfana di certezze, che ha visto negli attentati dell’11 settembre la fine traumatica di un’era. Ognuno, del resto, ha vissuto il proprio crollo: se per il giovane protagonista – che nel racconto resta senza nome – è stato quello delle Torri Gemelle, per i suoi genitori è stato quello del Muro di Berlino. Con quest’ultimo è svanito il mondo delle grandi ideologie e, insieme a esso, «tutte le persone che volevano cambiare le cose in meglio», come Kennedy, Mattei e Allende. Nel primo caso, invece, si è consumata una cesura geopolitica definitiva, immortalata nelle immagini «più indelebili e stentoree dell’umanità».
Eppure, quel mondo pre e post-11 settembre di cui sembrano restare solo macerie, conserva, nel romanzo di Silvano, un suo filo conduttore, per quanto attorcigliato: gli eventi che hanno segnato la storia italiana di quei decenni. Il loro è un elenco infinito di misteri irrisolti che richiama il gusto per le liste enciclopediche di Gadda e Arbasino: Orlandi-bomba di Bologna-Italicus-strage di Fiumicino-crac del Banco Ambrosiano-Ior-Gladio-Mossad-CIA-World Trade Center-jihadismo.
Basta però il titolo di un giornale letto in un caffè parigino a dipanare la matassa della memoria: “È morto B.S. Ebbe un ruolo chiave nella strage di Bologna.” La piccola foto in bianco e nero che accompagna l’articolo riavvolge il nastro del passato, riportando il protagonista all’autunno del 2001. Era stato allora che, mentre il mondo dei grandi cambiava per sempre a causa dell’attacco terroristico, si stravolgeva anche il suo, a causa di un brutto voto in scienze. La punizione inflitta dagli inflessibili genitori di sinistra era stata un periodo di volontariato in un centro per persone disabili, una vera e propria lezione di empatia, perché «a vedere chi sta male davvero si impara a essere buoni».
Era stato lì che l’allora undicenne aveva incontrato il pluricinquantenne B.S. – per tutti “il dottore” –, in affidamento in prova ai servizi sociali come misura alternativa alla detenzione, dopo la condanna per depistaggio nella strage di Bologna. Il loro non era stato uno scontro generazionale, ma il confronto tra due modelli di vita opposti: da una parte l’universo piccolo-borghese delle regole – dove si poteva guardare solo il terzo canale –, dall’altra quello di chi viveva violandole. L’iniziazione del ragazzo era passata per la prima sigaretta e un sorso di vodka, ma la vera fascinazione era scattata immaginando, dalla propria cameretta, il mondo di B.S.: Rockefeller Center-Rainbow Room-Naomi Campbell-Le Cirque-Plaza-Quinta Strada-Manhattan.
Quel ragazzo, oggi trentenne, ha speso le poche centinaia di euro rimaste in banca per un biglietto di sola andata Charles De Gaulle-Fiumicino. Ha deciso di lasciare Parigi, la città dove in passato si sono rifugiati molti brigatisti grazie alla dottrina Mitterrand, e che ormai si è trasformata in una «piccola Disneyland per miliardari» dove un caffè costa sette euro, persino senza vista sulla Tour Eiffel.
La sala d’imbarco del gate 19 offre all’autore la cornice ideale per descrivere la Commedia umana contemporanea, il «caos postmoderno della società liquida»: l’imprenditore abruzzese-l’aspirante bookinfluencer-il micromanager trentacinquenne-il professore rinascimentista-la gallerista divorziata.
Il volo, dopo un lungo scroll down sul cellulare – che ha ormai sostituito le letture adolescenziali –, atterra nella Capitale, una città che «non è mare, ma palude», battuta dal «vento immobile del Tevere».
Tra le righe emerge una domanda sospesa: si può avere nostalgia del 10 settembre? «Nel Novecento – osserva Silvano – si poteva ancora fare la storia.» E B.S. – noto come “il faccendiere” – ne era stato a modo suo un protagonista. Dopo l’11 settembre, l’avvento della moneta unica e l’era della sorveglianza, si può invece solo restare a guardare. Si è conclusa l’epoca delle spie, degli antieroi e dei rivoluzionari, per cedere il passo a quella della tecnologia.
«Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.» Queste parole – conclude lo scrittore – sono incise su una targa posta sotto due colonne, a Roma, in un’aiola spartitraffico tra la sede della FAO e il Celio. Le ha scritte il filosofo spagnolo George Santayana, esponente del realismo critico. Si tratta di un monumento eretto in memoria delle vittime dell’11 settembre 2001. Identificare chi sono quei “loro” che hanno vinto, in fondo, significa anche fare i conti con la storia.
Hanno vinto loro
di Giulio Silvano
Frassinelli
Giulio Silvano ènato in Liguria nel 1989. Scrive per Il Foglio e Rivista Studio. Collabora a Stories, il podcast di Cecilia Sala.
