‘Il più turpe di tutti i volgari italici’ secondo Dante, lingua intrisa di saggezza popolare nelle parole di Trilussa, fonte di battute colorite nella vita di tutti i giorni.
Il romanesco ha origini antiche e da sempre incarna l’anima di Roma e dei suoi abitanti.
Ma vi siete mai chiesti com’è nato?
Se pensiamo che inizialmente il latino era parlato quasi esclusivamente nella città di Roma, è stupefacente come, tramite le conquiste di quest’ultima, si sia diffuso al di là dei confini geografici, diventando la lingua di tutte le nuove provincie, una sorta di codice comunicativo dell’antichità.
Già all’epoca della caduta dell’Impero Romano però, la lingua subisce notevoli mutamenti, per lo più con l’assimilazione di forme volgari come il ‘basso latino’, da cui in seguito sarebbero nate le lingue romanze.
Il linguaggio comincia ad assumere i ben noti toni coloriti, dei quali rimane traccia anche in luoghi non popolari, come nella Basilica di San Clemente, dove famosa è l’iscrizione a commento di un miracolo: ‘Fili de le pute, traite!’, espressione non proprio castigata.
Nel ‘300 Dante Alighieri definisce il volgare di Roma la peggiore delle lingue italiane, classificandolo come ‘tristiloquium’, linguaggio sordido, condannando anche l’abitudine diffusa di darsi del tu.
E’ nel ‘400 però, che il volgare romano subisce un fondamentale cambiamento, la ‘toscanizzazione’, differenziandosi così dai dialetti dell’Italia centrale e meridionale.
Il fenomeno, oltre che al prestigio indiscusso del fiorentino, è dovuto alla presenza a Roma di toscani illustri, tra i quali Leon Battista Alberti e Pietro Bembo.
Altro evento degno di nota è poi il Sacco di Roma (1527), in seguito al quale arrivano in città persone provenienti da molte altre località, fatto che porta l’introduzione di molti termini di origine meridionale.
In questo contesto Roma perde l’occasione di diffondere in tutta Italia la propria lingua, che viene soppiantata dal fiorentino, colto ma allo stesso tempo di uso comune.
Proprio in questo periodo nasce il romanesco che conosciamo oggi, incrocio dei termini romani con quelli toscani e campani, e che sia tipico della città, differenziandosi dalla parlata della provincia, si spiega probabilmente col fatto che fosse una ‘lingua commerciale’, usata per lo più negli scambi coi pellegrini.
Tante sono le parole che la storia di Roma ci ha lasciato.
Candidato, ad esempio, deriva dal fatto che nell’antica Roma chi ricopriva una carica pubblica indossava una toga candida; punteggio da ‘punctum’, il segno con cui si esprimeva il proprio voto.
Ma vi sono anche parole più particolari come fornicare, da ‘fornix’, gli archi sotto i quali le prostitute esercitavano la loro professione.
E se qualcuno vi chiede ‘Quanno?’, potete sempre stupirlo spiegando che si dice così, perché l’influenza dei dialetti centro-meridionali, portò la trasformazione delle lettere ’nd’ in ‘nn’!
























