Studiare arricchisce, ma purtroppo quasi mai nel senso venale del termine. Studiare arricchisce anima e spirito, ma soprattutto, nell’immaginario collettivo e secondo le nostre migliori tradizioni culturali, dovrebbe creare una premessa per un futuro più “stabile” (qualunque sia il significato che vogliate dare al termine). Moltissimi ragazzi, per fortuna, ci credono ancora e, nonostante la crisi economica di livello globale e quella dei posti di lavoro fissi (per certi versi legata anche ad un certo cambiamento del modo di lavorare), cercano di entrare con passione ed ottimismo nel mondo dell’università. Laurea breve o lunga, il pezzo di carta sembra essere ancora un valore, nonostante il suo raggiungimento non garantisca affatto una occupazione.
Trascorrere il periodo degli studi universitari nella capitale è sicuramente un’idea accattivante per tutti quei ragazzi che provengono dalla provincia romana e dalle città italiane in cui la fama degli istituti di studio non è paragonabile a nomi altisonanti come quelli, per esempio, de “La Sapienza” (attualmente la più grande università europea) e “Tor Vergata”. A prescindere dalla maggiore o minore efficacia del corso di studi e dalla competenza del corpo docente, arrivare a Roma alla soglia dei 20 anni significa entrare in una realtà bifronte, fatta da una parte di nuove amicizie, feste, eventi, mondanità, dall’altra lezioni, ritmi asfissianti e, quasi sempre, disagi.